Anticipazione di The General Theory of the Translation Company

Renato BeninattoConosco Renato Beninatto da diversi anni. È un uomo brillante, di piacevole compagnia, con una risata contagiosa. Gli piace descriversi come un bastian contrario, ma dietro certe sue sconcertanti battute cela una solida, tradizionale saggezza mercantile. La metafora della traduzione come carta igienica e l’idea che la qualità non sia importante gli servono a catturare l’attenzione di un pubblico tradizionalmente freddo e scettico.

È dotato di grande comunicativa, che ha imparato a padroneggiare e che ne fa un venditore di primissima categoria.

Avrebbe potuto riuscire in qualsiasi settore in cui avesse voluto impegnarsi e credo che la scelta dei servizi linguistici non sia stata solo l’ovvia e un po’ banale conseguenza dell’esser cresciuto e aver studiato in paesi diversi. Magari ha contribuito una vena di narcisismo, che tuttavia è parte del fascino che esercita solitamente sulle persone, in particolare sul pubblico femminile. E questa è certamente una cosa che molti gli invidiano. Non sorprende, quindi, che sia una figura molto popolare nel settore, anche se molto meno controversa di quanto lui stesso vorrebbe far credere.

Ho spesso occasione di incontrare Renato perché è un frequentatore abituale degli eventi di settore in cui è altrettanto spesso relatore. Di recente ci siamo incontrati a Roma, all’apertura della Pi School.

Tucker JohnsonSin dai tempi in cui era in Common Sense Advisory, Renato diceva di voler scrivere un libro per trasmettere le conoscenze acquisite al di là degli eventi di settore, una guida all’industria dei servizi linguistici per quanti fossero interessati ad avviare un’attività in questo campo. Non mi ha certo colto di sorpresa, quindi, nel dirmi che era finalmente in procinto di pubblicare un libro, e che lo aveva scritto a quattro mani con Tucker Johnson. Mi ha sorpreso invece la richiesta di leggerlo prima della pubblicazione perché gli dicessi cosa ne pensassi e ne facessi una recensione.

– Puoi anche stroncarlo,  mi ha detto.
– Come no, – gli ho risposto – e giacché ci sono ti do pure due pizze e ti sputtano. (Per la cronaca, Renato è un metro e novanta, mentre io sono uno e sessantacinque).
– Sì, hai capito bene! – aggiunse ridendo – Come dici sempre? Non importa che si parli male di me, purché se ne parli.

E, sempre ridendo, si allontanò per andare a salutare uno degli organizzatori dell’evento.

Prima di andarmene, gli ho mandato un messaggio, prendendolo un po’ in giro: gli ho scritto di farsi un appunto in modo da non dimenticare di mandarmi una copia del libro quando l’avesse finito.

Non conosco personalmente Tucker Johnson, ma non mi è difficile credere, come dice Renato, che avrebbe scritto gran parte della prima stesura durante un viaggio in Australia, approfittando delle quindici ore di quasi immobilità a cui era costretto.

Comunque, alla fine, un po’ inaspettatamente, Renato mi ha davvero mandato la bozza del libro. Nei giorni precedenti, avevo seguito il suo consiglio di leggere il primo capitolo e la mia prima reazione era stata “lo sapevo!”.

Ma cosa diavolo è che sapevo? Che la vera impresa era stata di Tucker per mantenere Renato sul pezzo. Non per niente, Renato dice di Tucker che si prende troppo sul serio, mentre il grande rispetto che Tucker dice di avere per l’esperienza, la competenza e la visione di Renato è probabilmente la ragione che lo ha spinto a lavorare al libro, pur ammettendo che, a volte, vorrebbe che Renato prendesse le cose un po’ più seriamente.

Fin dalle prime righe, Renato e Tucker non fanno che ricordare quanto si siano divertiti a scrivere il libro e quanto trovino divertente lavorare nel settore.

Da parte mia, sono sempre stato molto critico verso i tanti aspetti negativi che lo affliggono da che ne sono parte e, a giudicare dalla miriade di blog e di forum, e dalle conversazioni che intrattengo regolarmente con i colleghi, se mai mi sono davvero divertito a lavorare in questo settore, certamente non mi capita più da un bel po’.

Mi sono quindi accostato a The General Theory of the Translation Company con lo spirito del lettore che spera di trovarvi ragione e ispirazione per rivedere le proprie posizioni e ritrovare l’entusiasmo perduto o mai avuto e che è comunque necessario per affrontare un settore che gli autori stessi non esitano a definire difficile.

Devo ammettere che le mie speranze sono state parzialmente deluse, ma anche, come è ovvio, invertendo i fattori, che sono state anche ampiamente soddisfatte.

Ho apprezzato molto l’approccio in ottica di impresa e il taglio consulenziale, ancorché leggero, con il quale è stato redatto il libro.

Renato e Tucker sembrano avervi riversato tutte le loro competenze e la loro esperienza, anche se il libro non presenta guizzi di originalità, spunti innovativi o idee controcorrente. Renato e Tucker hanno candidamente ammesso di essersi ispirati, con malcelata falsa modestia, alla Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes, anche se il loro lavoro difficilmente avrà un impatto anche solo paragonabile a quello che ebbe, e ha tuttora, la loro fonte d’ispirazione.

Il libro è di facile lettura e, per molti aspetti, è illuminante. La cosa migliore è che non deve essere letto necessariamente in sequenza e può quindi stare comodamente sulla scrivania di ogni imprenditore del settore, per poterlo consultare all’occorrenza.

L’aspetto innovativo è nell’approccio in stile business administration, dal momento che il settore è ancora larghissimamente popolato di operatori che ancora si considerano artisti o che si limitano a improvvisare. Di certo, molti veterani non si troveranno in linea con molti concetti, termini, valutazioni e opinioni che Renato e Tucker spiattellano con un po’ troppa leggerezza. Io stesso non condivido molte cose che ho letto nel libro e ho trovato alcune affermazioni a dir poco apodittiche, soprattutto perché la bozza che ho ricevuto manca di riferimenti e di bibliografia, che, invece, potrebbero servire a corroborare molte tesi con dati concreti.

Insomma, un bel dieci per l’impegno, viste anche le caratteristiche di un settore i cui operatori sono perlopiù impreparati, vuoi per una precedente esperienza in altri settori, vuoi per la tipica deformazione acquisita con l’esperienza nel settore.

Molti anni fa, quando muovevo i primi passi nel mondo accademico, poi abbandonato, avevo progettato e proposto un corso post lauream in gestione delle imprese di traduzione. Sono lieto che Renato e Tucker ne abbiano scritto il libro di testo. Perché i libri di testo non devono essere necessariamente noiosi, e non sempre lo sono. Né da leggere né da scrivere.

Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii

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