Il barbaro

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Il barbaro

Barbaro è una parola onomatopeica di origine greca (βάρβαρος, balbuzienti), con cui i greci indicavano gli stranieri per via dei versi inintelligibili e addirittura animaleschi dovuti all’incertezza che manifestavano nell’uso del greco che, di conseguenza, impediva loro di condividere la cultura greca.

I greci, infatti, si consideravano un’unica entità culturale proprio in virtù della lingua condivisa.

Nella Roma repubblicana e imperiale, “barbarus” assunse un significato etnico e ideologico nei confronti degli stranieri col quale si manifestava anche il disprezzo per la mancanza di un sistema di scrittura e di leggi codificate, cui si accompagnava un fermo e testardo rifiuto dell’ordine romano, simboleggiato dal sistema legislativo.

Quando Augusto lo relegò nella lontana Tomi, oggi Costanza, nell’attuale Romania, allora un piccolo centro della Tracia sul mar Nero, Ovidio scrisse nei Tristia, “Barbarus hic ego sum quia non intelligor illis” (qui sono io il barbaro, perché loro non mi capiscono).

Le analisi, le valutazioni e le opinioni riportate in questo blog sono spesso controcorrente e hanno più volte guadagnato al suo autore l’appellativo di “barbaro”.

I libri del barbaro

La redazione dei documenti tecnici Taccuino barbaro A Contrarian's View on Translation Standards

* Facendone richiesta a info@s-quid.it, a coloro che acquisteranno una copia del “Taccuino barbaro” sarà inviata la password di apertura dell’ebook con i post pubblicati sul vecchio blog tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. § Anche in formato eBook.

10*

Mi spieghi tutto come se avessi due anni.
Joe Miller in Philadelphia

Il modo migliore per comprendere poteri e limiti di una tecnologia è di usarla.

La cosa è semplice per le tecnologie di applicazione generale, e anche la traduzione automatica ormai si può considerare tale. Infatti, il risultato più importante che si può riconoscere a Google Translate è di aver reso popolare la traduzione attraverso la traduzione automatica, cosa che celebrati studiosi e influenti organismi professionali non hanno ottenuto in anni e anni di sforzi.

La questione irrisolta della valutazione della qualità è emblematica dell’intera comunità della traduzione.

Se ne discute da secoli, per lo più tra addetti ai lavori, sempre gli stessi, nelle solite sedi. E coloro che intervengono in certi dibattiti non parlare con quelli che intervengono in altri.

Il risultato è un approccio mal concepito alla valutazione della qualità che miete ancora vittime, anche tra gli scienziati che lavorano sui metodi di valutazione automatica, tra i quali, proprio di recente, è riemersa la tipica assurdità della “traduzione perfetta”, quando chiunque sia, anche solo fugacemente, toccato dalla traduzione sa che niente si più facilmente dimostrare fallato di una “traduzione perfetta”. Almeno stando ai modelli di valutazione correnti, secondo un tipico bias di conferma.

Sull’orlo del definitivo sgretolamento, è ancora l’ortodossia a dominare la traduzione, perfino in ambito tecnologico, sradicando il principio chiave dell’innovazione, la semplicità.

Alla crescita del volume di contenuti, prevista e tuttavia ancora pressante, si associa una continua richiesta di traduzioni, sempre più rapide e in un numero sempre maggiore di lingue, e la traduzione automatica è sempre più spesso prospettata come l’unica soluzione praticabile.

Resta irrisolto, però, il problema di offrire ai clienti un modo semplice per sapere se il gioco vale la candela. Ciò che, invece, l’intero settore è stato in grado di offrire finora, soprattutto ai clienti più sprovveduti è stato un dedalo di categorie e tipologie di errore, di pesi e parametri, in cui si può perdere con facilità anche il più esperto linguista.

La pretesa, ancora diffusissima, di “educare il cliente” è la manifestazione concreta della tipica asimmetria informativa che pervade e affligge il settore. Accademici, esperti e operatori cullano tutti la futile illusione di poter guadagnare rispetto e considerazione per il proprio ruoli giocando sull’ignoranza dei clienti, mentre non fanno che darsi la zappa sui piedi.

Quando Poulomi Choudhury di KantanMT sottolinea il ruolo e l’importanza delle metriche multidimensionali per la qualità (le MQM), con tutta probabilità si rivolge ai colleghi linguisti, perché il cliente tipico vuole semplicemente sapere se e magari quanto dovrà ancora spendere per la sua traduzione. I clienti più sprovveduti, in particolare, non sono interessati ai KPI proposti da Poulomi Choudhury, mentre potrebbero trovarne più interessanti altri che permettano loro di valutare l’affidabilità di un potenziale fornitore.

Forse, la perversa complessità di metriche per la valutazione della qualità della traduzione così intricate serve a nascondere l’incertezza e ambiguità di certe teorie e la loro inadeguatezza, piuttosto che a rassicurare i clienti e a fornire loro strumenti che possano utilizzare.

Peraltro, ogni volta che qualcuno prova metta in discussione il meccanismo arrugginito e difettoso alla base di queste metriche, la comunità accademica si chiude a riccio.

Nel suo post, Poulomi Choudhury suggerisce di definire parametri esatti per i revisori. Peccato che la nascita delle innumerevoli dispute tra traduttori e revisori, traduttori, revisori e terminologi, utenti, e tra traduttori, revisori, terminologi, esperti e utenti si perda nella notte dei tempi.

Non solo le istruzioni per revisione e post-editing (PEMT) sono merce rara, gli stessi esperti di traduzione che instancabilmente inondano il settore con standard inutili e metriche intricate, senza magari aver mai trascorso un’ora della loro vita a negoziare con i clienti, non hanno prodotto fin qui neanche uno straccio di schema che aiuti gli operatori a sviluppare questi documenti.

Come implementare una piattaforma per la traduzione automatica non è uno scherzo, e non ci si può improvvisare esperti, la redazione di istruzioni per il PEMT non è una passeggiata di salute, richiedendo competenze specifiche che giustificano il ricorso a un consulente.

Per esempio, sebbene la loro redazione sia un’attività una tantum, motori diversi, domini diversi e coppie linguistiche diverse richiedono istruzioni diverse che variano a seconda dell’impegno richiesto. Una volta pronte, poi, queste istruzioni vanno aggiornate man mano che si implementano nuovi motori, coppie linguistiche e domini. Inoltre, per aiutare i project manager a valutare l’impegno richiesto, queste istruzioni devono affrontare anche la questione qualità con indicazioni precise, soglie e punteggi per il prodotto grezzo. E devono, ovviamente, essere chiare e concise, il che costituisce la vera difficoltà.

Oltre a essere correlato alla qualità del prodotto grezzo, l’impegno richiesto per il PEMT dovrebbe essere indicato con una misura facilmente comprensibile che permetta al cliente di calcolare anche la spesa da sostenere. Questa misura dovrebbe quindi essere esaurientemente definita e offerta insieme a strumenti che aiutino il cliente a stimare finanziariamente la quantità di lavoro necessaria per ottenere la qualità desiderata a partire da una traduzione automatica.

Infatti, l’impegno richiesto per il PEMT dipende da diversi fattori quali volume, tempo di consegna finale e qualità attesa per il prodotto finito. Essenzialmente, però, dipende dalla traducibilità del contenuto originale.

Di conseguenza, per quanto le misure automatiche aiutino, l’impegno richiesto per il PEMT si può solo stimare a grandi linee. In quest’ottica, gli strumenti offerti da KantanMT permettono di ottenere stime estremamente accurate.

D’altra parte, misurare il PEMT a posteriori confrontando risultato finale e traduzione grezza iniziale è coerente con l’attuale, tradizionale, modello di valutazione della qualità, ma non soddisfa le esigenze del cliente solitamente volte a modelli predittivi.

Inoltre, la retribuzione basata su un modello a posteriori richiede una misurazione accurata del lavoro effettivamente svolto per poter stimare la percentuale di onorario in base alla distanza di edit, giacché non esiste prova di correlazione tra distanza di edit e produttività.

Tuttavia, anche la rilevazione del lavoro effettivamente svolto può tornare utile se si confrontano i dati raccolti con le stime e se ne ricava una serie storica. Dopo tutto, è a questo che servono i dati.

La prevedibilità è importante in qualsiasi attività, e non dovrebbe stupire che i clienti non vogliano perdersi nel meandri di metriche irrimediabilmente prone a soggettività, ambiguità e interpretazioni erronee e, quel che più conta, del tutto irrilevanti. Quando si tratta di affari, e di soldi veri, l’azzardo non è mai un’opzione, semmai è l’ultima spiaggia.

D’altra parte, è passato più di un quarto di secolo dall’introduzione degli strumenti CAT in campo professionale, e molti libri e articoli sono stati scritti al riguardo, eppure sono ancora tanti quelli che avvertono ancora il bisogno di spiegare cosa sono. Magari potrebbe ancora avere senso per quei pochi clienti del tutto all’oscuro, anche se probabilmente potrebbero essere più interessati a sapere che i loro fornitori utilizzano qualche strumento che permetta loro di risparmiare qualcosa. In ogni caso, la qualità resterebbe comunque motivo di preoccupazione, come è emerso anche da una ricerca di SDL.

Un’introduzione agli strumenti di CAT, però, è a dir poco curiosa se i destinatari sono traduttori professionisti o studenti di traduzione prossimi alla laurea. Anche sfatare alcuni miti ancora popolari sugli strumenti CAT è quanto meno curioso, a meno di voler contrastare i numerosi predicatori che tuonano dai loro pulpiti virtuali contro i pericoli di questi strumenti del diavolo.

In questo scenario apocalittico, anche un significativo balzo in avanti passa quasi inosservato. Lilt è uno strumento di traduzione innovativo, con alcune caratteristiche favolose, soprattutto per i traduttori professionisti. Come dice Kirti Vashee, è un assistente virtuale del traduttore. Certo presenta anche alcuni svantaggi.

Il post-editing è il traghetto verso la singolarità. Si può svolgere interattivamente, o a posteriori sul risultato di una traduzione automatica.

Se alimentato con dati linguistici opportunamente strutturati provenienti da memorie di traduzione, Lilt può risultare uno straordinario strumento di post-editing su file bilingue. Purtroppo, le modifiche apportate da un singolo utente interessano solo il dataset associato al suo account e l’attività in corso. In altre parole, Lilt non è un ambiente per la traduzione collaborativa. Non ancora.

Ciò significa che, perché Lilt possa funzionare efficacemente in progetti PEMT di grandi dimensioni che coinvolgono più editor, è essenziale disporre di istruzioni precise e che gli editor vi si attengano scrupolosamente. E questo è un problema serio. Un computer non infrange mai le regole, mentre il libero arbitrio permette agli esseri umani di farlo.

Infine, anche se il cloud computing è ormai cosa comune, Lilt può ancora presentare ostacoli che molti operatori del settore considerano importanti, perché è disponibile solo su cloud, e questo richiede una connessione Internet veloce, o per la controversa, ancorché ripetutamente demistificata, questione della protezione dei dati per motivi di proprietà intellettuale, e tutto questo malgrado una tipica PMI disponga e sia interessata a dotarsi delle risorse necessarie per gestire l’enorme quantità di dati richiesti.

In conclusione, quando si entra in affari lo si fa per denaro, il che non è necessariamente un male se non si fa del male, pecunia non olet, e i soldi di solito vengono dai clienti, il cui requisito primario si può riassumere in “Dammi qualcosa che possa capire”.

Le tecnologie più profonde sono quelle che scompaiono.
Mark Weiser, The Computer for the Twenty-First Century, Scientific American, 1991, pp. 66–75


* 10 è un film del 1979 in cui il protagonista valuta le donne per il loro aspetto da 0 a 10, secondo una scala ampiamente condivisa perché di facile comprensione.

Una piacevole sorpresa

Mary Norris è una signora di 64 anni, con i capelli grigi e dai modi e i toni gentili che, da quasi quarant’anni, fa parte della redazione del New Yorker. Oggi è una delle più apprezzate copy editor e autrici della rivista e un punto di riferimento per quanti lavorano con la parola scritta.

Come autrice, sono famosi i suoi pezzi sulle matite e sulla punteggiatura. D’altro canto, del New Yorker è nota l’ossessione per lo stile e il perfezionismo maniacale. Peraltro, più che le spesso dibattute scelte stilistiche, è il rigore funzionale con cui sono applicate a caratterizzare la rivista.

Il rigore in generale ha fatto del New Yorker il punto di arrivo di una gran quantità di autori che pure si erano affermati precedentemente, da Bolaño a Capote, da Carver a Dahl, da Doctorow a King, dalla Munro a Murakami, da Nabokov alla Oates, da Richler a Roth, da Salinger a Updike, solo per citarne alcuni.

Lo scorso anno, Mary Norris ha pubblicato il suo primo libro, Between You and Me: Confessions of a Comma Queen, che è subito diventato un oggetto di culto, almeno tra i lettori del New Yorker.

Assistere quindi alla presentazione del libro da parte dell’autrice era un’occasione da non perdere, a dispetto dello scetticismo un po’ prevenuto verso i copy editor e, più in generale, verso coloro che hanno fatto della lingua e delle sue regole un’ossessione (compreso chi scrive, ovviamente).

Spesso, sono i puristi più radicali, o le “sciurette” con filo e orecchini di perle, gonnina a pieghe, décolleté e twinset di cashmere (ma anche la divisa spesso non è così rigorosamente onorata) a rendersi insopportabili con la matita rossa e blu sempre pronta all’uso per sfogare la loro frustrazione sul primo malcapitato che inciampi in un occasionale svarione, ma che non avrà mai l’occasione di “correggere” un autore da New Yorker.

È stata quindi una piacevole sorpresa scoprire in Mary Norris, nei novanta minuti in cui ha deliziato il selezionato pubblico che la ascoltava, una professionista tanto appassionata e rigorosa quanto cordiale, garbata e modesta, ricca di senso dell’umorismo e, soprattutto, di autoironia.

È stato bello sentirla parlare con affetto dell’inaspettata e tardiva amicizia nata con John McPhee, ironizzare su Philip Roth e commuoversi ricordando William Shawn.

È stato bello scoprire che si può imparare anche in un lasso di tempo così ristretto qualcosa che rimarrà senz’altro nel proprio patrimonio linguistico.

La domanda che sorgeva spontanea, a un certo punto, non poteva che riguardare la competenza grammaticale degli autori che pure erano giunti a farsi pubblicare dal New Yorker, ovvero se tanto rigore e peculiarità fossero davvero necessari. Alla fine della presentazione, però, quel che è apparso evidente è che il prestigio che la rivista e i suoi collaboratori hanno saputo conquistarsi nel tempo non è solo meritato, è doveroso per l’impegno, la persistenza e la lealtà profusi nel loro lavoro.