La tecnologia e le solite vecchie nuove professioni del traduttore

Intervento al convegno di studi su traduzione, mediazione e comunicazione tenutosi presso l’Università degli Studi di Foggia il 26 maggio 2005.

Fortezza BastianiLa lingua, e le parole, in sé non sono importanti; lo diventano quando sono veicolo di cultura e di convenzioni e “nuovo” è ormai un vero e proprio “classico” delle parole violate. Nella nostra società è infatti diventata divinità assoluta, malgrado sia parola piuttosto vuota, soprattutto perché è usata in combinazione con buono, quasi come sinonimo. È l’ennesima bufala degli uomini, e delle donne, del marketing? Si direbbe proprio di sì, se a sentir pronunciare “nuovo” viene voglia di buttare quello che c’è di vecchio e, come tale, inutile e dannoso. A nuovo, quindi, e, per estensione a innovativo, si associa un’idea di buono che corrisponde a utile, proficuo, conseguente, irrinunciabile.

Il “nuovo”, invece, più spesso di quanto non si creda, serve a dissimulare il “vecchio” per l’incapacità di accettare il cambiamento e rinnovarsi e, di conseguenza, per incapacità progettuale; per parafrasare John Maynard Keynes, la vera difficoltà non consiste nello sviluppare nuove idee, quanto nel fuggire le vecchie.

Su questa scorta, mantiene un suo valore anche quella battuta un po’ inflazionata per cui una professione è “nuova” quando è necessario più di un quarto d’ora per spiegare alla propria madre che lavoro si fa per vivere senza che lei, meschina, riesca ugualmente a capirlo.

Le nuove professioni, immancabilmente, sono associate alle professioni tecnologiche. La verità è che si tratta “solo” di lavori complessi perché frutto di moderne tecnologie, ma soprattutto perché sintesi di specializzazioni diverse. Sono ancora tante, infatti, le attività umane apparentemente immutate, ma profondamente mutate ed è forse per questo che si è disposti a farsi fuorviare dall’ideologia del “nuovo”. La tecnologia ha sì dato vita a professionalità ad alto contenuto specialistico, ma ha principalmente offerto la possibilità di sfruttare risorse immateriali e forme di lavoro alternativo. Per lo più accade nell’economia della comunicazione, che si vuole ugualmente “nuova”, ma che è cresciuta e si è modificata beneficiando della tecnologia e a beneficio di essa.

Quello che ha fatto la tecnologia, e non necessariamente la più evoluta, quanto quella di più recente diffusione, è stato favorire la definizione di un ampio profilo di lavoratore che Peter Drucker per primo, nel 1959, ha denominato knowledge worker, in quanto vivente della creazione, dello sviluppo e della diffusione di conoscenza. È questa una categoria che ben accoglie le professioni linguistiche e dimostra che forse non c’è tanto bisogno di “nuove” professioni, quanto piuttosto di vedere con occhi nuovi professioni antiche, adattare le tecnologie ai settori d’impiego già esistenti e far evolvere questi grazie all’impiego della tecnologia.

Per parte mia, ho sentito parlare per la prima volta di “nuove professioni del traduttore” sedici anni fa. In realtà, non ho mai pensato che ve ne potessero essere giacché il mestiere di traduttore è sempre lo stesso dai tempi di Sofronio Eusebio Girolamo.

In verità, i traduttori devono confrontarsi, come hanno sempre fatto, con la necessità di dotarsi di strumenti e conoscenze la cui applicazione permetta loro di pervenire rapidamente ed efficacemente alla soluzione di problemi pratici e all’ottimizzazione delle loro attività. Per questo, la formazione non termina con la scuola o l’università, ma è permanente e si identifica con la capacità di aggiornamento.

Del resto, la cultura del XX secolo è stata prevalentemente tecnologica e ancor più lo sarà quella del XXI secolo in virtù di un inarrestabile processo di diffusione dell’informazione e del sapere, soprattutto di quello specializzato. Eppure, recenti dati Eurostat assegnano all’Italia il quindicesimo posto tra i paesi dell’Unione in quanto a predisposizione tecnologica. È il riflesso di una difficoltà concreta che affligge la nostra società, quella di tracciare nuovi scenari e combinare esigenze “tradizionali” e di applicazione tecnologica.

Tuttavia, il generale e diffuso ritardo tecnologico che il nostro paese accusa e di cui molto si parla ultimamente, si può, almeno in parte, considerare figlio di un altro ritardo, linguistico. La conoscenza di una lingua, infatti, è insufficiente se non è accompagnata da contatto e confronto con le culture che veicola. Nel nostro paese, invece, all’invadenza economica, tecnologica e commerciale spesso si risponde con una supponenza che vorrebbe essere radicata in retaggi culturali ormai di fatto dimenticati. È quindi da interpretare come segno di questo ritardo anche l’attenzione, parimenti tardiva, all’inglese come lingua dominante che ben si accoppia con un’anacronistica difesa della lingua nazionale. Questa serve a nascondere la mancanza di riferimenti culturali, ed è usata come arma, impropria, di difesa protezionistica. Una maggiore cura e precisione nell’uso della lingua, invece, aiuta la diffusione del pensiero e della conoscenza, anche di quella tecnologica.

Il ritardo di competenze, quindi, supera il campo tecnologico ma non può essere imputato esclusivamente a scelte politiche se è vero, come è vero, che il paese non ha mai sentito la necessità di dotarsi di una politica linguistica, con la corresponsabilità di quanti hanno avuto, e sprecato, più di un’occasione per attirare l’attenzione del mondo istituzionale, accademico e imprenditoriale sulle questioni linguistiche. Non avrebbero dovuto sorprendere, quindi, i risultati di uno studio della Commissione Europea sulla competenza linguistica nei vari paesi dell’Unione giunto a conclusione nel febbraio del 2001 (EUROBAROMETER Report 54: Europeans and Languages). Il 53% degli europei aveva, infatti, affermato di conoscere almeno una seconda lingua e il 26% di conoscerne due, eppure la conoscenza dell’inglese, per esempio, risultava piuttosto modesta (32,6%) e raggiungeva l’81% in Svezia, l’80% in Olanda, il 78% in Danimarca, fermandosi al 39% in Italia e al 36% in Spagna e Portogallo, mentre l’italiano fu indicato come seconda lingua solo dal 3% degli intervistati. Questo nonostante il 93% dei genitori avesse dichiarato di ritenere molto importante per i loro figli la conoscenza di almeno un’altra lingua europea, e che il 72% degli intervistati ne riconoscesse l’utilità pratica.

Non c’è da stupirsi quindi, che anche da noi accadano ancora episodi che si è invece soliti attribuire a popoli “dominanti”, come quello spiacevolissimo in cui è incappata l’azienda vinicola Lunardelli quando, nel 2003, il ministro della giustizia tedesco Brigitte Zypries ha protestato formalmente per la trovata pubblicitaria di mettere in vendita una “Linea della storia” dominata da immagini di gerarchi nazisti, il cui pezzo forte è il Führerwein, tuttora in commercio.

Purtroppo, la nostra università è una sorta di Fortezza Bastiani, che offre una finta sicurezza a conferma del proprio esistere, ma che in realtà serve solo a garantire il rispetto della consuetudine e la celebrazione di sé stessa. Si parla tanto, ultimamente, di fondi alla ricerca e all’istruzione, ma si dimentica che ciò che per anni, purtroppo in passato, ha fatto grandi le nostre università era stata la capacità di aggiornarsi e riformarsi, capacità che abbiamo perso.

Nelle facoltà di lingue sono stati, infatti, effettuati diversi interventi cosmetici e pochissimi di sostanza. È così aumentata la varietà di attività e di profili professionali, ma non la disponibilità dei docenti e di docenti capaci e desiderosi di svolgere adeguata formazione. L’offerta formativa è cresciuta con la domanda di operatori, ma si è rivelata incapace di articolarsi e il mercato si è saturato in alcuni segmenti lasciandone del tutto scoperti altri divenuti terreno di operatori di diversa estrazione. Quel che è peggio è che l’università continua a produrre competenze per i segmenti saturi e non per gli altri, con l’unico risultato di favorire la continua contrazione delle remunerazioni e quindi dell’attrattiva esercitata sugli studenti. Si spiega anche così perché l’industria delle lingue venticinque anni fa fosse, paradossalmente, molto più remunerativa di oggi.

A questa situazione si aggiunga il florilegio davvero impressionante di corsi di scrittura di vario tipo, soprattutto “professionale”, in particolar modo se raffrontata alla qualità della comunicazione scritta, per non parlare di quella multimediale. La capacità di comunicazione scritta generalmente scadente è concausa del ritardo tecnologico preso come effetto della difficoltà di trasmissione della conoscenza.

Perciò, le competenze da maturare all’interno dei corsi di formazione in traduzione dovrebbero ormai esser rivolte alla soddisfazione delle necessità innanzitutto tecnologiche di un knowledge worker giacché gli ambiti di applicazione delle discipline linguistiche sono svariati e, per ognuno di essi, si dovrebbe prevedere anche un ambito di insegnamento specifico. Occorre quindi imporre una decisa svolta verso una preparazione di eccellenza che consideri la comunicazione specializzata come traguardo formativo. Per questo è necessaria una maggiore e più ampia propedeuticità dalla quale, purtroppo, il nostro sistema scolastico è ancora molto lontano.

Eppure, la tecnologia interessa tutti gli ambiti professionali linguistici in maggiore evoluzione: internazionalizzazione e localizzazione del software, sistemi e strumenti di internazionalizzazione e localizzazione e traduzione, sistemi di produzione, distribuzione, trattamento e gestione dei contenuti e delle conoscenze, sistemi e servizi di apprendimento a distanza.

Il futuro della traduzione è soprattutto nell’applicazione della tecnologia ai servizi linguistici e di questi ultimi alla tecnologia. Secondo stime IDC, nel giro di due anni, il mercato del commercio elettronico varrà 7 miliardi di dollari, equivalenti al 12% del totale mondiale, mentre solo quest’anno il segmento B2B ne varrà 2,2. In questo quadro, il settore dei servizi linguistici è considerato un vero e proprio blockbuster che dovrebbe crescere del 7% l’anno nel prossimo biennio. Parallelamente, gli utenti Internet dovrebbero superare il miliardo (oggi sono poco più di 680 milioni).

Su questa base, il grosso affare per le aziende del settore dei servizi linguistici nel breve-medio periodo sarà la gestione dei contenuti, intesa come sviluppo, organizzazione, manutenzione, conservazione e diffusione di opere digitali di vario tipo, natura e formato. Questa tendenza porterà alla cosiddetta, paventata mercificazione o massificazione (commoditization) dei servizi linguistici rendendoli una merce facilmente disponibile nella quantità necessaria a prezzi relativamente contenuti e per la quale è difficile ottenere ritorni elevati. È un effetto collaterale della globalizzazione dei mercati e dell’uso strategico di Internet da parte delle aziende che ha portato il segmento B2B a valere 7 volte il segmento B2C.

Per evitare, o arginare, questa tendenza, e rispondere alla rinascente domanda, le aziende del settore dei servizi linguistici devono sviluppare un atteggiamento coraggioso e lungimirante nei confronti della tecnologia e cercare fusioni e integrazioni che permettano di offrire servizi più ampi e a maggior valore.

Ma disponiamo in questo momento di risorse e strumenti educativi per l’insegnamento all’uso, soprattutto, della tecnologia applicata? La risposta, purtroppo, è negativa, e diventa gravemente negativa quando si passa a parlare non più “solo” d’uso, ma di sviluppo. Gli italiani, del resto, sono consumatori di tecnologia, raramente utenti; lo dimostrano l’altissima penetrazione di telefoni cellulari a fronte della modesta propensione all’uso dell’Internet, le spaventose dimensioni del fenomeno della pirateria informatica stimato oltre il 50% e la ridicola diffusione delle tecnologie open source: è il desiderio di essere all’ultima moda piuttosto che di servirsi con profitto della tecnologia.

Si pensi alla localizzazione del firmware, lasciata completamente in mano agli specialisti di settore, o alla manipolazione di contenuti elettronici, in particolare di audio e video digitale.

La commoditization dei servizi linguistici, però, è per certi versi frutto dell’atteggiamento economico dei clienti per i quali essi rappresentano un costo anziché un investimento e non c’è altro modo di superarla che convincere nei fatti quanti li snobbano di potersi proporre alla pari con loro. Ovvio che il raggiungimento di una tale posizione non può che passare attraverso l’acquisizione di competenze tecniche e tecnologiche che spesso appaiono ancora estranee a certi percorsi. La raggiunta pervasività tecnologica, invece, cambia radicalmente le regole del gioco, soprattutto per chi si deve inserire nel mondo del lavoro. In fondo, nonostante tutto, dalla tecnologia tutti alla fine si aspettano solo che permetta di risolvere qualche piccolo problema contingente o di trovare un modo più comodo di svolgere il proprio lavoro quotidiano.

Le università e, in particolare, le facoltà di lingue, di lettere e, più in generale, delle cosiddette discipline umanistiche dovrebbero porsi l’obiettivo di fornire basi e strumenti che permettano agli studenti di affrontare il rapporto, ormai ineludibile, con la tecnologia e le modalità di lavoro e comunicazione correlate, integrandone la preparazione con conoscenze e metodologie proprie del mondo scientifico e tecnologico. Le figure che emergeranno dovranno disporre di competenze diverse che le mettano in grado di muoversi con sicurezza e consapevolezza anche in settori tradizionalmente ostili agli umanisti.

Alcune di queste competenze non saranno solo tecnologiche, ma più “semplicemente” tecniche. Gli studenti di traduzione, per esempio, sono in maggior parte del tutto impreparati ad affrontare il mercato delle libere professioni e quello imprenditoriale, pur essendo consapevoli della difficoltà di inserimento in aziende. Un solido bagaglio di conoscenze tecnologiche, invece, permetterebbe loro di offrirsi in modo differenziato alle aziende, mentre un’adeguata introduzione ai temi economici permetterebbe loro di disporre di una bussola con cui affrontare l’oceano dell’imprenditoria.

È quindi necessario arrestare lo sviluppo di competenze che non troveranno inserimento per via del regresso patito e offrire invece la possibilità di reale impiego a quelle che si è comunque in grado di produrre arricchendole di capacità pratiche e tecnologiche, anche se questo comporterà la rinuncia a rendite di posizione ormai comunque in esaurimento.

In definitiva, penso all’opportunità di ricondurre i corsi di laurea umanistica all’insegnamento di un mestiere, inteso come complesso di nozioni teoriche e tecniche necessarie a compiere un lavoro facilitandone l’esecuzione, che apra alla pratica di una professione intesa non più solo come attività intellettuale, ma finalmente anche e soprattutto a scopo di guadagno.