L’innovazione come Erisittone

Crescita della popolazione mondiale in relazione ad alcuni dei principali eventi nella storia della tecnologia
Fonte: Fogel R. W., Fuga dalla fame

Di recente, un articolo di Innovation Excellence ha riproposto la tesi secondo cui l’innovazione divora se stessa.

Proprio come Erisittone, infatti, l’innovazione è condannata a una fame inesauribile, ma il cibo non fa che alimentarla ulteriormente, finché non le resta altro di cui cibarsi che se stessa.

In Fuga dalla fame: Europa, America e Terzo mondo, 1700-2100, il premio Nobel per l’economia Robert William Fogel inserì un diagramma che associava alla crescita della popolazione mondiale alcuni dei principali eventi nella storia della tecnologia. Si tratta spesso di una corrispondenza biunivoca: a grandi avanzamenti corrispondono sempre esplosioni demografiche che possono precederli o, più di frequente, seguirli.

Così come furono l’avidità e l’empietà di Erisittone  a scatenare la collera della dea Demetra, la madre terra, anche nel caso dell’innovazione, specie quella tecnologica, sono le ragioni che la motivano a esporla all’autofagia.

Avidità ed empietà sono spesso all’origine dell’ossessione per la riduzione dei costi e la reingegnerizzazione.

Tuttavia, riduzione dei costi e reingegnerizzazione in sé non sono sufficienti per sopravvivere. Senza bisogni percepiti, come sostiene Joseph Engelberger, la spinta a innovare diminuisce.

In un altro post, molto articolato, anche se in qualche modo impreciso, Kevin Hendzel, che si definisce «premiato traduttore, linguista, autore, consulente dei media nazionali ed esperto dell’industria della traduzione», sostiene che «nel mercato dei servizi linguistici, il fallimento ha un costo salato».

Verissimo. Infatti, in questo settore, forse più che altrove, l’eccellenza è invisibile.

Tra le 14 e più cose che, secondo Laura Spencer, i clienti dicono di solito, molto probabilmente mentendo sapendo di mentire, alcune sembrano calzare a pennello addosso ai clienti di questo settore.

«Non ho domande» è un atteggiamento abbastanza comune nei clienti che non riescono a districare la complessità di un settore e un’attività loro estranei e poco importanti.

Dice anche del rifiuto di essere “educati” da qualcuno che non appartiene alla stessa classe di attività, e di solito implica un implicito «Bada a te, che ai miei affari ci penso io».

Questo atteggiamento potrebbe essere origine di problemi nel proseguo, ma l’unico modo per evitarli o almeno contenerli è porre domande, raccogliere quanti più requisiti possibile, incoraggiando il cliente a parlare dei sui dubbi e dei suoi timori riguardo al progetto.

Senza rassicurarlo, ma facendo domande mirate dalle quali emergano la competenza e le capacità necessarie a condurre il progetto.

Un altro classico è «Così tanto? Non credevo che sarebbe costato tanto. Non posso permettermelo, non ho budget».

Anche in questo caso, la tentazione di educare il cliente è forte, e bisogna resistervi: la frase di cui sopra ne sottintende un’altra più sottile e offensiva: «Non vedo cosa ci sia di così difficile da giustificare quel prezzo» e, magari, «Potrebbe farlo mia figlia, forse anche meglio».

È evidente che se così fosse, il cliente non avrebbe avuto bisogno di una consulenza.

Meglio trattenersi dal chiedersi perché non abbia assunto la figlia, non è solo inutilmente e altrettanto offensivo, è stupido.

La cosa migliore è offrire una scomposizione del servizio nelle varie attività con le competenze necessarie e i relativi costi. È possibile che questo influisca sulla determinazione del compenso, ma è un rischio negoziale che vale la pena di correre per dimostrare al cliente di essere alla sua altezza.

E se si dispone di un sistema qualità, questa scomposizione non dovrebbe essere un problema.

Infine, l’urgenza. In una realtà strutturata e organizzata, le urgenze non dovrebbero mai presentarsi. Quando succede, vuol semplicemente dire che c’è stato un difetto di pianificazione: qualcuno ha sbagliato. Di solito si cerca di rimediare scaricando l’onere della riparazione dell’errore sull’anello più debole della catena di approvvigionamento.

Rivendicare la dovuta importanza per il proprio ruolo non serve. Lamentarsi nemmeno. L’unica soluzione è riconoscere l’urgenza, anche se non ve ne sarebbe motivo, ed esigere il giusto compenso per risolverla, motivando la richiesta con l’unico argomento che il cliente è capace di e disponibile a riconoscere: il tempo. La produttività, poi, è un elemento chiave per qualsiasi impresa: se si è in grado di disarticolare il servizio nei suoi componenti, sarà possibile indicare i relativi parametri di produttività e giustificare la maggior pretesa.

Come sostiene Kevin Hendzel, tutti i clienti, grandi o piccoli:

  • hanno bisogno dei servizi che richiedono, che possono spesso risultare determinanti;
  • non sono in grado di valutarne la qualità;
  • non vogliono, come chiunque altro, apparire impreparati o creare problemi alla loro azienda;
  • vogliono conservare il loro lavoro;
  • operano in un ambiente altamente competitivo.

Secondo Kevin Hendzel, il cliente esprime generalmente requisiti che vanno ben oltre le sue capacità di controllo. Non è una novità; è per questo che anche questo settore è afflitto da asimmetria informativa. La buona notizia è che i clienti sono in grado di attenuare questi rischi. La cattiva notizia è che non è il TEP la risposta.

Il TEP è l’unica soluzione che sanno offrire gli operatori del settore perché è l’unica cosa che conoscono, anche se il modello è decisamente superato.

È questa incapacità di offrire soluzioni personalizzate che rende la maggior parte degli operatori di questo settore distanti dai propri clienti, tanto quanto questi lo sono da loro.

Kevin Hendzel giustamente ricorda che i clienti, specialmente quelli di grandi dimensioni, cercano di ridurre i rischi utilizzando più fornitori, che presentino magari diverse capacità linguistiche e tecniche.

Questo non toglie che quegli stessi clienti spesso ricorrano a fornitori diversi per l’incapacità di aggregare la spesa dei vari uffici, generalmente per insufficiente comunicazione con conseguente duplicazione delle funzioni e maggiori spese.

Di fatto, questo accade per ogni attività considerate estranea al core business.

Forse, allora, è il caso anche di smettere di insistere sul fatto che l’industria della traduzione vale 33 miliardi di dollari.

La maggior parte, troppi, LSP, infatti, sono ancora presi dalla specificità della loro attività, e dimenticano che non interessano a quelli che non sono del settore e che per questo vorrebbero “educare”, giacché non è necessario conoscere le sfumature di questa attività dai più considerata marginale per ottimizzarne il processo di acquisizione, vale a dire esprimere i propri requisiti in materia.

Come nella maggior parte degli altri settori, gli esperti servono proprio ad assistere i clienti in questo. Si chiama consulenza, e di solito fa parte del servizio. Anche se magari si paga a parte.

Secondo le stime di Common Sense Advisory, il fatturato per i servizi resi all’industria manifatturiera è oltre un terzo di quello dell’intero settore.

Ma quanti LSP sono effettivamente in grado di integrarsi efficacemente nella catena di produzione dei clienti che producono macchinari, prodotti e attrezzature mediche e farmaceutiche, computer e apparecchiature elettroniche, automobili e altri mezzi di trasporto?

Questi clienti operano con vincoli molto precisi riguardo a competenze, requisiti normativi e di qualità, con volumi e combinazioni linguistiche in costante aumento. Anche i tempi si fanno sempre più stretti.

In Understanding Post-Editing, Kirti Vashee propone un confronto tra vari livelli di produttività che merita attenzione.

  TEP Moses altamente personalizzato Esperto di media capacità Esperto di grande capacità
Parole tradotte al giorno 2.500 3.000 6.000 9.000
Tariffa oraria $ 45,00 $ 45,00 $ 45,00 $ 45,00
Tariffa a parola $ 0,15 $ 0,12 $ 0,10 $ 0,075
Costo giornaliero (tariffa oraria) $ 360,00 $ 360,00 $ 360,00 $ 360,00
Costo giornaliero (tariffa a parola) $ 375,00 $ 360,00 $ 600,00 $ 675,00
Progetto di 500.000 parole
Costo su base oraria $ 72.000,00 $ 60.000,00 $ 30.000,00 $ 20.000,00
Costo su base a parola $ 75.000,00 $ 60.000,00 $ 50.000,00 $ 37.500,00
Giorni/uomo 200,00 166,67 83,33 55,56

Le aspettative dei clienti cambiano. E altrettanto dovrebbero fare le risposte dei fornitori. L’ostilità verso la traduzione automatica da parte della gran parte della comunità dei traduttori e della quasi totalità dei docenti di traduzione rappresenta un ostacolo alla sua adozione di massa che, tuttavia, è essenziale per l’evoluzione dell’intero settore.

Margini LSP con e senza MT
Fonte: Kirti Vashee/Asia On Line

D’altro canto, mentre molti LSP non appaiono ancora in grado di offrire servizi per la personalizzazione dei motori di traduzione automatica, appare altresì evidente il desiderio di sfruttare l’innovazione, indipendentemente dal livello di coinvolgimento.

Il problema degli LSP è che sono per lo più incompetenti, almeno per quanto riguarda la traduzione automatica e le tecnologie per la traduzione in generale.

Alcuni LSP sono letteralmente alla disperata ricerca di un modo per sfruttare la traduzione automatica per ridurre, così pensano, i loro costi e soddisfare le crescenti esigenze dei loro clienti in fatto di produttività, velocità e agilità.

In realtà, la maggior parte degli LSP non può permettersi il tempo e i costi necessari alla personalizzazione di un motore di traduzione automatica.

Il problema di fondo è sempre lo stesso: pochissimi LSP dispongono della massa critica necessaria ad investire in quest’ambito.

A ben vedere, nemmeno uno dei grandi operatori del settore, però, ha prodotto sostanziali innovazioni di prodotto, tecnologiche o di processo.

Quando i clienti non ricevono nuovo valore dai fornitori tradizionali in risposta a nuove o velate esigenze, li abbandonano e si adoperano loro stessi in qualcosa di diverso per conseguirei loro obiettivi.

Questo è il motivo per cui l’innovazione in traduzione è sempre venuta dai tanto disprezzati non addetti ai lavori.

L’ultimo esempio l’ha offerto un articolo apparso sull’Economist del 10 novembre che racconta della causa intentata dallo stilista calzaturiero francese Christian Louboutin a Yves Saint-Laurent. La causa è stata intentata presso un tribunale del paese che costituisce il più importante mercato per entrambe le parti.

Nella vertenza, i legali di Louboutin si sono serviti di TransPerfect per soddisfare le leggi francesi sulla privacy pur obbedendo alle disposizioni del tribunale americano e far tradurre un gran numero di documenti dal francese, dall’italiano e dallo spagnolo.

L’Economist ha ricordato che, nel caso dell’acquisizione di Sanyo da parte di Panasonic, nel 2009, TransPerfect ha incassato 25 milioni di dollari di onorari per la traduzione di circa 100 milioni di parole.

È un compenso enorme, e tutto lascia supporre che lo sia stato anche quello per il caso Louboutin, e nella maggior parte dei commenti ricorre il tema dei compensi ridicoli corrisposti ai traduttori, che sono poi quelli grazie al cui lavoro lo stilista calzaturiero francese ha potuto vincere la vertenza con la grande maison.

Anche in questo caso, i profitti di TransPerfect provengono dai servizi base che qualunque LSP del mondo è in grado di offrire, senza nessun particolare supporto tecnologico.

D’altro canto, il modello di business di TransPerfect non ha nulla di innovativo e TransPerfect, come i suoi omologhi, non ha sviluppato tecnologia né introdotto innovazioni di processo o di prodotto. Tutt’al più le ha acquisite da altri.

L’articolo dell’Economist si chiude con un’affermazione in qualche modo provocatoria, almeno per un linguista, ma alquanto prevedibilmente banale: «Le forze gemelle della globalizzazione e della tecnologia possono spingere molti mediocri avvocati fuori dal mercato, ma coloro che padroneggiano le lingue e i computer potrebbero essere richiestissimi».

In effetti, l’ente di statistica americano dà in forte crescita il settore della traduzione e dell’interpretariato. Negli USA, appunto.

Sempre secondo  l’ente di statistica americano, traduzione e interpretariato sono ben pagati, al punto che gli stipendi annui di interpreti e traduttori possono raggiungere le sei cifre, a seconda di dove vivono e lavorano. Per i dipendenti, forse, e negli Stati Uniti, magari. Non nel resto del mondo, dove conoscere almeno una seconda lingua è ormai un must.

Le frasi di cui sopra, quindi, assumono tutt’altra connotazione, in questa prospettiva.

Un’interessante infografica realizzata da META-NET, la rete di istituti di ricerca europei finalizzata alle tecnologie linguistiche, rileva la possibile crescita del mercato digitale europeo attraverso le tecnologie linguistiche e rafforza l’idea, quantunque osteggiata, soprattutto da accademici avvinazzati, che la competenza in traduzione è un tavolino a tre gambe, che si regge su dati, strumenti e conoscenze. La lingua è solo uno strumento, una tecnologia, mentre la conoscenza è fatta di competenze che prevedono la capacità di produrre, e utilizzare dati e tecnologie.

L’innovazione ha sempre fame. E divora se stessa. Anche le lingue lo fanno, per inseguire l’innovazione, cambiando e arricchendosi. O svanendo, in caso contrario.

Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii

I commenti sono chiusi