Non ci sono più le mezze stagioni

Gregge

Il n’y a pas de vérité, mais seulement une perception.
Gustave Flaubert
In ascensore

Di recente, la DGT ha rilasciato un rapporto sullo stato della professione nell’industria della traduzione nell’UE, redatto da Anthony Pym, François Grin, Claudio Sfreddo e Andy L. J. Chan.

La prima domanda che viene da porsi è: che c’entrano due svizzeri e un cinese con l’UE? Vada per Grin e Sfreddo, autori di The Economics of the Multilingual Workplace per Routledge, ma Chan? Una ricerca porta a scoprire che ha seguito un dottorato in traduzione all’Universitat Rovira i Virgili di Tarragona, l’ateneo di Pym, oltre a un suo interessante articolo per il Translation Journal in cui affronta il tema dell’asimmetria informativa e la teoria dei segnali nell’economia del lavoro.

Nell’ambito degli studi sull’industria della traduzione, l’asimmetria informativa è stata affrontata anche in una ricerca tutta italiana.

La presenza di un’asimmetria informativa in alcune transazioni a causa di una disparità di accesso alle informazioni altera gravemente le condizioni per lo scambio di beni e servizi e dei segnali di cui una parte si serve per trasmettere informazioni su di sé all’altra, per esempio sul proprio livello di competenza, attraverso determinate credenziali il cui valore informativo deriva dalla percezione di esse da parte del ricevente.

Partendo dal presupposto per cui le basse tariffe dei traduttori sono generalmente attribuite alla modesta considerazione in cui è tenuto il loro lavoro, Chan tenta di illustrare le ragioni di questa percezione sostenendo che le distorsioni indotte dall’asimmetria informativa e da un conseguente inefficace sistema di segnali alla fine portano all’affermazione della legge di Gresham anche nell’economia del lavoro. L’efficacia dei segnali è funzione della capacità di differenziazione e valorizzazione. La modesta percezione del lavoro dei traduttori, quindi, si può modificare innalzando la condizione professionale. A sua volta, quest’innalzamento si può ottenere attraverso l’accreditamento e la certificazione. La soluzione, tuttavia, sarebbe assolutamente parziale: lo stesso Chan ammette che, oltre a esserne controversa l’utilità, la definizione di un efficace sistema di accreditamento è più facile a dirsi che a farsi, innanzitutto viste le difficoltà nella valutazione e gli sforzi necessari all’accoglimento di esso (come è stato, per esempio, per le ISO 9000).

Grin, Sfreddo e Chan sono una sorta di “economisti di settore” e si può ragionevolmente ritenere che le loro analisi siano condotte in modo affidabile, con rigore scientifico, cosa che non si può sempre dire per altre blasonate o comunque pretenziose, ma tutte, per molti versi, non appaiono meno degne di attenzione delle semplici riflessioni di quanti dichiarano sinceramente di non avere idea di come vadano le cose e perché.

Tutto sembra indicare una tendenza a prezzi più bassi e alla ricerca di professionisti altamente qualificati e specializzati. Le cose sembrano in contraddizione, ma non lo sono.

Nel rapporto UE si dice chiaramente che per status si intende il valore presunto delle competenze, piuttosto che l’effettiva capacità. Per questo, a uno status elevato corrispondono autorevolezza, prestigio, affidabilità, compensi maggiori e perfino il riconoscimento a un diritto di esclusività professionale.

In un mondo in generale ancora fortemente discriminatorio e penalizzante per le donne, il fatto che la traduzione sia storicamente una professione al femminile, tuttora caratterizzata da una prevalenza di donne intorno al 70% o più, sicuramente sfavorisce il riconoscimento di uno status elevato.

Tuttavia, le soluzioni indicate da Pym, Grin, Sfreddo e Chan sono quanto meno discutibili. Se è vero che gli organismi di categoria svolgono al massimo funzioni informative e sociali, forse andrebbero esaminate le attese riposte in esse dagli aderenti, e valutata la loro efficacia in merito tanto alle prime quanto alle seconde. Da organismi che dedicano gran parte dei loro sforzi a raccogliere denaro per sostenersi e remunerare i loro rappresentanti, non c’è da attendersi che possano tutelare coloro che dovrebbero rappresentare. Allo stesso modo, bisognerebbe chiedersi le ragioni dell’immobilità degli organismi “storici”, a cominciare dalla rassegnata impotenza dei vertici fino alla convinzione di poter sfruttare posizioni acquisite, ancorché in ribasso, magari a fini di visibilità personale.

Tutto questo, nello studio in questione non c’è, e forse era da sciocchi pretenderlo o attenderselo. Del resto, se l’appartenenza a un organismo di categoria deve essere un “segnale”, è evidente che certi meccanismi sono divenuti quantomeno inefficaci.

È antistorico, quindi, oltre che contrario agli indirizzi più volte espressi dall’UE, proporre di istituire per legge meccanismi di accreditamento e certificazione, anche attraverso gli organismi di categoria, perché ricalcherebbero gli invisi impianti ordinistici come conventio ad excludendum. Tuttavia, non sorprende che a proporlo siano due cittadini di un paese storicamente chiuso e un accademico il cui paese di adozione sforna traduttori in soprannumero generalmente considerati inadeguati a soddisfare le esigenze dei committenti. L’EMT, il cui modello è riproposto a più riprese nello studio, non ha dimostrato di portare altri frutti se non soddisfazione personale (e forse pecuniaria) ai suoi ideatori, ma della sua efficacia non si hanno riscontri concreti. Più genericamente, equivale a dire che occorre preparare migliori traduttori, ma non assumersi la responsabilità di farlo né, tanto meno, degli eventuali fallimenti.

Per finire, il riferimento a casi studio americani, canadesi e australiani è l’ennesimo indice di incertezza, che ben si sposa con quella sulle stime sul numero di traduttori; entrambe la dicono lunga sullo status attuale e sulla percezione che ne hanno i traduttori stessi. Sarebbe bastato dare un’occhiata agli studi di settore condotti dalle amministrazioni tributarie dei vari Paesi Membri: solo in Italia, come risulta dallo studio di settore pubblicato nel maggio 2009, le persone fisiche che avevano dichiarato di svolgere come unica attività quella di traduttore e/o interprete erano poco meno di 6.000, mentre le società erano poco più di 2.000.

Malgrado l’autorevolezza degli autori e gli sforzi che bisogna riconoscere loro, lo studio dell’UE è l’ennesimo spreco di denaro pubblico, che, a una lettura attenta, non può che contribuire a peggiorare ulteriormente la percezione che l’uomo della strada ha del settore.

Perfino l’executive summary è da dimenticare, e la cosa è tanto più grave perché chiunque si accinga a redigere un documento così corposo e presumibilmente denso sa o immagina che sarà l’unico capitolo letto.

La modesta percezione spiega anche perché, tradizionalmente, la traduzione abbia sempre ricevuto ben poca attenzione in economia. In The impact of English dominance on literature and welfare, Jacques Mélitz già sottolineava il ruolo della traduzione come veicolo di commodity che, quindi, come tale, ha valore di per sé, perché genera benessere (utility). In fondo, la commodificazione della traduzione viene anche da qui.

Un altro fattore di commodificazione della traduzione è il prezzo, ma non nel senso che ci si potrebbe ovviamente aspettare. Nell’erogazione di un servizio, l’impegno aumenta al crescere del compenso e diminuisce con il diminuire della domanda. Quindi, fissato un prezzo, l’incentivo a fare un buon lavoro dipende dal rischio di perdere il cliente, e questo rischio diminuisce al crescere della domanda, secondo la teoria dei salari di efficienza.

La discutibilità delle conclusioni cui giungono Pym, Grin, Sfreddo e Chan appare ancor più marchiana nel leggere una discussione sollevata dalla domanda di un’imprenditrice, tanto articolata quanto genuina e diretta, al punto da apparire ingenua per provenire da una consumata professionista. Telelavoro

In fondo, per un imprenditore dell’industria della traduzione (e sono comunque parole grosse), è più che lecito chiedersi come sia possibile che un affermato traduttore professionista specializzato, che afferma di lavorare esclusivamente nella traduzione, non riesca a superare la soglia dei 30.000 euro di fatturato l’anno e, parimenti, come gli sia possibile rifiutare ripetutamente di lavorare.

Più delle domande sono interessanti le risposte e, soprattutto, le “non risposte”, che eludono la questione o ritornano sui soliti luoghi comuni, tipici delle discussioni da ascensore, per la serie “eh, signora mia, non esistono più le mezze stagioni…”

Alla lettura degli interventi dovrebbe seguire quella di un annuncio apparso su un sito di offerte di lavoro e su LinkedIn. I commenti all’annuncio offrono, meglio di tanti rapporti, la percezione del lavoro di traduttore, anche da parte di tanti sedicenti professionisti. Si potrebbe chiudere con una gustosa vignetta, alla quale fanno da cornice commenti altrettanto eloquenti, per numero e contenuto.

A volersi proprio far del male, poi, e illanguidire nel brodo di pessimismo di alcuni degli utenti ProZ che hanno partecipato alla discussione di cui sopra, si potrebbe riflettere sul tono e il modo con i quali una società romana propone i propri corsi di inglese giuridico, che riflettono con discreta precisione la considerazione in cui è tenuta la traduzione da alcuni dei professionisti il cui status è oggetto di invidia e ammirazione per le ancora tante signore che si stracciano le vesti per l’assenza di un ordine e lo reclamano a gran voce, in realtà urlando alla luna nel deserto. Questi corsi sono rivolti ai professionisti operanti in ambito internazionale per i quali «la padronanza dell’inglese generale e del linguaggio tecnico-giuridico inglese è uno strumento fondamentale e irrinunciabile», e il loro successo «si fonda principalmente sulla scelta dei docenti, avvocati inglesi ed internazionali di grande esperienza e professionalità». Il fatto che questi corsi siano pubblicizzati e raccomandati anche da traduttori per i traduttori dà conto dell’ipocrisia con la quale è trattato, per esempio, il tema della formazione dei traduttori, e conferma la convinzione, anche da parte dei traduttori stessi, che la profonda conoscenza di un settore è molto più importante delle capacità linguistiche in sé, anche se solo provare ad avanzare quest’ipotesi, magari nel corso di una cena conviviale, al termine di un convegno internazionale, può scatenare l’ira funesta di un accademico avvinazzato.

Del resto, l’importanza di dati, strumenti e conoscenze è riconosciuta solo sulla carta perfino dai più celebrati analisti, che ancora perdono il sonno a cercare di collocare il project management senza risolvere l’enorme confusione intorno al ruolo, magari intervistando qualche vero professionista in più rispetto ai trenta indicati. Peraltro, la disciplina è trasversale e non prevede, quindi, che un language project manager debba essere in possesso di requisiti specifici; anzi, a dire il vero, l’industria della traduzione conta davvero un numero di project manager spropositato rispetto agli altri settori produttivi, in particolare quelli tecnici. E anche questo, alla fine, contribuisce alla modesta percezione del settore: è un “segnale” decisamente negativo e riempire un brief di condizionali non serve come liberatoria.

Sono così tanti quelli che si ostinano a dipingere un quadro positivo della professione di traduttore, che ci si chiede perché le retribuzioni siano così modeste, e sono talmente tanti quelli che, nonostante le infinite lamentele, si affannano a voler fare questo mestiere da chiedersi cosa li spinga. Qualcosa evidentemente non quadra.

Già qualche anno fa anche Ignacio Garcia dipingeva un quadro piuttosto desolante per il futuro della traduzione come professione indipendente, giacché la formazione primaria dei traduttori ruotava (e ruota) ancora intorno alla teoria e alla tecnica della traduzione, anziché agli ambiti di conoscenza. Nello stesso periodo, Renato Beninatto rilasciava un’intervista nella quale si spingeva ad affermare candidamente che mentre è possibile insegnare a tradurre in due mesi a un medico che parli due lingue, non si può certo insegnare a un traduttore a fare (o sembrare) un medico in due mesi.C.C. Baxter

Sebbene non si sia avverata del tutto, la previsione di Garcia non era campata in aria. La maggior parte dei traduttori professionisti adotta già il modello TM+MT, “relegandosi” di fatto al ruolo di post-editor, mentre molti MLV applicano da prima ancora il modello utility ai piccoli progetti. Gli “alveari” di cui parlava Garcia nel suo articolo, invece, esistono già ed esistevano anche ventidue anni fa sotto forma di capannoni industriali alla periferia di aree urbane ad alta densità produttiva che ospitavano decine di giovani (e meno giovani) traduttori seduti a scrivanie allineate come tanti C.C. Baxter.

I vari Gouadec, Gambier, Melby, Pym si sforzano da anni a di spiegare (non si sa bene a chi) che un traduttore professionista combina competenze tecniche, di solito ad altissimo livello, con una formazione in teoria e tecnica della traduzione, e padroneggia le relative tecnologie allo stato dell’arte. Non ci dicono però quanti sono i fenomeni di questo tipo in circolazione che si guadagnano da vivere traducendo.

Non ce lo dicono perché questa figura non è sostenibile e fanno finta di non saperlo, oppure, ed è peggio, proprio non lo sanno.

Come non sottoscrivere allora l’invito a «coltivare una seconda fonte di reddito»? Poi, però, ci si chiede perché dedicare tanto tempo e attenzione a dibattere un argomento che non dovrebbe rivestire (più) alcun interesse.

Si potrebbe cambiare il modello di remunerazione, adottandone uno che tenga conto della complessità dell’incarico, del tempo richiesto per svolgerlo, della varietà e/o specificità terminologica, delle esigenze stilistiche, della tecnologia necessaria ecc., ma si rischia di non incontrare il favore del potenziale cliente che potrebbe non capire la metrica e rifiutarla. Se si usa ancora il conteggio a parole di derivazione editoriale tradizionale, con casse tipografiche e tutto il resto, è anche perché il cliente ha quanto meno la percezione di sapere cosa paga, anche se è comunque vero che se il potenziale cliente pensa che una certa richiesta economica è eccessiva non la accetterà. Parimenti, anche sottostare alle richieste del committente è indice di percezione di status modesto, ed è cosa che accade normalmente nell’industria della traduzione, in cui è spesso l’acquirente a dettare termini e condizioni di incarico e, in particolare, di pagamento.

E siamo di nuovo alle percezioni.