Pecore e neutrini

Doggy styleBuona parte della mattinata di giovedì 16 febbraio 2012 è trascorsa all’insegna dell’indignazione e lo sberleffo per un grossolano quanto macroscopico errore di traduzione. Il titolo del bando per un assegno di ricerca presso il Dipartimento di Biotecnologie Agrarie dell’Università degli Studi di Firenze recitava “Dalla pecora al pecorino: tracciabilità e rintracciabilità di filiera nel settore lattiero caseario toscano”, e “pecorino” era stato reso inizialmente in inglese con “doggy style, con cui si indica la posizione dell’amplesso nota in italiano come “a pecorina”.

Uno scivolone che ha suscitato reazioni emblematiche e paradigmatiche dell’industria italiana della traduzione, e non solo.

La reazione più immediata, diffusa, ma anche scomposta e ridicola è stata attribuire l’errore a un traduttore automatico, palesando così un’ignoranza almeno pari a quella dell’autore, umano troppo umano. Forse è preferibile rinunciare a sapere in che modo si è arrivati a questa patacca sesquipedale: la risposta potrebbe essere davvero terrificante.

La figuraccia, poi, ha assunto contorni internazionali quando, a Bruxelles, senza batter ciglio, qualche zelante estensore ha ripubblicato il bando sul sito della Commissione Europea. Alla faccia dei 19.367 euro di budget e della prosopopea dei funzionari dell’Unione.

Ha ragione Renato Beninatto a sostenere, come ha fatto di nuovo, di recente su Facebook, che «translation is only in the news when it is bad! Nobody writes a story about how good a translator or an interpreter was».

Dopo il clamore suscitato dalla notizia, in tarda mattinata, il ministero corregge l’errore ed emette un comunicato ufficiale in cui si scusa e chiede con cortesia la benevolenza dei cittadini, mostrando così anche una discontinuità di stile, almeno rispetto al famigerato comunicato sul tunnel dei neutrini di Maria Stella Gelmini (prontamente rimosso) e alle reazioni che seguirono le polemiche.

Le polemiche sono continuate, generalmente in modo molto sterile, come spesso accade con i professionisti delle lingue.

È davvero “imperdonabile che un ufficio universitario possa pubblicare un simile documento”? Sono imperdonabili semmai i pregiudizi e gli stereotipi sugli italiani con cui la stampa britannica ancora provvede ad allietare i sudditi di sua maestà, ma non è una buona ragione per pretendere di informarne tutti i propri conoscenti concludendo, magari, che gli inglesi non si lavano e pensano solo a ingozzarsi di birra tiepida. Da un professionista, specie di respiro internazionale, ci si aspetta legittimamente qualcosa di più e di meglio.

In realtà, la storia di questo svarione dovrebbe dire un paio di cose molto semplici e chiare. La prima è che non si fanno le nozze con i fichi secchi. Si rischia, cioè di rendersi ridicoli a voler ottenere qualcosa senza disporre dei mezzi necessari o a voler fare troppe economie. E siccome comunque non si ottiene niente per niente, magari l’errore in questione è stato dovuto a uno scambio di favori tra accademici. La terra desolata cui è stata ridotta la nostra università da una classe politica insipiente, ideologicamente ottusa e miope, infatti, era già stata ampiamente saccheggiata dagli stessi accademici, con i loro insulsi comportamenti da signorotti feudali.

La seconda cosa che si può rilevare, quindi, se non altro dalle reazioni, è che l’ignoranza è sovrana anche in altri ambiti. “Doggy style” invece di “pecorino cheese” non è solo uno strafalcione, ma le traduzioni di molti sedicenti professionisti sono quotidianamente fonte di perle come quella, dovute a presunzione, supponenza e omessi controlli. Inoltre, a ben vedere, lo strafalcione in questione è frutto di quell’ansia da artista che prende un po’ tutti gli italiani quando si ritrovano una penna o una tastiera per le mani: “dalla pecora al pecorino” è un scialbo tentativo di nobilitare un titolo il cui maggior merito era proprio l’assenza di fronzoli e l’estrema precisione.

Infine, l’ultima cosa su cui si può riflettere è obiettivamente più difficile da rilevare. Le prime due dicono che l’ultima categoria a poter aspirare a un riconoscimento, proprio per certe manifestazioni, è quella dei traduttori. Eppure, quella conventio ad excludendum da oratorio (se non altro per numeri) dell’AITI, nella sua insostenibile pretesa di rappresentatività, ha annunciato di aver “iniziato le pratiche di richiesta della normazione volontaria per la professione del traduttore-interprete” in base a “una proposta di legge in corso che prevede, per le professioni prive di ordine, la possibilità di aderire alle norme UNI in un’ottica di valorizzazione/riconoscimento professionale”. Sarebbe una buona cosa, magari accompagnata dall’annunciata “rivoluzione statutaria”  che prevede innovazioni di svolta radicale, dalla diramazione delle convocazioni assembleari via Internet, o in qualsiasi altra forma purché scritta, alle votazioni telematiche per il rinnovo delle cariche sociali e le delibere, dall’introduzione del referendum consultivo alla nuova scadenza per il pagamento delle quote associative. Ovviamente restano in piedi la promozione di iniziative legislative volte al riconoscimento di uno stato giuridico professionale, il divieto a far parte dell’associazione per i titolari di agenzie di traduzione e i membri di altre forme associative che operano come agenzie, e un codice deontologico letto da pochi e osservato da meno, ma che pretende di avere valore erga omnes.