Saltare lo squalo

Saltare lo squaloTra le numerose riflessioni proposte sul fenomeno del crowdsourcing, merita particolare attenzione una che pone il problema dell’eccessivo tasso di contenuti autopromozionali, parziali, sbrigativi e superficiali di Wikipedia in lingua italiana, che ne renderebbe l’affidabilità e utilità complessiva imparagonabile a quella in lingua inglese. A questo, si aggiungerebbe la modestissima capacità dei collaboratori di scrivere in italiano.

Anche il tasso di giornalisti professionisti che dimostrano continuamente di avere scarsa dimestichezza con l’italiano è eccezionalmente alto, e affligge tutti i giornali. I lettori di quelli online spesso segnalano refusi, sviste ed errori contribuendo così a migliorare il tenore degli articoli.

Nei commenti all’articolo di cui sopra e in un post parallelo, si avanza la tesi per cui a fare la differenza siano, banalmente, i numeri, giacché i collaboratori di Wikipedia in lingua inglese sono esponenzialmente di più di quelli di Wikipedia in lingua italiana, e sarebbe quindi questo, e non altro, a produrre voci più complete e più vicine alla neutralità, anch’essa, come la quantità, proporzionale alle energie profuse.

Tutte le considerazioni sull’argomento, però, portano, ancora una volta, all’ennesima riaffermazione della validità del principio di Pareto.

Un’altra annotazione, non meno interessante, riguarda l’accento sugli aspetti linguistici, soprattutto perché a porlo sono non linguisti. I linguisti, o sedicenti tali, si divertono con altro, ma non perdono occasione di rimproverare ai loro interlocutori, siano anche colleghi, anzi preferibilmente se lo sono, i loro peccati di penna e, se vengono colti in fallo, reagiscono piccati.

Anche ProZ è una piattaforma “sociale” e il fatto che nel forum italiano vi si trovino discussioni di modestia ugualmente imbarazzante, non è indice di una situazione tipicamente locale. Anzi, certi comportamenti sono comuni anche negli altri forum, e danno conto di un modo di vedere assolutamente trasversale.

In realtà, se i contenuti sono buoni, interessanti, stimolanti, acuti e sintetici, i più sono disposti a tollerare qualche erroruccio di disattenzione.

La cura nella redazione di un testo non testimonia “solo” interesse e attenzione per il lettore; più spesso, indica il desiderio reale di comunicare, che, a sua volta, presuppone che vi sia qualcosa da dire.

Altrettanto spesso, invece, testi sciatti, prolissi, inutilmente verbosi, astratti, oscuri o astrusi manifestano frettolosità e insofferenza. Molte newsletter, per esempio, sono così e non è un caso che magari si pretenda di vederle nobilitate da una traduzione per poi scagliarsi contro il traduttore e i suoi errori, veri o presunti se questo non avviene, dando prova di ignoranza crassa e maleducazione, oltre che di mancanza di rispetto per il lavoro altrui.

Da più parti, infatti, viene spesso fatto notare che la traduzione è un’operazione artigianale e che la qualità del risultato finale dipende dalle attese soggettive del committente, dalle sue preferenze in fatto di terminologia e di stile.

Anche per questo, sempre più spesso i clienti sottopongono le traduzioni alla cosiddetta “in-country review” o revisione in loco, inviando il materiale tradotto a una persona di loro fiducia nel paese di destinazione affinché effettui una revisione generale e formuli una valutazione della traduzione.

L’obiettivo della in-country review è favorire l’accettazione del prodotto soprattutto del personale locale che deve curarne la vendita e non deve trovarvi elementi che possano ostacolarne la presentazione ai potenziali utenti.

In teoria, quest’attività dovrebbe essere affidata a persone con una solida formazione linguistica, e una altrettanto solida conoscenza del prodotto. Tuttavia, è generalmente affidata al direttore commerciale, al country manager, al distributore o a un agente locale del cliente che sono sì interessati alla qualità della traduzione e ne comprendendo la portata, ma percepiscono quest’attività solo come un carico di lavoro aggiuntivo e fuori dal proprio ambito.

Per questo, un cliente consapevole e maturo dovrebbe predisporre un glossario e una guida di stile, che servano d’aiuto a traduttore e revisore, e fissare obiettivi e aspettative per la revisione, rendendoli noti a entrambi in modo da ridurre al minimo la possibilità di equivoci, dissidi e perdite di tempo dovute a preferenze personali.

Il primo livello di consapevolezza e maturità consiste nel riconoscere l’inesistenza di corrispondenze linguistiche esatte e biunivoche, a meno di non stabilirle e imporle.

Il secondo livello prevede l’affidamento della in-country review da parte del cliente a propri specialisti che non solo siano davvero padroni della lingua di destinazione, ma conoscano la terminologia di prodotto e i prodotti stessi e non siano solo consci della delicatezza dell’incarico, ma ne comprendano anche la difficoltà.

L’efficacia di una traduzione, però, dipende innanzitutto dalla chiarezza, correttezza e semplicità del testo di partenza, quindi dalla disponibilità di terminologia accettata e consolidata. Questa, contrariamente a quanto molti credono, non è responsabilità del traduttore, giacché rientra, a pieno titolo, tra le specifiche da dettare al fornitore e alle quali questi deve attenersi scrupolosamente.

Se poi il revisore non si attiene alle specifiche e non è quanto meno informato sulla complessità del lavoro del traduttore, non è improbabile che rilevi errori dove non ve ne sono, ovvero non riesca ad attribuire una valutazione corretta, sulla base di criteri predefiniti e condivisi che prescindano da preferenze e scelte soggettive.

Perciò, la in-country review può anche rivelarsi inutile, uno spreco di tempo e risorse. In fondo, come sostiene Christian Springub, «non sappiamo niente degli altri paesi».

Eppure, anche coloro che dovrebbero essere ben più che informati si abbandonano a sciocchezze sesquipedali: è ovvio, infatti, che il solo fatto di pagare una traduzione a parola dovrebbe indurre l’autore del testo a essere parsimonioso nella scrittura, come è altrettanto ovvio che la sola applicazione degli indici di leggibilità non è di per sé garanzia sufficiente.

Ben prima di Ernest Hemingway e di Raymond Carver, nello Zibaldone, al 26 di luglio del 1823, Giacomo Leopardi annotava:

«La chiarezza e (massime a’ dì nostri) la semplicità (intendo quella ch’è quasi uno colla naturalezza e il contrario dell’affettazione sensibile, di qualunque genere ella sia, ed in qualsivoglia materia e stile e composizione, come ho spiegato altrove), la chiarezza e la semplicità (e quindi eziandio la grazia che senza di queste non può stare, e che in esse per gran parte e ben sovente consiste), la chiarezza, dico, e la semplicità, quei pregi fondamentali d’ogni qualunque scrittura, quelle qualità indispensabili anzi di primissima necessità, senza cui gli altri pregi a nulla valgono, e colle quali niuna scrittura, benché niun’altra dote abbia, è mai dispregevole, sono tutta e per tutto opera dono ed effetto dell’arte», e, subito dopo, «Ogni minima negligenza dello scrittore nel comporre, toglie al suo scrivere, in quanto ella si estende, la semplicità e la chiarezza, perché queste non sono mai altro che il frutto dell’arte, siccome abituale, così ancora attuale; perché la natura non le insegna mai, non le dona ad alcuno; perché non è possibile ch’elle vengano mai da se, chi non le cerca, né che veruna parte di veruna scrittura riesca mai chiara né semplice per altro che per espresso artifizio e diligenza posta dallo scrittore a farla riuscir tale».

Hemingway e Carver sono entrambi celebri per il loro brutale minimalismo, ma come altri grandi scrittori, sono in debito con i loro editor. Nel caso di Carver, i pur pesanti interventi di Gordon Lish non alterarono quello che fu e resta il segno distintivo della sua prosa, che lo stesso Carver diceva dovuta al continuo lavoro di limatura.

Le numerose critiche rivolte agli indici di leggibilità, tanto al Flesch-Kincaid quanto al Gunning Fog e al Gulpease non sono perciò infondate. La principale riguarda l’arbitrarietà nella determinazione delle costanti, dal fattore di compensazione, al numero di parole del campione, per finire al criterio con cui questo si seleziona. Inoltre, la lunghezza delle parole non è di per sé indice di difficoltà, così come frasi brevi  e semplici non facilitano necessariamente la lettura.

Gli indici di leggibilità conobbero un lungo periodo di gloria, ma da tempo sono per lo più ignorati, e il tentativo di riproporli fa pensare al “salto dello squalo”. Non sembra lontano nemmeno il momento in cui toccherà al crowdsourcing, con un uso finalmente consapevole, sapiente e ristretto.

In fondo, il crowdsourcing è solo uno degli effetti del passaggio dall’economia di mercato alla società di mercato. È il tentativo di accedere a beni o servizi per i quali non si intende pagare il prezzo richiesto, perché non lo si ritiene adeguato o perché non esiste un altro modo oltre il denaro per averlo. Magari si potrebbe affidare la revisione in loco alla folla…

Anche il crowdsourcing quindi potrebbe rientrare tra i casi proposti da Michael J. Sandel in “What Money Can’t Buy”. In fondo, anche nel crowdsourcing si pone un problema etico, cambia solo lo schema di incentivi e di compensi. E l’atteggiamento che molti esponenti dell’industria della traduzione hanno verso il fenomeno non è diverso dalla sottile moralistica insinuazione alla base dell’ipotesi di un legame stretto tra l’introduzione di leggi sul matrimonio omosessuale e la crescita di domanda di maternità surrogata nei paesi in via di sviluppo formulata da BioEdge.

Si può tornare indietro? Forse, ma non è la soluzione, soprattutto al pensiero che farlo non servirebbe a modificare le condizioni che hanno portato a far collocare Erika Leonard al sesto posto della speciale classifica di Time delle 100 persone più influenti al mondo, anche dopo averla sentita ammettere che l’eroe del suo bestseller, «è ricco e prepotente perché solo così può apparire davvero interessante». La cosa sconvolgente è che se ne siano vendute due milioni di copie, perché il libro realizzerebbe, almeno sulla carta, le fantasie segrete di molte donne, che, alla fine, «vogliono solo un uomo che faccia i piatti».