La quadratura del cerchio

El tiempo es el mejor antologista, o el único, tal vez.
Jorge Luis Borges

Uomo vitruvianoLa norma EN 15038 è come la biblioteca di Babele; quando apparve, sembrò superare perfino la quadratura del cerchio: «l’universo era giustificato, l’universo aveva improvvisamente usurpato le dimensioni illimitate della speranza»[1].

In realtà, la norma EN 15038 è emblematica dell’arretratezza del settore, giacché cristallizza un modello operativo già ampiamente superato all’epoca della convocazione del gruppo di lavoro.

D’altro canto, a ben vedere, di una norma come la EN 15038 non ci sarebbe stato granché bisogno. Le aziende che avessero proprio avvertito l’urgenza di dimostrare la qualità dei loro servizi ai clienti avevano a disposizione le già ampiamente collaudate ISO 9000.

Già dieci anni prima, però, proprio in Italia, la neocostituita Feder.Cen.Tr.I. (ora Unilingue) riuscì a far pubblicare la prima norma in materia, la UNI 10574, che definiva i requisiti dei servizi e delle attività delle imprese di traduzione e interpretariato, ancorché non individuali. Era un palese quanto ingenuo tentativo di sottrarsi ai costi legati all’adesione proprio alle norme ISO 9000, introducendone un surrogato.

In un delirio di autoreferenzialità, il fenomeno si estese a livello europeo: in Germania fu emanata la DIN 2345, in Austria furono introdotte le ÖN 120x e in Olanda trovò spazio la norma Taalmerk.

Con la costituzione dell’EUATC, le associazioni che vi erano confluite cercarono una sponda presso il Comitato Europeo di Normalizzazione (CEN) per armonizzare le norme esistenti. Il CEN costituì un gruppo di lavoro (BT/TF 138), in seno al quale emersero subito i diversi orientamenti. La principale differenza tra i componenti del gruppo di lavoro verteva proprio sulla natura della redigenda norma. Una metà riteneva che potesse e dovesse essere una norma applicativa delle ISO 9000 all’industria della traduzione e l’altra che si dovesse predisporre una norma ad hoc, poiché le ISO 9000 mal si adattavano alla specificità dei processi alla base dei servizi di traduzione ritenuti essenziali nel determinare gli esiti di qualità.

Questo approccio fu causa di un difetto di origine che ha impedito alla EN 15038 di essere generalmente riconosciuta e accettata, anche dal settore oltre che dai clienti.

Dall’insediamento del BT/TF 138 al rilascio della norma, avvenuto nel maggio del 2006, trascorsero più di tre anni, e, malgrado i contrasti iniziali, i lavori furono improntati da subito al raggiungimento dell’obiettivo dichiarato di armonizzazione delle norme esistenti, la più vecchia delle quali, la UNI 10574, era stata rilasciata nel 1996.

Fu chiaro, altrettanto immediatamente, che l’intenzione generale era di formalizzare un modus operandi universalmente adottato, che tenesse altresì conto della modesta capacità tecnologica degli operatori, malgrado in molti fossero avvertiti dell’evoluzione in atto da tempo di cui sarebbe stato, invece, necessario tenere conto. Dovendo, per definizione, una norma incontrare il più ampio consenso, il risultato finale fu piuttosto banale, anche se fu accolto con grande compiacimento. Così, l’unica vera novità, nemmeno particolarmente interessante, fu l’inconsistente definizione di un job ticket relegato nell’Annex A, mentre l’insistenza con cui alcuni avevano richiesto di formalizzare la preparazione di una specifica dei requisiti di un progetto traduzione trovò solo parziale soddisfazione negli Annex B, C e D.

Così, accade di doversi scoprire a dare ragione a Friedrich Nietzsche, quando, in Al di là del bene e del male (277), scriveva che «quando si è finito di costruire la propria casa, ci si accorge di avere in quel lavoro inopinatamente imparato qualcosa, che si savrebbe “dovuto” assolutamente sapere prima di cominciare a costruire».

Lo scarso successo incontrato dalla EN 15038 è dovuto principalmente al fatto che, pur a distanza di quasi dieci anni dall’avvio dei lavori di stesura, il numero di operatori dotati – e disposti a dotarsi – di strutture e processi suscettibili di conformità è spaventosamente basso, ancorché si tratti davvero, ormai, di veri e propri “requisiti di base”.

Infine, la EN 15038 presenta requisiti piuttosto vaghi circa il rispetto di procedure ritenute essenziali, ma non affronta in alcun modo il controllo dei processi; questo fa sì che la certificazione possa interessare solo il servizio, non il sistema di gestione dei processi attraverso i quali viene reso, il che la rende di scarsissimo rilievo e interesse per i clienti, specie per quelli che sono certificati in base a norme o modelli più stringenti, come ISO 9000, e CMMI.

Tuttavia, la stessa autoreferenzialità cui si accennava sopra e che è un tratto caratterizzante di tutto il settore, a cominciare dai freelancer, ha indotto più d’uno nell’errore di prendere la EN 15038 a modello di valutazione di un fornitore di servizi di traduzione ovvero per la negoziazione con esso.

Nel primo caso, la sola scelta della EN 15038 per il proprio sistema qualità dovrebbe essere sufficiente per una valutazione. Qualora non si ritengano le ISO 9000 appropriate, infatti, dopo aver certificato in base ad esse il proprio sistema qualità, si può integrarlo con la certificazione alla EN 15038.

Nel secondo caso, invece, dato il numero limitato di imprese certificate alla EN 15038 – non facendo testo il numero enormemente superiore di quelle che affermano solo di attenersi ai suoi principi ispiratori – proporne i contenuti come base negoziale significa peccare di ingenuità incorrendo in un banale equivoco e proponendosi senza alcuna differenziazione rispetto alla concorrenza.

Fatta la doverosa premessa per cui l’adesione a una norma è sempre e comunque volontaria, una volta fatta la scelta, questa diventa vincolante e imperativa per gli aderenti. Oltre a palesare crassa ignoranza, affermare il contrario renderebbe inutile ogni ulteriore disamina.

Quel che è peggio, però, è che la EN 15038 ripropone il consueto modello TEP (Translate, Edit, Proofread) reso ormai obsoleto e antieconomico dalle tecnologie collaborative. Sono diverse le esperienze documentate di errori introdotti proprio a seguito della fallacia intrinseca del modello TEP, prono quanto meno alle stesse leggerezze cui è soggetta qualunque attività umana.

Nell’ultimo numero della sua newsletter, il 207, Jost Zetsche riporta le parole del lettore Frank Jensen che si lagna del fatto che gli attuali modelli e strumenti di assicurazione della qualità deprivano il traduttore della propria creatività:

«To me it becomes clear that a lot of the dynamics of languages is lost as machine-like (Trados matching) translation and the manic quest for consistency takes over… In short quality is lost on the altar of consistency…»

Quanti traduttori ignorano deliberatamente i glossari aziendali – per non parlare delle guide di stile –  consultandoli solo nella ricerca di termini che sfuggono alla loro conoscenza, anziché attenervisi come dovrebbero proprio e innanzitutto per i termini che ritengono di conoscere? E quanti revisori commettono l’errore, anche peggiore, di modificare le scelte traduttive altrui sulla sola base della preferenza personale e, anche qui, senza tenere in alcun conto glossario aziendale e guida di stile?

Il fatto che glossari e guide di stile presentino elementi discutibili, se non veri e propri errori, non significa che li si possa trascurare, anzi.

D’altronde, il principio cardine della “filosofia della qualità” è di far bene la prima volta, ogni volta.

Maggiore è il numero di passaggi, quindi, e tanto più il progetto è voluminoso, tanto maggiore è il rischio di introdurre errori a ogni passaggio. Questo rischio si può ridurre attraverso stringenti e puntuali specifiche dei requisiti, che molti clienti, però, ritengono fatica sprecata redigere e molti operatori – a cominciare dai “professionisti” – sono incapaci di redigere. La viziata presunzione di certi clienti per cui sarebbe fatica sprecata redigere i requisiti per un progetto di traduzione dipende dalla pessima reputazione che l’attività di traduzione e gli operatori sono riusciti a conquistare e che sembrano ostinatamente impegnati a mantenere.

La norma EN 15038 fa parte di questo impegno.

Tuttavia, ammesso e non concesso che le aziende che acquistano traduzioni fossero interessate a sapere che anche il settore della traduzione è regolato da una norma europea di qualità, bisognerebbe essere adeguatamente preparati per poterle informare con dovizia e precisione. Bisognerebbe, tanto per incominciare, acquistare la norma, studiarla attentamente e seguire almeno un seminario di certificazione.

Se poi si passa a descrivere a un cliente come si dovrebbe svolgere il servizio in base alla norma EN 15038, si finirebbe quasi certamente per suscitare ulteriori perplessità circa l’opportunità e l’utilità di certe procedure e i suoi costi. E se il cliente è certificato ISO 9000, ci si troverebbe probabilmente a dover spiegare perché si è scelto di certificarsi a una norma piuttosto che a un’altra accolta generalmente.

Usare la norma EN 15038 come base di valutazione o, peggio, negoziale può quindi funzionare solo con un operatore del settore che vi abbia già aderito e/o abbia piena fiducia nel modello TEP.

Con un cliente, oltre che con un operatore del settore, però, occorre prudenza nell’uso di determinati argomenti. L’offerta di garanzie, per esempio, può essere controproducente, a meno che non si tratti del rispetto riscontrabile di un preciso codice deontologico. Ma basta una capatina su uno dei tanti luoghi virtuali di incontro della comunità di operatori dell’industria della traduzione per rendersi conto che “etica” è solo una parola.

Di recente, la cinese HiSoft ha perfezionato l’acquisizione della spagnola Logoscript. HiSoft occupa la posizione numero 20 nella speciale classifica dei 50 maggiori operatori mondiali dell’industria della traduzione redatta da Common Sense Advisory, mentre Logoscript è un piccolo operatore di Barcellona.

HiSoft era alla ricerca di un operatore europeo da rilevare già dalla scorsa estate, con il preciso obiettivo di stabilire una definitiva presenza in Europa. L’acquisizione di Logoscript è stata dettata dal desiderio di soddisfare la domanda per le lingue europee, maggiore rapidità nei progetti e dall’obiettivo di ridurre la dipendenza da terzi e aumentare i margini di profitto.

Logoscript non è certificata EN 15038, a dimostrazione che non è l’adesione a una norma superata e fallace a suscitare interesse nei clienti e, tanto meno, in potenziali investitori. Questi cercano capacità che non possono essere certificate da una norma che non presta attenzione ai processi.

I processi sono all’origine dei costi operativi e la capacità di mantenere il controllo di questi è ciò che fa la differenza tra un’impresa redditizia e una “galleggiante”, e non sorprende che anche in aree note per i limitati costi delle risorse vi si presti comunque attenzione. In un settore da sempre abituato all’outsourcing, la capacità di lavorare su margini sempre più ristretti è determinante.

Piaccia o no, quello che conta per i traduttori non è quello che conta per i clienti che, oltretutto, chiedono sempre maggiore attenzione ai loro processi e integrazione in essi dei loro fornitori, che sono sempre più portati a considerare veri e propri partner, nel bene e nel male. Finché i traduttori e, soprattutto, le imprese di settore, non accetteranno di modificare la loro prospettiva, riorientare i loro processi e sviluppare nuove capacità, innanzitutto tecnologiche, le parti in gioco continueranno a parlare lingue diverse.

Non è quindi una norma, tanto meno obsoleta e ottusa, a poter portare alla quadratura del cerchio. Illudersi o anche solo pensarlo non è sciocco, è suicida.

La norma EN 15038 è ancora relativamente giovane, se l’età fosse determinata solo dalla data di rilascio. In realtà, per il difetto d’origine di cui all’inizio, questa andrebbe anticipata di oltre dieci anni, il che significa che la norma andrebbe profondamente rivista, anche, se non innanzi tutto, alla luce dell’evoluzione delle tecnologie per la traduzione.

Il post-editing della traduzione automatica, per esempio, continua a guadagnare terreno, pur permanendo diverse questioni aperte, a cominciare da quella dei compensi e delle relative metriche. A un generale scetticismo di facciata fa però riscontro una altrettanto generale quanto sottaciuta accoglienza nella pratica. Come sempre, l’ipocrisia di fondo pregiudica la possibilità di operare in funzione della definizione di parametri condivisi.

È in fondo più semplice, anche se meno conveniente, adattarsi ai mutamenti nel modello tradizionale imposti dalle innovazioni introdotte da forze esterne al settore che operare per rendersi attori del cambiamento, a cominciare, magari, dal rinunciare a una pericolosa pigrizia mentale per cercare di fare chiarezza.

Una metodica attenzione ai processi permette di sviluppare una sufficiente comprensione della propria struttura dei costi e della propria struttura operativa. Senza questa consapevolezza non è possibile pianificare alcuna evoluzione.

D’altronde, qualunque innovazione richiede investimenti a lungo termine, anche se presenta vantaggi di produttività immediati, generalmente sostenibili e difendibili.


[1] El universo estaba justificado, el universo bruscamente usurpó las dimensiones ilimitadas de la esperanza.