Tutto scorre come un fiume

Panta rhei os potamòs

Francesco Simonini - Caligola nomina senatore il suo cavalloFattori abilitanti

Oltre che sulla tecnologia in generale, Vinton Cerf ha opinioni molto precise e non convenzionali riguardo alla Rete, di cui è uno degli “inventori”. Qualche settimana fa, ha nuovamente espresso queste sue opinioni in un articolo per il New York Times, suscitando un acceso dibattito e offrendo altri pretesti a sostegno delle mai sopite posizioni neoluddiste.

Secondo Cerf, la tecnologia è una delle tante cose alle quali non bisogna dare più valore di quanto non ne abbiano. La sua posizione riguarda l’idea per cui l’accesso alla Rete possa essere considerato un diritto civile anziché “solo” un fattore abilitante e, a sostegno della sua tesi, azzarda un esempio ardito. Un tempo, scrive Cerf, non possedere un cavallo rendeva molto difficile guadagnarsi da vivere; tuttavia il diritto a una vita dignitosa non corrispondeva al diritto di possedere un cavallo. Inoltre, oggi, possedere un cavallo non offre maggiori opportunità a una vita dignitosa: molti non saprebbero addirittura che farsene.

Chissà se, scrivendo il suo articolo, Cerf pensava ai neoluddisti o ai seguaci di Serge Latouche. È improbabile che a quest’ultimo pensasse Nicholas Carr quando, nemmeno tre anni fa (e sembra passato un secolo), scriveva Is Google making us Stupid?.

Is Google making us Stupid?

Is Google making us Stupid? ha avuto una vasta risonanza, al punto che, da allora, Carr è l’autore di riferimento per molti sbrigativi contestatori delle nuove tecnologie del cambiamento digitale (che spesso sconfinano proprio nel neoluddismo).

In sintesi, secondo Carr, il Web sta condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali, incidendo sul modo di leggere, selezionare e memorizzare, ma, soprattutto, demolendo la capacità di concentrazione.

In virtù di quella che egli stesso definisce una sensazione, vale a dire che la Rete stia portando con sé effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare sul piano culturale, Carr azzarda un parallelo con gli effetti indotti dal taylorismo più di un secolo fa e porta ad esempio la Cushing Academy, una scuola d’élite del Massachusetts, nella cui biblioteca i libri sono stati sostituiti da computer per fare ricerche.

Le riflessioni di Cert e di Carr avevano per oggetto i cambiamenti indotti dalla tecnologia, e dalla Rete in particolare, sul nostro modo di pensare e costruire cultura. Jaron Lanier ha senza dubbio più numeri di Nicholas Carr per proporre certe osservazioni critiche, e il fatto che le sue abbiano avuto minor risonanza è indicativo di come l’originalità possa più spesso essere costruita (e magari ipocrita) che genuina e di come sia indispensabile una notevole onestà intellettuale di fondo per affrontare argomenti così complessi.

Forse è anche per questo che quelli come Nicholas Carr dopo un po’ diventano piuttosto noiosi. Pur di continuare a promuoversi, colgono la “domanda luddista”, rispondono e ci prendono gusto, estremizzando le loro analisi ed esasperando argutamente i loro argomenti, anziché aprirsi al dubbio.

In questo modo si espongono al rischio di una lettura superficiale, con la conseguenza di diventare bandiera di quanti sono solo pregiudizialmente ostili al cambiamento. Cambiamento è, ovviamente, una parola grossa e alcuni la evocano proprio per disinnescarla, per svuotarla di significato, facendo passare per cambiamento, magari “epocale”, piccoli aggiustamenti anche banali.

Più di recente, Carr è tornato in qualche modo sull’argomento, sostenendo, questa volta, che il numero di link non è indice di competenza, tanto meno di conoscenza del funzionamento del Web e che, anzi, leggere una pagina piena di link è faticoso, giacché oggi è possibile, e preferibile, offrire un’esperienza di lettura più tranquilla sottraendosi alla continua distrazione.

Tornare indietro, rinunciando a ciò che fino a ieri si è considerata una delle grandi rivoluzioni della Rete è dunque innovazione? Come decrescere?

Too Big to Know

In Too Big to Know, David Weinberger propone un’ulteriore riflessione. Abbiamo sempre saputo che c’erano molte cose in più al mondo rispetto a quelle che potevano entrare nelle nostre librerie o essere raccontate dai media e che i settori in cui dividiamo la conoscenza per poterla gestire non erano poi così separati come la divisione dei nostri scaffali lasciava intendere. La conoscenza sarebbe, invece, una rete di discussioni e ragionamenti che non si blocca mai e in cui si è tanto più intelligenti quanto ci si avvicina alla natura stessa di questa rete. Questa rete abilita dunque la conoscenza, e deve essere ben costruita per non essere vittima della stupidità.

È la perfetta sintesi tra il pensiero di Cerf e quello di Carr, ed offre una spiegazione anche al declino economico delle società avanzate, a cominciare dalla nostra.

Poco meno di un anno fa, il finanziere John Doerr ha offerto una cena agli imprenditori della Silicon Valley, tra cui Steve Jobs, Eric E. Schmidt di Google, Dick Costolo di Twitter e il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg. A quell’incontro ha preso parte anche il presidente americano Barack Obama, che ha approfittato dell’occasione per chiedere a Jobs cosa si dovesse fare per riportare in patria i posti di lavoro che Apple aveva trasferito all’estero. Jobs rispose che non c’era proprio niente da fare, giacché le imprese portano il lavoro dove costa meno, in modo da generare profitti sufficienti a continuare a investire in innovazione, l’unica strada per restare competitivi.

Per le imprese tecnologiche, però, il costo del lavoro è irrilevante rispetto agli investimenti necessari per l’acquisto dei componenti e la gestione della supply chain. L’elemento determinante nella delocalizzazione è la scalabilità degli impianti che dipende dalla scioltezza del sistema istituzionale e fiscale.

L’effetto positivo della delocalizzazione, poi, è stato quello di far emergere l’impreparazione del sistema educativo e di tutela sociale. I nuovi posti di lavoro oggi si creano soprattutto nel settore dei servizi di base o in aree ad elevatissima specializzazione, e la forbice continua ad ampliarsi. In altre parole, i paesi avanzati producono utenti, ma non innovatori, o comunque lavoratori con le competenze di cui hanno bisogno le imprese disposte ad assumere in patria, molto modeste e mal remunerate o estremamente avanzate, ma ad elevata obsolescenza.

In un articolo per il New York Times, anche Thomas Friedman decreta la “fine della media”, facendo ironicamente notare che se i cavalli avessero potuto votare, non ci sarebbero mai state auto. Friedman ricorda come, in passato, i lavoratori di medie capacità svolgessero lavori nella media, guadagnassero nella media e sostenessero uno stile di vita nella media e rileva che, oggi, “media” non corrisponde più a ciò che era un tempo, a cominciare dalla retribuzione. Oggi, i datori di lavoro possono disporre di manodopera superiore alla media, a un costo inferiore alla media, importandola da paesi stranieri, ivi compresa quella intellettuale (i famosi cervelli in fuga) o delocalizzando, e di software e automazione a buon mercato. È il valore aggiunto, quindi, la unique value contribution a fare la differenza.

Il cambiamento è inevitabile, e l’unica cosa che si può dare per certa è che a ogni avanzamento dovranno corrispondere maggiore e migliore istruzione, maggiori e più vaste conoscenze e competenze.

In quel microcosmo che rappresenta, questo è il problema che affligge anche l’industria linguistica. Gli imprenditori del settore che non provengono da esperienze professionali nello stesso ambito adottano lo stesso approccio dei colleghi che operano in altri settori e cercano di portare le attività produttive dove sono più redditizie, ovvero di ricorrere per quanto possibile all’automazione. Gli altri si trovano in mezzo a un guado, non avendo gli strumenti imprenditoriali per adattarsi ai mutamenti del mercato e continuando a coltivare la pretesa di poter disporre di risorse a basso costo e di alto profilo senza doversi esporre con investimenti o interventi diretti.

Troppo vecchi per crescere

È così che le generazioni meno giovani ancora in attività e in grado di affrontare un minimo di innovazione di processo o tecnologica combinano quest’ultima con la loro esperienza e competenza e cannibalizzano letteralmente la fascia alta del mercato, lasciando quella più bassa alle generazioni più giovani, meno qualificate, anche a causa di un mancato progresso nella didattica della traduzione. La fascia intermedia è preda dei professionisti più anziani, con esperienza ma scarsa disposizione all’innovazione, o dei più giovani meno esperti ma più qualificati.

A proposito di didattica della traduzione, nel corso della 6th EUATC Conference di Roma, Inger Larsen ha rilevato che, da anni ormai, Italia e Spagna producono traduttori in soprannumero. Il fenomeno non è dovuto solo alla storica attenzione riservata in entrambe le culture alle discipline umanistiche, ma ad aspetti tecnici peculiari dei due sistemi. In entrambi lo studio delle lingue non è preminente e funzionale, ed è inteso e atteso come accessorio. Così, l’accesso alle facoltà di lingue o di traduzione non è filtrato per preparazione. I test di ammissione, in altre parole, sono misurati sull’eccellenza scolastica non su un livello di adeguatezza al tipo di formazione necessaria «for a career that will span a lifetime, not only for the needs of the current market», come ha sostenuto la stessa Federica Scarpa, della SSLMIT di Trieste, nella stessa occasione

In un mercato realmente maturo, e non solo in termini di teoria economica, la diversificazione è un fattore di successo e la qualità è un prerequisito, non una proposizione di vendita, tanto meno una (unique) value proposition. Affermazioni come quella pronunciata da un laureato dell’anno prima e ripresa da David Katan, sempre nel corso della 6th EUATC Conference di Roma («A non-university trained translator may know two languages, may be bilingual but s/he cannot justify his/her translation choices»), invece, vanno ancora in questa direzione e magari, tra di loro, si trovano i più disponibili a formulare certe facili (e ipocrite) accuse, a cominciare da quelle di name-dropping in cui, per esempio, questo post sicuramente incorrerebbe, con buona pace anche degli argomenti di Carr e della sua nuova idiosincrasia.

Per intendersi, i test di ammissione alle facoltà universitarie dovrebbero prendere molto più sul serio i programmi scolastici, e meno la loro efficacia, e dare per acquisite le competenze linguistiche di base necessarie ad affrontare un corso di traduzione, focalizzandosi sugli aspetti attraverso i quali sia possibile determinare il bagaglio di conoscenze trasversali di un aspirante traduttore.

In buona sostanza, i manichei della qualità indefinita sono Irrilevantiner, per usare un termine caro a Paul Watzlawick.

Del resto è piuttosto comune, anche se ugualmente deplorevole, non solo nell’industria linguistica, utilizzare la forza lavoro come leva finanziaria, ridurla appena si profila qualche difficoltà per poi esagerare in senso opposto al primo segno di ripresa. Non per niente, nel settore, l’esternalizzazione è pratica strategica.

Cosa chiedono molti sedicenti “imprenditori” di settore a quelli che si ostinano a definire loro collaboratori? Flessibilità. Le risorse più pregiate sono quelle che imparano in fretta, non si mostrano particolarmente esigenti, non solo in materia di remunerazione. Tuttavia, venendo i maggiori profitti dai servizi a valore aggiunto, integrare questi ultimi nei processi del cliente può risultare vincente. Questo, però, comporta un impiego sapiente delle risorse e degli strumenti disponibili, oltre che un adeguato livello di formazione continua.

Ecco perché, oggi, il profilo di un professionista del settore può essere paragonato a un tavolino a tre gambe e perché, di queste tre gambe, nessuna corrisponde alla conoscenza della lingua, come trent’anni fa o più. Allora, un lessico ricco in entrambe le lingue di una coppia e la padronanza di esse facevano la differenza. Le altre due gambe del tavolino erano costituite dal bagaglio di conoscenza personale e dal cosiddetto materiale di riferimento accumulato con la pratica professionale. Oggi le tre gambe corrispondo ai dati, disponibili in enorme quantità, agli strumenti per accedervi e manipolarli e al bagaglio di conoscenza personale che permette di comporre i dati secondo necessità. La lingua è “solo” uno strumento tra i tanti.

Questa trasformazione fa parte di quelle intervenute con la pervasività della tecnologia a tutti i livelli.

Maoismo digitale

A voler seguire Nicholas Carr, il rischio più grosso cui ci esponiamo affidandoci alla tecnologia è la perdita della memoria di lungo periodo. In realtà, però, la memoria non si perde, si trasferisce altrove e per accedervi occorre sviluppare conoscenze diverse da quelle cui siamo abituati, formatesi con lo stesso approccio che ha prodotto il loro contrario, la “controcultura” degli anni ‘60, alla base, in fondo, di questa idea di tecnologia oggi in discussione.

Da quella stessa cultura nasce l’idea del crowdsourcing, per esempio, concepito per uno scopo nobile e degradatosi in quello che Jaron Lanier ha brillantemente definito maoismo digitale, dietro il quale si nascondono i nuovi latifondisti.

Ma se le cose stanno così, cosa resta a un traduttore, tolta la lingua? Si può provare a dare una risposta con un esempio. Renato Beninatto sostiene che il settore si sta muovendo in una direzione in cui saranno sempre più importanti le capacità gestionali fini. Eppure, in questo settore il numero di project manager certificati, o comunque formati ad hoc e non improvvisati è spaventosamente basso e non è una scusante il fatto che tutti i progetti di traduzione ruotino intorno al prezzo e alla data di consegna.

Forse, però, questo è uno dei motivi per cui molti progetti finiscono fuori budget e/o oltre le scadenze previste e inducono i cosiddetti stakeholder a concludere che non valga la pena investire. In realtà, spesso dipende proprio da un’inadeguata allocazione di risorse, che può derivare dal fatto che il progetto riceve le giuste risorse, ma viene gestito impropriamente ovvero dal fatto che il progetto riceve meno risorse di quante ne servirebbero o risorse di profilo inadeguato.

In entrambi i casi, però, si tratta di un errore di valutazione iniziale dovuto a inadeguata preparazione e a conseguente improvvisazione.

E allora?

Nel 1915 Henry Ford pagava i suoi dipendenti due volte la media, non certo per generosità, ma perché sapeva, e lo dichiarava esplicitamente, che a salari più alti corrispondevano consumi maggiori, compresi quelli dei suoi prodotti. Dal momento che i salari incidono sulla distribuzione del reddito per il 40%-50%, la mancata espansione della quota di lavoratori autonomi in relazione al numero complessivo di occupati produce una flessione del mercato del lavoro. E la compressione dei redditi nel lungo periodo, a fronte di un incremento delle ore di lavoro (ma non necessariamente della produttività), produce una contrazione della domanda complessiva. Questo spiega anche perché la modesta remunerazione del settore non disincentiva dall’entrarvi. Semplicemente non attrae lavoratori qualificati e questo deprime ulteriormente lo sviluppo di nuove professionalità e la qualità media del mercato.

Come si rimedia? Anche in questo settore gli investimenti giocano un ruolo chiave e, anche qui, un esempio può aiutare a capire come. Negli ultimi anni, Ikea è diventata il primo editore del mondo con 130 milioni di copie del suo catalogo prodotti: oltre 3000 voci, 28 lingue, 36 paesi. Il catalogo è di fatto il principale prodotto, oltre che il maggior fattore di successo della compagnia, ed è gratis.