Novissimo vassallaggio

La società feudaleSe l’introduzione dello chuchotage si deve a Charles de Gaulle e quella della simultanea a Telford Taylor e Richard Sonnenfeldt per il processo di Norimberga, è a Microsoft che si deve quella della localizzazione.

Sul finire degli anni ‘80 del secolo scorso, infatti, Microsoft avviò al proprio interno la distribuzione di un documento contenente indicazioni per lo sviluppo di applicazioni localizzabili, The International Handbook for Software Design, nel tentativo di migliorare l’efficienza interna e ridurre i costi di sviluppo delle versioni internazionali dei propri prodotti.

Col tempo, e soprattutto la crescita dei proventi derivanti dalle vendite sui mercati stranieri, il gruppo di internazionalizzazione crebbe di importanza fino a condurre Microsoft a rivedere completamente la politica di sviluppo e di prodotto, e quel manualetto a uso interno divenne una sorta di “testo sacro”.

Prima di allora, specie nelle grandi aziende, traduzione e localizzazione erano gestite internamente. Nei vari centri di traduzione IBM sparsi per il mondo, per esempio, si sono formate schiere di traduttori e localizzatori che hanno poi dato vita ad altre aziende anche se il loro modello di business e di comunicazione risentiva troppo delle loro precedenti esperienze e si è dimostrato troppo poco flessibile per poter sostenere le sfide dell’innovazione che in quegli anni si susseguivano.

Gli anni immediatamente successivi furono fondamentali per l’evoluzione delle telecomunicazioni. Dapprima ci fu il fax che conobbe un immediato successo non solo grazie alla maturazione delle tecnologie alla base, disponibili da diversi anni, quanto per gli sforzi normativi dell’ITU[1] che portarono alla definizione del primo standard di rilievo e l’ampia diffusione raggiunta in Giappone per la capacità di trasmettere direttamente gli ideogrammi.

In quello stesso periodo cominciarono a diffondersi i primi strumenti di trasmissione dati e fecero la loro comparsa le reti BBS (e FidoNet e Compuserve), anche se era difficile servirsene senza solide conoscenze tecniche.

In Europa, allora, alcune multinazionali avevano stabilito le loro attività di ricerca e sviluppo nel “parco tecnologico” di Sophia Antipolis; Microsoft optò per l’Irlanda: la lingua era la stessa e il paese in grave difficoltà aveva grande bisogno di investitori in valuta pregiata.

Su come, poi, l’Irlanda abbia approfittato delle occasioni maturate in quel periodo e su come si trovi oggi, anche a causa delle scelte di allora, ci sarebbe da scrivere un trattato, anche perché la successiva individuazione dell’India come polo tecnologico ne è in fondo la conseguenza più evidente.

Sulla spinta tecnologica di quegli anni e la conseguente domanda di localizzazione prodotta dalle strategie di vendita sui mercati stranieri nacquero le prime società di servizi linguistici a forte connotazione tecnologica.

Il 1994 segna un passaggio epocale. Trumpet Winsock[2] permette la connessione all’Internet su rete commutata anche agli utenti di Windows 3.11, dando così il via alla diffusione della Rete.

La seconda metà degli anni ‘90 vide quindi l’espandersi della bolla speculativa creatasi intorno alla cosiddetta new economy che toccò il suo apice nel 1998. Risale a quegli anni anche la nascita dei maggiori operatori ancora presenti sul mercato mondiale.

Lionbridge, infatti, è stata fondata nel 1996 ed è stata quotata nel 1999; SDL è stata fondata nel 1992 ed è stata quotata anch’essa nel 1999. TransPerfect è stata fondata nel 1992.

Delle grandi società di traduzione, RWS è la più vecchia, essendo stata fondata nel 1988 e nata dalla fusione di società preesistenti la più vecchia delle quali risale al 1958. RWS ottenne la certificazione ISO 9000 nel 1992. Logos è stata fondata anteriormente a RWS, nel 1978, e la sua storia racconta del tentativo di non restringersi ai servizi linguistici ed estendersi all’editoria, nel senso più ampio possibile.

Tutte le grandi aziende del settore hanno adottato più o meno la stessa strategia basata sull’acquisizione di piccoli operatori e di tecnologie, che fu però fatale a Lernout & Hauspie, fondata nel 1987, quotata nel 1995 e fallita nel 2001.

Tutte hanno anche un altro tratto in comune: i loro fondatori non sono traduttori e se lo sono stati, come Rodrigo Vergara, lo sono stati per necessità. TransPerfect è addirittura emblematica di un modo di entrare e operare sul mercato tipico della maggior parte delle imprese di settore essendo stata fondata nel dormitorio della New York University da due studenti di economia totalmente a digiuno della materia.

L’apparizione di clienti con grandi capacità di spesa e in grado di garantire ricche commesse fu all’origine della nascita di imprese a vocazione tecnologica e aggressive.

Fino a metà degli anni ‘80, le società di traduzione erano geograficamente caratterizzate. Non era infrequente che, tra professionisti oltre che tra agenzie e piccole società, ci si rimproverasse di invadere l’orto del vicino, spesso nemmeno confinante.

In quegli anni, il valore aggiunto era costituito dal possesso di un computer e dalla capacità di consegnare il lavoro svolto su un dischetto, e riuscire a collegarsi a una BBS su cui il cliente depositava il materiale da far tradurre e ritirava quello tradotto permetteva di fare il vuoto dietro di sé.

L’esplosione delle new economy portò l’Internet all’attenzione dei media tradizionali e quello che fino a un attimo prima era stato un elemento discriminante di successo divenne semplicemente imprescindibile.

L’abbondanza produsse il crollo verticale dei compensi che, in misura minore, continua ancora oggi. All’improvviso le competenze e le capacità tecniche cessarono di avere importanza di fronte alla possibilità di reclutare chiunque ovunque.

È dunque la globalizzazione la causa della frammentazione del mercato della traduzione e della sua commodificazione?

In realtà lo è solo in parte. La globalizzazione, infatti, ha indotto i maggiori operatori ad abbandonare il tradizionale approccio artigianale per uno paraindustriale, ma nessuno di essi si è dimostrato capace di sviluppare un modello di impresa diverso da quello manifatturiero.

Inoltre, l’illusione di poter accedere a manodopera flessibile e disponibile in quantità illimitata grazie anche alla diffusione dell’Internet ha indotto i maggiori operatori ad adottare un approccio di intermediazione pura e a strutturarsi di conseguenza concentrandosi su attività gestionali e amministrative a minima produttività e modesto valore aggiunto.

L’approccio paraindustriale, invece, ha limitato le opzioni di offerta e costretto alla competizione basata solo sul prezzo, ma il modello di impresa prescelto e le modalità di esercizio hanno ridotto fin dall’inizio i margini di profitto e di produttività. Con il tempo, il vizio di origine di questa scelta, la limitata scalabilità verso il basso, ha imposto la crescita dimensionale per far fronte ai volumi di lavoro necessari a coprire i costi innescando una spirale perversa.

D’altronde, per potersi proporre a clienti di grandi dimensioni occorre un’offerta adeguata in termini di capacità generale.

Per recuperare i profitti persi nella corsa ai ribassi per accaparrarsi i clienti con maggiori capacità di spesa, non necessariamente i migliori, la soluzione più ovvia era quella di rivalersi sui fornitori esercitando le più svariate pressioni. La più originale e quella che più ha contribuito alla commodificazione del settore è stata lo sconto sui cosiddetti fuzzy match che, però, non recano alcun beneficio diretto al cliente finale e sono quindi usati solo per ridurre il compenso ai traduttori e consentire recuperi di redditività sui prezzi praticati al cliente al quale, specie se inconsapevole, viene offerto solo uno sconto complessivo per le ripetizioni in generale.

Troppo spesso, del resto, ci si dimentica che all’origine della nascita, dello sviluppo e dell’impiego delle memorie di traduzione c’è l’obiettivo di ridurre i costi della traduzione umana, non certo quello di semplificare il lavoro dei traduttori che è un aspetto ampiamente marginale usato come specchietto per le allodole proprio nei confronti dei traduttori.

Per il resto, la globalizzazione ha avuto lo stesso effetto che ha avuto sulle altre imprese, mentre la debolezza intrinseca del modello e dell’approccio prescelti ha di fatto penalizzato anche le imprese del settore che pure è sempre stato in controtendenza rispetto agli altri settori in seguito alle varie crisi che si sono succedute negli ultimi trent’anni.

Ancorché sciagurato, questo modello di impresa che pervadeva già il settore si è definitivamente affermato ed esteso per emulazione. In assenza di barriere all’ingresso a un mercato tradizionalmente libero e deregolamentato, l’apparente successo delle imprese più aggressive ha favorito anche un’ulteriore frammentazione. Se prima, infatti, questa era presente solo a livello locale, gli strumenti della globalizzazione l’hanno trasformata in un fenomeno diffuso alimentando viepiù l’illusione di poter accedere a un mercato sconfinato e a manodopera flessibile e disponibile in quantità illimitata.

Con lo stesso ritardo con cui le aziende guida del settore hanno recepito modelli peraltro già superati, come quello fordista, e del tutto inadeguati, parimenti hanno cercato di ricostituire un eroso vantaggio competitivo attraverso l’adozione delle pratiche di assicurazione della qualità applicate ormai da anni nel settore manifatturiero e dei servizi e considerate ampiamente mature.

Quelle pratiche erano effettivamente mature. A non esserlo erano gli imprenditori della traduzione. Come prova basterebbe la confusione, ancora irrisolta, intorno a QA, ma quell’immaturità era testimoniata dalle profonde divergenze in seno al gruppo di lavoro BT/TF 138 chiamato a sviluppare la norma europea sulla qualità EN 15038 e al modesto esito prodotto. Il fatto che sia stata di fatto ispiratrice dell’omologa norma canadese e da riferimento per quella americana non la rende migliore. D’altronde, l’approccio adottato per l’ASTM 2575 non fa giustizia degli errori di impostazione di tutte le norme di settore, dalla prima, l’italiana UNI 10574 alla DIN 2345 alle ÖN 120X, che soffrono di un peccato originale: il tentativo di affermare una specificità inafferrabile dai non addetti ai lavori, tradendo così lo spirito autentico delle norme sulla qualità.

Queste si basano su tre principi fondanti, arricchiti successivamente da un quarto:

  1. descrivere per iscritto i propri processi;
  2. attenersi a quanto descritto;
  3. consentire ad altri di verificare che i processi in atto corrispondano a quelli descritti e correggere eventuali scostamenti;
  4. rivedere costantemente i propri processi in ottica di un miglioramento continuo.

Il percorso verso la cosiddetta certificazione del sistema qualità, che altro non è se non l’attestazione dell’esito positivo della verifica della corrispondenza tra processi descritti e processi in atto, presenta dei costi, spesso notevoli. L’investimento richiesto presuppone, quindi, il pieno coinvolgimento dei vertici aziendali e del personale interessato.

Di solito, il primo beneficio riscontrabile è il rilevamento delle inefficienze; una volta corrette, il recupero di efficienza si traduce nel taglio permanente dei relativi costi. Parimenti, lo sforzo verso il miglioramento continuo permette di effettuare il costante snellimento dei processi e di trovarsi quindi ad essere più agili e reattivi nell’affrontare la competizione con i propri concorrenti.

Delle imprese del settore manifatturiero, però, le imprese linguistiche hanno saputo mutuare le peggiori pratiche, che vanno dai ritardati pagamenti finalizzati a fare cassa e sostenere una liquidità resa difficile dai ritardati pagamenti dei loro clienti, le continue richieste di sconto, soprattutto nei confronti dei fornitori abituali, generalmente associate alla penosa motivazione dei grandi volumi (così da far corrispondere minor guadagno a maggior lavoro), al ricattino infantile della garanzia di continuità degli ordinativi (come se rinnegarla non fosse altrettanto semplice) per finire con il capolavoro assoluto: l’imposizione dell’impiego oneroso di una scadente piattaforma software per continuare a lavorare.

Quest’ultimo aspetto, in particolare, è emblematico anche della tanto sbandierata quanto fasulla capacità tecnologica. Un’azienda che disponesse di uno strumento vincente lo offrirebbe al mercato secondo le regole del mercato, magari dando vita a uno spin off finanziariamente ed operativamente indipendente che ne gestisse lo sviluppo e la commercializzazione, anziché dare dimostrazione di autentica vigliaccheria e incapacità di sostenere le proprie scelte.

Affidarsi a “patti leonini” per esercitare le pressioni che si ritengono utili a mantenere un presupposto vantaggio competitivo o una incerta posizione dominante testimoniano anche la convinzione che la manodopera flessibile e disponibile in quantità illimitata cui ci si illude di poter accedere con facilità in realtà è fatta di risorse scadenti la cui principale caratteristica è la disperazione.

L’istituzione di un sistema qualità e la sua successiva certificazione in base a norme riconosciute non ha ruolo nell’evoluzione/involuzione dei comportamenti aziendali. È invece possibile che si sia cercato di celare dietro il sistema qualità un’incertezza sostanziale che la formalizzazione dei processi e la loro forzata osservanza hanno amplificato.

I recuperi di efficienza devono interessare i processi e un eccesso di burocratizzazione dovrebbe indicare agli ispettori la presenza di processi artificiosi che, come tali, andrebbero corretti.

Uno dei primi interventi correttivi dovrebbe riguardare proprio il concetto stesso di qualità che risulta evidentemente non condiviso. Come ha giustamente osservato Renato Beninatto nel corso del sesto dei suoi incontri con Kirti Vashee dedicati all’industria della traduzione, la qualità non può essere oggetto di negoziato, è un prerequisito, ed è relativa e che ciò che importa davvero è la qualità del servizio; e questa, qualunque cosa sia, si può senz’altro considerare funzione dei processi che conducono alla fornitura del servizio.

Per queste ragioni, per un grande cliente che commissiona un progetto di traduzione complesso di qualche decina, se non centinaia, di migliaia di parole in una decina, se non diverse decine, di lingue la qualità si valuta in base a metriche che poco hanno di linguistico. Su questi presupposti, i grandi operatori del settore hanno costruito gran parte della loro fortuna, offrendo a clienti e fornitori visioni diverse e inconciliabili al solo scopo di lucrare con entrambi.

Perciò non è affatto necessario modificare i propri processi per conformarsi, per esempio, alle norme ISO 9000:2005 e ISO 9001:2008, e non c’è base nel sostenere che queste o altre abbiano potuto in alcun modo distruggere la creatività (!) dei traduttori e meccanizzare i loro preziosi processi cognitivi, anche quando questi producevano risultati risibili ben lontani da quello che i loro clienti e il pubblico si aspettavano. Rimpiangere i bei vecchi tempi in cui nessuno pensava di applicare queste norme all’industria della traduzione è un esercizio nostalgico forse consolatorio, ma sterile e vacuo.

D’altronde, a modelli scadenti non possono che corrispondere processi inefficienti o solo parzialmente efficienti e una scadente applicazione delle norme. Se poi si riflette sul fatto che le norme sono redatte da coloro cui sono destinate si fa presto a chiudere il cerchio.

Anche la possibile disintermediazione di cui si parla di recente potrebbe non servire a ripristinare le normali regole di mercato. La disintermediazione, infatti, può servire a snellire i processi e a ridurre i costi, non a stravolgere pessime pratiche ormai consolidate. Anche per snellire i processi, comunque, occorre che vi siano le condizioni di partenza e, a giudicare almeno dalle società con cui gli stessi traduttori suggeriscono di lavorare, queste condizioni mancano del tutto.

La disintermediazione prevede, infatti, l’eliminazione di tutti gli intermediari nella catena di approvvigionamento con conseguente drastica riduzione dei costi operativi. La Rete ha enormemente favorito la disintermediazione permettendo di mettere direttamente in contatto clienti e fornitori e le soluzioni di commercio elettronico ne sono un classico esempio. Per anni la bandiera della disintermediazione sono state Amazon e Dell con la vendita diretta al consumatore, anche se in entrambi i casi non si è trattato di disintermediazione pura per la necessità di ricorrere a terzi per la consegna delle merci e/o la gestione dei magazzini.

Sono invece un esempio di (dis)intermediazione pura i cosiddetti sportelli bancari automatici e i servizi di online banking; questi ultimi, in particolare, hanno permesso la nascita di banche virtuali in grado di praticare condizioni migliori di quelle praticate dalle banche tradizionali proprio grazie all’abbattimento dei costi operativi, tipicamente lavoro e infrastrutture.

A beneficiare della disintermediazione bancaria sono stati quindi anche i clienti delle banche.

Tuttavia, la disintermediazione bancaria è stata possibile e, soprattutto, efficace grazie proprio alla maturità dei processi e agli ampi margini di recupero di efficienza ancora possibili attraverso l’impiego di tecnologie anch’esse mature.

La disintermediazione può avere margini di successo ancor maggiori nella produzione di beni immateriali di cui il consumatore finale può fare direttamente richiesta al produttore in tempo reale e pagarlo direttamente valutando costi e benefici nella loro dimensione effettiva.

La traduzione, però, non è merce di cui si possa far scorta, malgrado le memorie, e in assenza di “translation factory” è di fatto impossibile evadere gli ordini con l’immediatezza attesa in virtù della tecnologia impiegata.

Nell’industria della traduzione l’intermediario ha sempre svolto un ruolo prettamente organizzativo, e l’organizzazione e la razionalizzazione dei processi produttivi sono la chiave per accedere alla disintermediazione. Per le imprese che hanno costruito sull’intermediazione i propri modelli di business, l’abbattimento dei costi operativi dovrebbe essere un obiettivo primario, ma la disintermediazione imporrebbe una drastica riduzione anche dei rincari applicati e l’avvio di un ciclo di costante affinamento dei processi operativi.

La disintermediazione, quindi, potrebbe rivelarsi efficace solo se applicata ai servizi base, il che imporrebbe un’ulteriore contrazione nei compensi ai fornitori per sostenere i profitti e rientrare rapidamente degli investimenti, senza considerare che non potendo risolvendo solo con la disintermediazione eventuali problemi di liquidità, che potranno anzi farsi ancora più gravi dati gli investimenti, la pratica dei ritardati pagamenti non verrà certo meno.

Alcuni prevedono che la disintermediazione nell’industria della traduzione avverrà attraverso le piattaforme collaborative rese a noleggio, in modalità SaaS, per via dei minori costi che i professionisti dovranno sostenere, la certezza della disponibilità di aggiornamenti continui e sicuri e la possibilità di continuare a controllare i propri asset.

Per affermarsi, però, queste piattaforme devono essere autenticamente e interamente indipendenti. Non devono cioè essere di proprietà o gestite dagli LSP o, peggio, dai MLV. Dall’altro lato, i clienti dovranno avervi accesso per poter seguire l’avanzamento dei progetti.

Finora, il crowdsourcing è stato lo spauracchio dei professionisti che non vi hanno colto la più interessante delle opportunità. Le aziende che vi hanno fatto ricorso non hanno lesinato sugli investimenti in tecnologia e non hanno rinunciato ai professionisti. Hanno piuttosto fissato priorità e ambiti di intervento secondo principi e modelli incomprensibili alle imprese dell’industria della traduzione, prima ancora che ai professionisti, semplicemente perché non è materialmente possibile tradurre tutto anche se servirebbe tradurre tutto.

È sugli user-generated content che si gioca la partita nel breve e medio periodo e questi contenuti sono, per definizione, volatili e mutevoli e la loro traduzione non vale i soldi richiesti da LSP e MLV sempre più esosi perché sempre più attanagliati da problemi organizzativi e di crescita.

Peraltro, l’economia globalizzata impone aumenti di produttività che i paesi opulenti non sono in grado di sostenere, almeno non agli stessi ritmi dei paesi emergenti. La domanda di traduzione non è affatto diminuita perché a sostenerla sono proprio questi ultimi, ed è, anzi, destinata a crescere ancora e a ritmi maggiori di quelli attuali, proprio per effetto della loro crescita.

La tendenza alla delocalizzazione è ormai al picco. La ricerca di manodopera a basso costo ha indotto anche un marchio storico di una commodity per eccellenza come il tè a trasferire la produzione in paesi considerati più convenienti.

Le attuali condizioni di lavoro sono anche il risultato delle rivendicazioni avanzate fra gli anni ‘60 e ‘70 che privilegiavano il come al quanto. Negli ultimi anni il peggioramento dei pagamenti del lavoro è stato alimentato, guidato e favorito proprio per indurre ad accettare il ridimensionamento delle condizioni di lavoro, ma si tratta della classica trappola giacché ottenuto quest’ultimo non si potrà certo sperare di ottenere compensi migliori.

L’abbondanza di lavoro a basso costo e a bassissima dignità che segue la nuova geografia del lavoro prodottasi con la globalizzazione fa gioco ai nuovi sfruttatori per spacciarsi come portatori di una responsabilità generale e rimproverare ai nuovi sfruttati irresponsabilità ed egoismo, e contano sull’ambizione di quanti vivono e soprattutto aspirano a vivere di attività “privilegiate” quale anche la traduzione è considerata, per quanto sembri incredibile a dirsi.

Quella descritta fin qui, quindi, è in fondo solo una banale forma di vassallaggio e non dovrebbe essere difficile individuare le corrispondenze tra lo schema che ormai si dà per consolidato e incontrovertibile e i vari strati della società feudale.

La soluzione che l’industria manifatturiera ha ritenuto di individuare è nella concentrazione della produzione in luoghi e imprese limitati e nella riduzione dell’offerta complessiva. Solo col tempo si saprà se questa soluzione porterà ad aumenti di produttività e, soprattutto, di competitività.

La delocalizzazione, però, comporta anche un trasferimento di benessere. Quando questo sarà completo, l’immigrazione dalle aree povere a quelle opulente aumenterà e si assisterà a una delocalizzazione in senso contrario.

Quel che è certo fin da ora, quindi, è che la soluzione che l’industria manifatturiera ha adottato non può funzionare anche con l’industria della traduzione.

Se, infatti, i lavoratori dell’industria manifatturiera, grazie alla fortissima automazione e alla maturità dei processi e dei metodi possono vedersi costretti ad accettare una ancor maggiore flessibilità degli orari, limitazioni al diritto di sciopero, contrazioni del salario e riforma radicale dei contratti perché sono ampiamente sostituibili, nell’industria della traduzione si può rileggere la legge di Gresham nella variante per cui l’afflusso continuo di risorse scadenti porta all’espulsione permanente di quelle pregiate e alla loro insostituibilità, con il progressivo e inarrestabile decadimento dell’intero settore.

Quel che è peggio è che sarà una tendenza che non si potrà invertire, non disponendo più di risorse qualificate in grado di formarne di nuove o desiderose di riproporsi al mercato.


[1] L’acronimo ITU indica l’International Telecommunication Union, l’ente internazionale che si occupa di regolare le telecomunicazioni telefoniche e telegrafiche.

[2] Winsock è una libreria utilizzata nel sistema operativo Microsoft Windows per accedere ai protocolli di rete TCP/IP. La versione di Trumpet Software, Trumpet Winsock, è una delle prime versioni, nonché una delle più importanti.