Trote e mulini

Don Chisciotte e Sancho PanzaLa Repubblica di martedì 6 marzo 2012 ha dato notizia di un’interrogazione leghista al consiglio regionale lombardo nella quale i firmatari si dicono preoccupati del «possibile aumento dei costi», per «la manutenzione della rete informatica», del «rischio di rallentamento» della rete o «di download di materiale illegale che espone la pubblica amministrazione a forme di responsabilità per omesso controllo» e chiedono di « valutare la possibilità di predisporre dei filtri che impediscano l’accesso ai social network».

La richiesta appare strampalata anche per via del fatto che quasi tutto il gruppo consiliare e alcuni degli stessi firmatari dell’interrogazione sono assidui utilizzatori dei social network e viene da chiedersi come faranno a comunicare tra loro e con la base se fosse loro impedito di collegarsi ad essi. Sembra che l’idea sia venuta proprio al padre-padrone del partito che avrebbe anche minacciato di provvedimenti disciplinari i militanti che saranno d’ora in avanti attivi su Facebook.

L’interrogazione è stata sottoscritta anche dal figlio del padre-padrone del partito, a cui è stato significativamente e poco amabilmente affibbiato l’appellativo di “Trota”.

Qualche mese fa, il Financial Times ha dato notizia della grave situazione in cui era venuta a trovarsi Capita, società di investimenti britannica operante nel settore della previdenza privata. Questo improvviso tracollo era dovuto, ça va sans dire, alla crisi del debito italiana che aveva minato la fiducia dei risparmiatori.

Solo due settimane più tardi, però, lo stesso giornale informava i suoi lettori che la stessa società di investimenti britannica di cui sopra aveva acquistato, per contanti, la società di traduzione Applied Language Solutions, britannica anch’essa, per l’equivalente di 9 milioni di euro, prevedendo di investirne altri 72 nel successivo quadriennio, in base ai risultati.

Ottima prova per una ditta costituita nel 2003 con un fatturato del 50% superiore al prezzo d’acquisto. Certo, tra i suoi clienti, ALS vanta Google, Sony, Dell e Caterpillar, ma soprattutto il Ministero della Giustizia al quale la lega un contratto di fornitura da 35 milioni di euro l’anno. Per inciso, il Ministero della Giustizia britannico spende circa 50 milioni di euro l’anno in servizi linguistici.

Cos’è che avrebbe reso appetibile ALS per Capita? Sembra il ricorso massiccio alla traduzione automatica, che avrebbe convinto anche il Ministero della Giustizia.

Le avversità in cui si sarebbe trovata Capita vengono ovviamente ascritte a cause imprevedibili ed esterne, anziché a responsabilità del management. Facile e conveniente.

Altrettanto facile e conveniente è giustificare un investimento importante, condotto con il denaro dei risparmiatori, in una società operante in un settore ritenuto tradizionalmente non strategico e minore, solo in virtù del ricorso massiccio da parte di essa alla tecnologia e alla redditività garantita da contratti pubblici.

È stato detto da più parti, negli ultimi tre anni, dopo essere precipitati nella peggiore crisi economica degli ultimi 80 anni, che il denaro pubblico è stato speso per salvare i colpevoli autori del disastro e che questi se ne sono serviti per perpetuare i loro riprovevoli comportamenti.

È stato risposto che non c’era altra soluzione, pena il collasso dell’intero sistema economico mondiale e, vero o falso che fosse, e che si potesse o meno concordare, la capacità di intervento dei cittadini è stata pressoché nulla, a testimonianza della forza del settore finanziario e dell’importanza di fare massa per poter esercitare un qualsiasi potere di contrasto o di indirizzo.

La “massa critica” è esattamente ciò che manca alle imprese dell’industria della traduzione e all’intero settore, malgrado i numeri traccino un quadro di tutto rispetto.

Il mancato raggiungimento di questa massa critica è dovuto alla frammentazione da una parte e al ritardo tecnologico dall’altra. L’industria della traduzione è terribilmente arretrata, anche grazie al freno rappresentato dai numerosi operatori di solida fede neoluddista.

Alcuni di questi operatori sono peraltro assolutamente certi di essere in possesso della verità da coltivare la pretesa, anche se forse sarebbe più giusto dire l’illusione, di poter cambiare lo statu quo solo perché non è di loro gradimento, anche se prosperano grazie ad esso.

In qualche caso la prosopopea con cui si propongono ai colleghi (o presunti tali, visto l’atteggiamento elitario, supponente e irriverente) è seconda solo alle loro velleità. Come politici di secondo piano, si ammantano del misero nomignolo che hanno appiccicato alla loro iniziativa di visibilità, abbandonandosi a un patetico plurale maiestatis. Fingono ipocritamente di dimenticare di essere in qualche modo privilegiati e di potersi risparmiare il quotidiano confronto con la concorrenza rappresentata da quegli stessi colleghi ai quali vorrebbero rivolgersi. Come Don Chisciotte, con il fido Sancho Panza, fingono ipocritamente di ignorare che il contributo che offrono è irrilevante per il settore e per gli stessi colleghi, ma non rinunciano a pontificare per la propria vanagloria e il proprio narcisismo.

Credendosi nuovi Ned Ludd sono solo altrettanto inefficaci. Senza la determinazione e l’autorevolezza di Charles Boycott, non hanno proposte né idee, né cappi da trasformare in cravatte. Come certi predicatori televisivi, esortano folle adoranti e incaute in cerca di illusione a restare ferme e opporsi a un mondo lanciato a tutta velocità nella direzione opposta. E intanto beneficiano dell’incondizionata fede dei seguaci.

Esaltano argomenti tardivi e retrivi facendo ricorso a banali espedienti demagogici apostrofando come «un vetusto, apparentemente eterno approccio alla professione» iniziative altrui che sono evidentemente incapaci di proporre in proprio, dimostrando così di volersi semplicemente sottrarre al confronto. Nel proporre un’iniziativa di formazione ci si offre comunque al mercato, magari senza troppi rischi, ma comunque investendo un po’ di sé alla ricerca di una visibilità che certi neoluddisti pensano di poter ottenere, talvolta riuscendoci, purtroppo, con molto meno. Del resto, non c’è momento migliore di un periodo di crisi per offrire formazione. Nei periodi di crisi si investe sulla formazione nella prospettiva di riqualificarsi ed essere pronti per quando arriverà la ripresa, e sperare in un futuro migliore.

La formazione permette anche a quanti non hanno più argomenti per il loro mercato di riciclarsi su un altro mercato parallelo. Ovviamente, per andare sul sicuro, è meglio rivolgersi a colleghi fiduciosi, di quelli, per esempio, che cercano traduttori da cui farsi erogare servizi estranei al loro core business, senza riflettere sul fatto, per esempio, che il principale rimprovero che muovono ai clienti che hanno la pretesa di “educare” è di rivolgersi a non professionisti, se non a dilettanti. Oddio, è pur vero, come si dice, che l’Arca di Noè è stata opera di dilettanti e il Titanic di professionisti, ma sono quisquilie…

In verità, anche nel settore della formazione, le buone idee, specie se nuove, si vendono meno facilmente di quelle vecchie, ancorché cattive: l’industria della traduzione è conservativa e conservatrice e non c’è da meravigliarsi.

Un’altra banalità che ricorre spesso nelle invettive di certi demagoghi da Speaker’s Corner riguarda il costo eccessivo dei corsi di formazione. È evidente che sono a digiuno di formazione se non conoscono i prezzi correnti dei corsi di formazione a catalogo, anche dei più richiesti e offerti. Ed è altrettanto evidente che sono a corto di argomenti se la freccia avvelenata a loro disposizione è il costo orario a partecipante, dimenticando che qualunque corso di formazione richiede la copertura di costi, a cominciare da quelli del docente il cui compenso, per esempio, prevede le ore di preparazione del materiale didattico, oltre, naturalmente alla competenza professionale.

Naturalmente, ogni buon demagogo cerca di far leva sui numeri, indipendentemente da cosa significhino e da come siano ricavati, e invita gli altri a curare aspetti della propria professionalità che non si preoccupa di curare in prima persona. Gli artifici sono ben noti e il debunking non sarebbe difficile per nessuno.

La verità è che la demagogia ha sempre una sua efficacia.

Sempre riguardo alla formazione, non ci vuole poi molto per riconoscere un buon programma e un buon docente, se si è consapevoli delle proprie esigenze, e bastano poche domande ben fatte a scoprire un bluff.

Non è quindi ululando alla luna che si interviene su uno stato di fatto che se fosse prodotto da pochi e chiaramente individuabili soggetti si potrebbe alterare facilmente: basterebbe liberarsi di quei demoni, e a un demagogo non difettano gli espedienti per convincere qualcuno dei suoi adepti a sporcarsi le mani al suo posto.

Ma anche in questo caso la verità è ben altra. «Bisogna» è parente del vecchio, italico «armiamoci e partite», tanto peggiore come quando, a suo tempo, si spostavano gli aerei da un aeroporto all’altro per creare l’illusione di una forza straripante.

L’ultimo atto è la menzogna, l’accusa indimostrata e indimostrabile dell’assenza e dell’acquiescenza, solo nel disperato tentativo di nascondere, ancora una volta, il proprio difetto d’origine.

Se è vero che «se continui a fare ciò che hai sempre fatto, continuerai ad avere ciò che hai sempre avuto» basta poco per «salvarsi la pelle»: fare qualcos’altro. Magari in quello sì che si è davvero capaci di incidere.