Forse

Secondo le stime di Common Sense Advisory, i tassi di crescita a due cifre dell’industria della traduzione non sono una sorpresa, anche in fase di recessione economica. Solo nel 2011, infatti, il tasso di crescita è sceso sotto le due cifre ad “appena” il 7,41%.

La crescita del settore, però, è dovuta solo alla crescita della domanda che, a sua volta, non è stimolata dagli operatori o da innovazioni di prodotto. Essendo la traduzione un prodotto derivato, l’innovazione di prodotto è infatti possibile solo a fronte di nuovi prodotti che richiedano una profonda revisione di un processo vecchio di secoli, come accade a Norimberga, con la nascita dell’interpretazione simultanea come la conosciamo oggi, o sul finire degli anni ottanta con la nascita della localizzazione.

L’anomalia nella domanda sembra confermata dal calo nel totale della spesa per i servizi linguistici in Nord America. Nel settore privato, le imprese hanno generalmente speso con parsimonia, e molte hanno ridotto la spesa in traduzione. Solo nell’Europa occidentale e settentrionale è continuata a crescere, grazie a Francia, Germania e Inghilterra.

La natura della domanda risente soprattutto della composizione del settore, fatto in stragrande maggioranza di microimprese, con fatturati modesti, e dell’assenza di barriere, all’ingresso e in uscita. Questa, in particolare, favorisce sì il ricambio, ma amplifica gli effetti della legge di Gresham, e cresce la difficoltà di reperire nuove risorse qualificate, essendo quelle esistenti in gran parte condivise.

Al momento della pubblicazione del report sullo stato del settore, il database di Common Sense Advisory (CSA) contava 26.104 imprese, considerando come tali le società con due o più dipendenti. Quest’anno il campione è stato composto da 1.119 soggetti (il 4,29% del totale, non esattamente significativo), e, di questi, solo 672 hanno fornito i loro dati economici. Insomma, non si può proprio dire che le stime siano attendibili in base ai campioni. La stragrande maggioranza di queste imprese (65,36%) conta tra due e cinque dipendenti, e circa un quarto del totale (25,52%) ne conta tra i sei e venti. Inoltre, già nei primi mesi del 2012, ha chiuso un numero considerevole di imprese, acquisite da imprese più grandi o che hanno del tutto cessato l’attività. In un mercato con almeno 26.104 imprese, sono molte quelle che non riescono a crescere e si mantengono su modesti livelli di fatturato. È cresciuta anche la distribuzione geografica: più imprese in più paesi.

I principali operatori, invece, sono più o meno tutti cresciuti notevolmente, ed evitano accuratamente di farsi concorrenza, contrariamente alle aspettative.

La dimensione delle imprese è uno degli ostacoli all’innovazione tecnologica e di processo e influisce negativamente e pesantemente sulla produttività e, di conseguenza, sulla stimolazione della domanda. La precarietà della condizione di impresa spinge a incassare anziché reinvestire i profitti e a differenziare l’offerta senza, però, qualificarla.

La causa principale di questo difetto è nella struttura del lavoro e nel modello di business tipici del settore. Oltre a minare la produttività, questa stortura incoraggia a restare micro per non incorrere in rischi, vincoli e oneri. Innovazione tecnologica ed efficienza di processo, invece, migliorando la produttività aumentano la competitività, favoriscono una percezione positiva del cliente e stimolano la domanda.

La produttività stagnante è all’origine del divario tra domanda e offerta, e clienti e fornitori dovrebbero investire in risorse umane e nel miglioramento dei processi, utilizzando la tecnologia in modo più intelligente ed efficiente.

La tangibilità di un prodotto è determinante per il suo apprezzamento. La traduzione, invece, si acquista come prodotto, ma si rende tramite un servizio e questo servizio è complesso ed esposto alla concorrenza globale. Inoltre, mentre la presenza di regole e standard permette al cliente di valutare il prodotto, in assenza di esse occorre affidarsi alla trasparenza dell’offerta. Che ancora manca.

Il miglioramento dei processi, però, non si ottiene solo automatizzandone la gestione per accelerarne l’esecuzione. I processi sono costruiti attorno alle persone e la tecnologia da sola non li può migliorare. Il taylorismo applicato alla traduzione è inefficace e, infatti, è rapidamente giunto alla fine. L’unico modo per migliorare i processi è quello di (ri)disegnarli in funzione del materiale umano disponibile, scegliendo le tecnologie e gli strumenti di cui può servirsi efficacemente, il che richiede istruzione e formazione, e investimenti che vanno ben oltre l’acquisizione e l’implementazione di una piattaforma software e che non possono garantire redditività immediata (ammesso che una piattaforma software da sola possa).

In un’economia di servizi, valorizzare l’eccellenza è fondamentale. Nel settore, invece, sono quasi esclusivamente le relazioni a contare, e i circoli (LISA, una volta, e ora GALA, ELIA ecc.) che di volta in volta si formano e disfano, insieme a quella renitenza alla concorrenza di cui sopra, sono lì a testimoniarlo.

Il Bureau of Labor Statistics americano prevede che, negli Stati Uniti, entro il 2020, saranno creati 83.000 nuovi posti di lavoro per interpreti e traduttori, con un incremento del 42% sul decennio, nettamente superiore alla media del 14% per le altre professioni. Crescerebbe anche la redazione tecnica (17%), mentre il lavoro per gli altri scrittori e autori è destinato a scarseggiare, giacché i posti di lavoro nel settore aumenteranno più lentamente rispetto alla media (6%). Forse queste stime poggiano davvero sul presupposto sbagliato che qualsiasi bilingue possa fare il traduttore o l’interprete, e che saper scrivere renda chiunque uno scrittore.

Un recente studio di CSA ha poi rilevato che per le aziende Fortune 500 che hanno aumentato la spesa in traduzione la probabilità di registrare anche un incremento dei ricavi è stata 1,5 volte maggiore dei loro omologhi. Ma non è stato prodotta nessuna prova dell’esistenza di un nesso causale. I dati, cioè, non sempre parlano da soli, nonostante la massima ciceroniana così spesso dispensata dai legulei americani (Pro Milone, 53.): «Res ipsa loquitur, iudices, quae semper plurimum valet». (Sono i fatti, giudici, ad aver sempre il peso maggiore, a parlare per sé).

Vendere traduzione, però, è difficile. Difficilissimo, a volte, in certi mercati. Per avere un’idea del perché basterebbe il profilo di Antonello Guerrera (classe 1984, eppure, a suo dire, non più giovane), della redazione del Post, in cui si specifica che “nel tempo libero è traduttore e flâneur”.

Questa difficoltà è ciò che, da sempre, ha spinto a competere sui prezzi, perché il sistema incentiva i costi minori e la fedeltà, anziché l’eccellenza. È anche per questo che le traduzioni si vendono da sempre “a peso”: è più facile e il cliente si illude di sapere cosa compra e quanto spende.

In una certa misura, questo è anche ciò che più probabilmente ha indotto Christian Springub, co-fondatore di Jimdo, un sito Web per la realizzazione di siti Web “fai-da-te”, ad affermare che «non sappiamo niente degli altri paesi». Da quando è stato lanciato nel 2007, Jimdo è cresciuto fino a diventare un’azienda internazionale che opera con successo in 11 lingue e ha uffici ad Amburgo, San Francisco, Tokyo e Shanghai. Tuttavia, Christian Springub pensa ancora che «per capire un mercato e avere successo non si può fare a meno di quelli che vi risiedono», e non si riferisce all’«internazionalizzazione del software, ma al servizio clienti, al marketing e a come rivolgersi alla gente in una prospettiva internazionale; e non si può fare a meno della gente del posto per questo».

Apparentemente, come qualsiasi altro uomo d’affari che ha dovuto confrontarsi direttamente con l’industria della traduzione, Christian Springub ha imparato di essa più di molti altri.

Suona un po’ forzata, allora, la difesa dei MLV da parte di Renato Beninatto. Per guidare le imprese a superare certe insidie, offrendo, tra l’altro, supporto all’internazionalizzazione del software, codifica compresa, occorrono ben altre risorse di quelle che praticamente tutti gli MLV sono disposti a pagare.

Peraltro, il report di CSA dimostra che la sede di una società di traduzione non è in relazione diretta con le lingue servite, e, anzi, le aziende più efficienti sono quelle con sede in paesi che presentano un minor costo del lavoro.

Cosa significhi “minor costo del lavoro” lo spiega bene un articolo di 2point6billion.com, sulle differenze nella struttura dei costi di India e Cina.

I salari minimi cinesi sono due o tre volte maggiori di quelli indiani, e lo sono ancor di più quando si computano anche gli oneri sociali. Questo significa che, oggi, il costo del lavoro in Cina è al terzo posto tra quelli dei paesi emergenti dell’Asia e che l’India è favorita anche dall’attuale quadro demografico.

L’India, infatti, può contare su un’enorme forza lavoro giovane (età media 23 anni), mediamente molto meno costosa di quella cinese, più anziana (età media 37 anni) e gravata di maggiori oneri sociali. L’industria della traduzione è un settore ad alta intensità di lavoro, e il messaggio, per tutti, è quindi questo: continuare a delocalizzare dove conviene.

The Last Lingua Franca: The Rise and Fall of World LanguagesNegli ultimi tempi, ha avuto notevole risonanza un libro di Nicholas Ostler che pure data già più di un anno: “The Last Lingua Franca: the Rise and Fall of World Languages”. Nel suo libro, Ostler sostiene che l’inglese non è minacciato dal cinese o dallo spagnolo, quanto dalla traduzione automatica, che permetterà a chiunque di “parlare e scrivere in qualsiasi lingua e di capire qualsiasi lingua”. Secondo Ostler, l’inglese continuerà a essere usato nei paesi in cui è la lingua madre, ma non sarà più la moderna lingua franca, grazie alla tecnologia e all’incidenza di essa nella vita delle persone.

Ovviamente, accadrà prima per le lingue principali, cioè quelle dei paesi più sviluppati, ma il processo si compirà entro una generazione, probabilmente entro il 2050. La traduzione automatica permetterà anche alle popolazioni di lingue minori di partecipare a temi fin qui riservati a un pubblico più vasto, anche se questo significherà scoraggiare l’apprendimento delle lingue.

Se ha ragione Ostler, come è più che probabile, la traduzione automatica diventerà prominente anche nell’industria della traduzione, influenzandone i processi e i lavoratori.

Purtroppo, gli operatori, anche quelli maggiori, sono pronti ma non preparati a offrire la traduzione automatica come parte dei propri servizi. Troppi di loro devono ancora risolvere l’equivoco di un retaggio secolare, a cominciare da quello intorno alla figura del project manager. Risolvere questa ambiguità è il primo passo per un effettivo miglioramento dei processi. Un “passafile” non è un project manager, né un coordinatore. Un vendor manager non è un responsabile delle risorse umane, tanto meno un project manager. E a meno che non sia solo l’ennesima scatola vuota, la “traduzione transazionale” richiede personale vero e non virtuale, anche in gran numero, oltre che veri project manager.

Non per niente, il numero di project manager che le imprese del settore hanno dichiarato di impiegare è indice del livello di produttività. Più grande è l’operatore, maggiori sono le risorse che i suoi project manager devono saper gestire. Dal report di CSA risulta che queste imprese sono in stragrande maggioranza micro imprese, e impiegano quindi uno o due “project manager” (39,91%); una quota ancora consistente (26,30%), ma decisamente minore ne impiega da 3 a 5.

D’altro canto, se si chiede a dieci persone di definire il project management, si ricevono dieci risposte diverse. Il project management è l’applicazione di conoscenze, competenze, strumenti e tecniche alle attività di progetto per soddisfare i requisiti di progetto. Il project management comporta la pianificazione, l’organizzazione, il monitoraggio e il controllo delle attività di progetto: è molto di più che verificare il rispetto delle scadenze. Del resto, il programma di un progetto è solo uno dei tanti aspetti del project management.

Viene allora da pensare al ripetersi di certi fenomeni, come se gli uomini fossero davvero condannati a reiterare i loro errori all’infinito.

La storia recente dell’industria della traduzione, con i suoi tassi di crescita a due cifre ricorda l’inganno di certe bolle speculative.

Un anno fa, Facebook cresceva ancora molto velocemente in termini di pagine viste e numero di utenti, e non sembrava esserci limite a questa crescita. Eppure, allora, Tim Worstall predisse la fine di Facebook, e oggi, sembra davvero arrivata.

Del resto, i 40 dollari di azione della quotazione significano che Facebook varrebbe 100 miliardi di dollari: la metà di Google, un quarto di Apple. Ma Google ha un giro d’affari di 40 miliardi, e profitti di un decimo, mentre Facebook ha un giro d’affari che non è neppure un decimo di quello di Google: 3,7 miliardi, mentre sui profitti si discute ancora.

Stando alle stime di CSA, l’industria della traduzione continua a valere pressappoco quanto quella della bicicletta (che nella sola Inghilterra vale 1,5 miliardi di sterline), mentre stando ai dati del Rapporto annuale Federculture 2012, nel solo 2011, le famiglie italiane hanno speso 70,9 miliardi di euro in cultura. Inoltre, stando alla classifica del Country Brand Index, l’Italia è il quarto paese al mondo per esportazioni di beni creativi, e il primo per il design.

Qualcosa non quadra…