De labore interpretandi

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Qualità: quando i clienti tornano. Senza i prodotti. Motto Siemens, citato da Philip Kotler

Found in TranslationFound in Translation, il libro di Jost Zetzsche e Nataly Kelly dedicato alla traduzione è una lettura piacevole, e un buon regalo di Natale per i clienti che parlano inglese e mostrano curiosità per la traduzione.

È, tuttavia, affetto da due difetti originari, che non sarebbero gravi se il libro fosse pubblicato da un editore minore con limitate risorse e se a scriverlo non fossero stati due dei più acclamati esponenti del settore.

Il primo difetto è di essere chiaramente concepito per un preciso pubblico locale.

Il secondo difetto è di essere costruito su aneddoti sicuramente curiosi, affascinanti e coinvolgenti, ma che offrono un’immagine molto tradizionale e decisamente statica della professione, con una notevole inclinazione verso l’interpretariato e gli aspetti puramente linguistici.

Divagazioni e note personali

Nel libro si affrontano due rami di attività nei quali anch’io mi sono cimentato, soprattutto agli inizi: la letteratura rosa ed erotica e il porno.

Non sono mai stato arso dal sacro fuoco delle lingue e mi sono accostato alla traduzione per vie traverse.

La mia prima esperienza fu casuale. Prestavo servizio di leva e al mio reparto fu chiesto di individuare un eventuale interprete come collegamento con i reparti alleati per una imminente esercitazione NATO.

Su richiesta del comandante, si fece avanti un soldato che sosteneva di studiare da interprete e che fu, per questo, inviato in missione.

Io presi parte all’esercitazione come comandante della mia unità ed ebbi diversi contatti con colleghi ufficiali delle forze alleate.

Al mio ritorno scoprii che il comando alleato aveva manifestato una forte insoddisfazione per la prestazione dell’“interprete” e protestato per l’assenza di un ufficiale di collegamento, ma dichiarandosi soddisfatto dal “rimedio”.

Quel “rimedio”, a mia insaputa, e a quella del mio comando, ero io.

Lasciato l’esercito, tornai ai miei studi e colsi l’opportunità, giunta anch’essa in modo casuale, di guadagnare qualcosa con le traduzioni.

Dopo un po’ quest’attività occupava più tempo di quello che riservavo allo studio e decisi di dedicarmici professionalmente. Mi iscrissi così alla scuola per traduttori e interpreti.

Ricordo ancora che una delle prime cose che sentii dire da uno dei miei insegnanti fu che la traduzione è il secondo mestiere più antico del mondo e che, con quello più antico, condivide le ragioni: si comincia a farlo per curiosità e passione, si continua a farlo per pochi intimi e si finisce con il praticarlo solo per denaro.

Era quello che era capitato a me.

Forse fu per questo che, non trovavo difficoltà ad accettare incarichi che altri disdegnavano e non cullavo l’illusione, più che il sogno, di potermi guadagnare da vivere traducendo le opere di grandi scrittori.Osso di anca o coxale

Il primo lavoro pagato che svolsi da “professionista” fu un articolo per una rivista scientifica sulle “protesi d’anca”.

Ero ancora così giovane, ambizioso, presuntuoso e incosciente da accettare un incarico decisamente oltre le mie capacità.

Mi ci volle un giorno intero in biblioteca per venire a capo della terminologia specialistica, e la mia falsa sicurezza mi fece commettere un errore, che oggi ritengo dovrebbe meritare più indulgenza, ma che allora scatenò le ire del mio cliente: tradussi “fossa dell’acetabolo” con “hip bone socket”.

Il cliente mi fece notare che un luminare non avrebbe mai usato un termine che riteneva colloquiale, al pari di “strizzacervelli” o “segaossa”.

Fu una lezione che valse più dell’intero corso di studi e che non ho più dimenticato. Soprattutto per le numerose e implicite connessioni.

Qualche tempo dopo risposi a un annuncio su un quotidiano relativo alla ricerca di traduttori. Era della più importante casa editrice italiana di romanzi rosa.

Superai i test e, sorprendentemente, la direttrice editoriale mi confidò che gli uomini rendevano meglio in quel lavoro, riuscendo a mantenere il necessario “distacco”, ma che l’offerta era per lo più femminile, scarsa e poco qualificata, malgrado fosse un lavoro ben pagato.

Era un lavoro ben pagato, esattamente come la traduzione dei dialoghi per i film porno. Come per i romanzi rosa, anche per il cinema porno la domanda di traduttori era sostenuta e l’offerta insufficiente e inadeguata. E come la traduzione editoriale, i dialoghi cinematografici erano mal pagati a fronte di un’offerta di traduttori sovrabbondante.

Tra il 2003 e il 2011 ho avuto l’opportunità di insegnare terminologia e localizzazione presso la facoltà di traduzione e interpretariato di un’università privata romana.

Ai miei studenti riportavo le mie esperienze appena narrate e in tutti loro vedevo sempre stupore se non disapprovazione.

Non c’è da sorprendersi, quindi, della difficoltà di trovare un traduttore disposto a lavorare per l’industria pornografica e, magari, ad ammetterlo.

Se la disapprovazione non riguarda il lavoro per l’editoria femminile, vista anzi con una certa ipocrita indulgenza, è perché i pregiudizi di cui si alimenta la falsa idea di prestigio sociale derivante dalla traduzione letteraria condividono la stessa origine con i tabù che circondano l’industria pornografica.

Nel 2010 Google ha stimato che in tutto il mondo c’erano 130 milioni di libri. Essere pubblicati quindi, anche con un’opera derivata, è indice di valore, quanto meno di dignità di lettura. Quel prestigio distorto di cui sopra viene da qui.

Su quei tabù si innestano una serie di speciose illustrazioni di una realtà distorta dell’industria della traduzione e, soprattutto, della specificità, dell’importanza e della difficoltà insiti nel mestiere di traduttore. Che, comunque, si rifiuta di definire tale preferendogli il più ambizioso e ingannevole “professione”.

In fondo, è lo stesso atteggiamento che induce a lanciarsi con sufficienza e ottusità in offese gratuite verso quanti manifestano un orientamento contrario alla maggioranza, di cui è facile ingraziarsi la benevole accondiscendenza riversando il proprio livore sugli stessi spauracchi.

È la traduzione il vero Hotel California, una struttura di gran lusso, invitante e accogliente, da cui, stanchi per il viaggio è facile rimanere affascinati, e in cui non è un problema fermarsi, ma da cui può rivelarsi difficilissimo andarsene e ci si può rimanere intrappolati, come in un incubo terrificante, che all’inizio sembrava un bellissimo sogno.

Quello che per Don Felder, Don Henley e Glenn Frey poteva essere “l’oscura vulnerabilità del sogno americano”, una metafora della schiavitù da stupefacenti, per un traduttore sono le trappole disseminate da colleghi e insegnanti. Prima fra tutte il mito della qualità.

Il mito della qualità

Docenti, studiosi e traduttori ne hanno fatto un elemento così controverso da renderlo alla fine del tutto irrilevante.

Non è una giustificazione il fatto che l’argomento sia stato oggetto di analisi e dispute sin dall’antichità. Lo stesso Eusebio Sefronio Girolamo scrisse la sua lettera a Pammachio in difesa del suo lavoro. Lo fece citando coloro che, prima di lui si erano trovati ad affrontare lo stesso problema, da Ennio a Orazio, da Terenzio a Quintiliano, ma soprattutto Cicerone, di cui arrivò a parafrasare il titolo di una delle sue più celebri opere.

Come ha ricordato di recente Diego Bartolome, dare oro al cliente che chiede ferro è un inutile spreco: l’oro sarà comunque pagato e trattato come ferro, con la conseguente delusione per la sottovalutazione del proprio lavoro. Di cui, tuttavia, si è i soli responsabili.

Al riguardo, agli studenti che frequentavano i miei corsi di localizzazione portavo sempre lo stesso esempio. Chiedevo loro di tradurre una stringa isolata, secondo le più tipiche e sempre più diffuse pratiche della localizzazione:

This key is listed in the Stolen Codes Database for the program.

Visti i tempi di consegna solitamente ristretti e i compensi sempre più modesti, per essere conveniente, la traduzione doveva essere svolta in massimo 2’15”. Tutti offrivano, sempre, una versione non migliore di quella che produrrebbe Google Translate:

Questa chiave è presente nel database dei codici rubati per il programma.

Anche le versioni di diversi professionisti di grande esperienza non si discostavano granché dalla “base”. Per motivare la modesta prestazione venivano addotte le più classiche e le più fantasiose giustificazioni, dalla “decontestualizzazione” al “rispetto del testo”. Anche fornendo l’etichetta della stringa (64423_arm_R_ARM_ERROR_ACCOUNT_LOCKED_OUT), però, il risultato generalmente non migliorava. Piero Manzoni: Merda d’artista Una versione che risponderebbe ai criteri della localizzazione, a cominciare dal rispetto delle convenzioni comunicative, potrebbe essere:

Questa chiave risulta rubata.

Usavo allora un parallelo con una delle più famose opere d’arte moderne, “Merda d’artista“ di Piero Manzoni, e alla sua ironica e sottile allusione al lavoro dell’artista. Facevo notare che, ancorché teoricamente perfetta, la versione “ideale” sarebbe stata rifiutata praticamente da qualunque cliente perché “troppo corta”.

L’innovazione e la corsa verso il basso

Alcuni osservatori e operatori del settore sostengono che vi siano prove aneddotiche indicanti che l’industria della traduzione è impegnata in una corsa verso il basso.

Se fosse così, qualcosa non va nelle parole di quanti continuano a sostenere che il settore avrebbe tutte le ragioni per festeggiare: forti tassi di crescita, prospettive di lavoro positive, picchi di volume e buoni dati di vendita.

C’è un problemino, però. Il principale mercato della traduzione è oltre oceano, dove scarseggiano i corsi di traduzione e interpretariato, almeno rispetto all’Europa, malgrado la domanda, e l’avvio di un corso di laurea all’Università del Maryland è accolto come una grande novità.

In effetti, la formazione è fondamentale, non solo per lo sviluppo di nuova forza lavoro, ma per orientare i futuri indirizzi.

Non c’è da sorprendersi, quindi, che per molti la traduzione automatica possa produrre uno tsunami.

Continuare a gridare al lupo e a strapparsi le vesti e i capelli, però, non serve. Serve solo a dimostrare ignoranza, e a giustificare i peggiori umori di quanti pensano che il settore sia in fondo popolato da disperati incompetenti.

In realtà, l’industria della traduzione rimane un settore altamente frammentato basato su modelli inefficienti e a bassa produttività, e la traduzione automatica è una soluzione praticabile, che può rivelarsi efficace e conveniente in determinati domini e per determinati clienti.

L’industria della traduzione ha bisogno di innovazione come l’assetato dell’acqua, soprattutto per quanto riguarda i modelli di business.

In un suo recente rapporto, Common Sense Advisory sembra scoprire l’acqua calda affermando che la maggior parte dei modelli produttivi della maggior parte degli LSP è basata sul ricorso ai freelancer.

È proprio questo il problema, ma, secondo CSA, l’industria della traduzione non potrebbe esistere senza freelancer, a meno di non ipotizzare che tutti gli incarichi di traduzione siano svolti solo da dipendenti a tempo pieno. Un siffatto modello, però, non sarebbe flessibile, scalabile o conveniente per rispondere alle richieste del mercato. In altre parole, non sarebbe “pratico”.

In realtà, non è pratico condividere le stesse risorse, gli stessi freelancer, in tutto il mondo, nonostante la notoria e preoccupante scarsità di buoni traduttori o forse a causa di essa.

La praticità del tradizionale modello di business del settore incentrato sui freelancer è tutta nella possibilità di scaricare le proprie inefficienze operative su di essi.

D’altra parte, CSA offre un elemento a confutazione sostenendo che generalmente gli LSP agiscono per lo più semplicemente da rivenditori per i grandi MLV.

Vuol dire che la frammentazione è eccessiva (non per nulla, nel 2012, sono oltre 25.000 gli LSP, di vario tipo e competenza) e che buona parte dei problemi del settore potrebbe trovare soluzione nel consolidamento, come appare evidente dalla storia recente.

È del tutto opinabile, invece, che i clienti colgano l’importanza del ruolo dei freelancer: l’asimmetria informativa resta infatti il primo ostacolo alla credibilità del settore.

Infine, vale la pena ricordare che i settori in cui si dà grande importanza ai freelancer (per lo più consulenti), industria manifatturiera, finanza e bioscienze, operano per lo più secondo i modelli “poco pratici” di cui sopra e il ricorso ai freelancer è eccezionale e diretto.

Di recente, Renato Beninatto ha tenuto un webinar per Moravia sulle “microtraduzioni” come nuova realtà economica, sostenendo che sono finiti i tempi dei grandi progetti che durano mesi, e che il futuro è nei flussi continui di microcontenuti da trattare e rilasciare in brevissimi lassi di tempo.

In realtà, questo passaggio si deve in gran parte all’incapacità degli MLV e, più in generale, degli LSP, di elaborare nuovi e più efficienti modelli di business competitivi e riconoscibili che facciano dell’industria della traduzione una vera e propria industria, al pari di quella manifatturiera, della finanza e delle bioscienze.

Da una grande azienda ci si attende di solito un gran numero di innovazioni importanti, ancorché magari non “dirompenti”. Nello scorrere la graduatoria mondiale dei primi cento LSP, però, quello che si rileva è proprio che nessuno, tra i primi dieci, o tra i primi venti, o anche tra i primi trenta si è segnalato per significative innovazioni.

Forse è per questo che i titoli delle società quotate in borsa continuano a non ricevere particolare attenzione e a essere generalmente accompagnati da un suggerimento a vendere.

Gran parte delle maggiori innovazioni si deve a clienti che non avevano bisogno di tutte le funzioni disponibili con un certo prodotto fin dall’inizio.

È per questo che diverse utili innovazioni non provengono da scienziati e ingegneri chiusi ad armeggiare in un laboratorio, ma da utenti che risolvono i propri problemi.

Con la digitalizzazione si va verso la condivisione a costo zero, ma l’industria della traduzione reagisce tentando disperatamente di mantenere in vita i modelli tradizionali.

E se il nuovo modello fosse basato proprio sulla condivisione per compensare i costi di produzione?

Avvinti come l’edera

I costi di distribuzione sono un freno alla concorrenza, ma la digitalizzazione li riduce. Per l’industria della traduzione massicciamente digitalizzata, vale quindi la regola principe di ogni strategia commerciale: chiedetevi cosa fornite di unico e fatevi pagare per quello.

Il caso di Ada Lovelace è emblematico. La sua fama era dovuta per lo più alla traduzione di un articolo del matematico italiano Luigi Menabrea sulla macchina analitica di Charles Babbage che si era dimostrato arduo per molti altri scienziati che non ne afferravano il concetto. Ada Lovelace vi dedicò 9 mesi, aggiungendovi una serie di note che erano più lunghe dell’articolo stesso.

Per inciso, l’articolo era stato scritto in francese. Per le stesse ragioni, tutti gli LSP, compresi i grandi MLV cercano di fidelizzare i buoni traduttori perché trovarne è terribilmente difficile.

E questa difficoltà è quella che porta ad avventurarsi con i meno capaci, ovviamente pagandoli sempre meno. E qui si torna alla legge di Gresham.

Chi è responsabile, allora, della commodificazione della traduzione? Di certo non la tecnologia

In un recente articolo, Gerald Crabtree, biochimico, ricercatore presso la Stanford University, suggerisce che l’evoluzione e la conseguente ultima semplicità della vita moderna ci stanno rendendo più stupidi. Secondo Crabtree, con lo sviluppo dell’agricoltura, è venuta l’urbanizzazione, che potrebbe aver indebolito il potere di selezione per eliminare le mutazioni che portano alle disabilità intellettive. In pratica, rispetto ai nostri antenati di poche migliaia di anni fa, possiamo affermare che la nostra intelligenza è decisamente più fiacca.

Le tesi di Crabtree sembrano in contrasto con il diagramma che il premio Nobel per l’economia Robert William Fogel usò in Fuga dalla fame: Europa, America e Terzo mondo, 1700-2100, per illustrare la correlazione tra la crescita della popolazione mondiale e alcuni dei principali eventi nella storia della tecnologia.

In qualche caso, però, il progresso tecnologico sembra aver decisamente giocato a nostro sfavore. Da una parte, ci ha reso più comoda e longeva l’esistenza, dall’altra ha impigrito il nostro intelletto.

Valga per tutti il caso del Commodore 64. Ebbe un successo enorme, ma era difficile da usare e saper programmare era obbligatorio. Questo rendeva ogni risultato una conquista e ha permesso la nascita di tanti piccoli geni come il David J. Lightman di War Games.

Oggi, l’evoluzione tecnologica ha introdotto per lo più uno spreco generale di risorse, a cui assistiamo quotidianamente impassibili. Al C64 “bastavano” solo 64 Kbyte, ma un banco di memoria era oro. L’enorme quantità di RAM installata oggi sulla maggior parte dei PC viene usata di solito per fare le stesse cose che poteva già fare il C64, di meno a più. Non sorprende che, nonostante la prevalenza endemica di computer, PDA, e gli altri dispositivi elettronici, vedere un bambino scrivere un programmino o un gioco anche rudimentali è difficile quanto vedere una cometa. “Digital divide” è ormai il divario tra ciò che gli utenti e le macchine possono fare. E si allarga ogni giorno di più.

In What Money Can’t Buy: the Moral Limits of Markets, Michael Sandel cita il libro di Michael Lewis da cui è stato tratto il film L’arte di vincere come un esempio di “importante rivoluzione intellettuale”.

Nel libro di Lewis, il manager di una squadra minore sottofinanziata utilizza il proprio ingegno e i moderni strumenti di econometria per competere con le squadre più ricche e vincenti. La morale, secondo Sandel, è che bisogna sapere sfruttare le inefficienze del mercato.

Certo è difficile tifare per l’analisi quantitativa e per l’efficienza dei meccanismi di pricing e, in realtà, gli Oakland Athletics, pur arrivando ai playoff non hanno vinto né si sono più ripetuti. Non perché l’idea dietro moneyball non fosse azzeccata, ma perché si è diffusa, tant’è vero che i Boston Red Sox hanno vinto due campionati in seguito grazie ad essa.

In pratica, moneyball si è rivelata una strategia inadatta ai “secondi”, almeno a lungo termine.

La morale, quindi, è che il talento va premiato, e se lo si premia in modo efficiente è lecito aspettarsi grandi risultati.

Il metodo moneyball ha reso il baseball più efficiente, non più bello. E dieci anni dopo, un anno solo dopo il film, in Di nuovo in gioco, il messaggio che passa è che le statistiche non servono a selezionare i migliori.

La tecnologia serve, ma non nel lungo periodo, a meno di non sapere come servirsene e pianificare adeguatamente.

Comprare software non significa innovare. Tanto meno lo è imporre acriticamente ai propri collaboratori di usarlo.

Eppure è quello che succede regolarmente anche con i più complessi progetti di localizzazione. Ed è per questo che nella maggior parte dei progetti di localizzazione, la gestione dei file è ancora quasi tutta manuale, anche se chiunque in quest’ambito sa che così i tempi si dilatano e la possibilità di errori aumenta.

Innovare il modello di business

Prima di assurgere agli attuali livelli di popolarità, il modello di business di Zara è passato praticamente inosservato per oltre 30 anni. È stato progettato per poter intervenire rapidamente sulle nuove tendenze: reattività e velocità prima dei costi.

Per questo, Zara produce in luoghi costosi e utilizza modalità di spedizione costose.

Tuttavia, per oltre 20 anni, il modello di Zara è stato praticamente ignorato e incompreso, massime dalla concorrenza, con reazioni che andavano dalla sprezzante derisione all’indifferenza.

I casi di Apple con l’iPhone e di Pfizer con il Viagra dimostrano che il vantaggio derivante dall’innovazione tecnologica e/o di prodotto è limitato perché entrambe si possono imitare.

Quando l’innovazione, invece, interessa il modello di business, le caratteristiche uniche di ognuno rendono i benefici più sostenibili.

In primo luogo, l’innovazione è spesso nei processi dell’azienda, che di solito non sono immediatamente visibili per la concorrenza.

In secondo luogo, copiare un modello di business innovativo è molto più difficile che copiare un prodotto o servizio.

Imitare la logica operativa altrui comporta un cambiamento profondo nella propria e un conseguente riadattamento, entrambi decisamente difficili.

Le società di traduzione producono su richiesta ciò che il cliente ordine, ma fin qui non sono mai state in grado di semplificare le loro catene di approvvigionamento, e l’unico modo che hanno trovato per offrire i loro prodotti a un prezzo significativamente più basso è stato ridurre i compensi per tagliare i costi, sostenendo così la legge di Gresham.

Innovare il proprio modello di business significa cambiare il modo di offrire i propri prodotti o servizi agli stessi clienti con le stesse tecnologie. Molto spesso questo tipo di innovazione aggiunge valore e introduce più cambiamenti di quella di prodotto o tecnologica.

Dov’è il problema, allora? Il problema sta nel sapere quali modifiche funzioneranno. E come si fa a innovare sistematicamente i propri modelli di business?

La catena del valore delle imprese di traduzione è per lo più la stessa e rimane implicita per la maggior parte di esse, anche se la progettazione di una catena del valore è ampiamente documentata, fa ormai parte di tutti i corsi di economia e si basa su tre elementi standard: entrate (prezzo, dimensioni del mercato, vendite accessorie[*]), struttura dei costi (costi diretti e indiretti, economie di scala e di scopo), e la velocità delle risorse (il rapporto tra risorse e valore prodotto, calcolato in genere in base ai tempi di consegna, alla produttività e alla gestione delle scorte e delle risorse).

Sono fattori ormai noti e assimilati, su cui si concentra gran parte della letteratura manageriale.

L’innovazione dei modelli di business consiste essenzialmente nel creare valore aumentando i rischi attraverso inattese opportunità. Le società di traduzione adottano in genere un modello e un approccio molto tradizionali che consiste nel ridurre i rischi ritardando gli impegni di produzione e quelli finanziari, trasferendo i rischi ad altri soggetti e/o sfruttando l’asimmetria informativa.

Conclusioni

E allora? L’innovazione divora se stessa. Sicuri di voler restare stupidi e affamati?


[*] Prodotti che si possono acquistare in aggiunta al prodotto principale, magari con uno sconto per migliorarne l’uso. Cosa può offrire un LSP come prodotto o servizio accessori? E, soprattutto, è o è stata mai pratica comune?