Le cose cambiano

DecrescitaNel secondo capitolo del saggio “Italia, cresci o esci”, Roger Abravanel e Luca D’Agnese spiegano perché l’Italia non cresce.

La crescita è l’unica possibilità da quando l’inefficacia dell’economia pianificata è stata decretata dalla storia con il fallimento dei sistemi comunisti. E decrescita è solo un nome diverso per “economia pianificata”, a dispetto dell’elegante vestito intellettuale con cui si tenta di dissimularla.

I fautori della decrescita propugnano l’autoriduzione dei loro standard da parte dei paesi più ricchi, fingendo di credere che sarebbe accettata da popolazioni (di elettori) assuefatte ad essi e di dimenticare che i paesi meno ricchi che ambiscono a diventare ricchi non ne approfitterebbero depauperando comunque le scarse risorse disponibili. Usare a fondamento della decrescita il principio schumpteriano della distruzione creativa non tiene conto del fatto che l’innovazione tecnologica (una delle cinque forme di innovazione indicate da Joseph Schumpeter) produce incrementi di efficienza che possono fare aumentare il consumo di risorse, anziché ridurlo.

Indubbiamente, soprattutto mediaticamente, “decrescita” è un’idea seducente.

L’analisi di Abravanel e D’Agnese contiene elementi validi anche per la cosiddetta “industria della traduzione”, ovviamente italiana, ma non solo.

Secondo Abravanel e D’Agnese, l’economia italiana è ancorata a modelli obsoleti, ed è tuttora incapace di operare una piena transizione verso un’economia postindustriale, il che ha impedito e impedisce di sviluppare altre dimensioni di competitività. Le imprese italiane hanno così perso l’onda della crescita nel settore dei servizi e le piccole dimensioni e la frammentazione delle imprese non hanno poi consentito di approfittare in pieno della rivoluzione digitale.

Al riguardo, Abravanel e D’Agnese portano un esempio interessante. Cinquant’anni fa un frigorifero costava più o meno come un’automobile, mentre ora quest’ultima costa venti volte di più. E questo non è avvenuto perché l’industria automobilistica non ha saputo ridurre i costi. È invece successo che, mentre il frigorifero svolge oggi più o meno le stesse funzioni di cinquant’anni fa, l’automobile è diventata un prodotto complesso, che con il passare degli anni si è arricchito di funzioni sempre nuove. Per questo oggi, per progettare e costruire un’automobile, servono molte più competenze di mezzo secolo fa. Le aziende automobilistiche tedesche sono state più abili di tutti nel seguire la transizione verso la progettazione e la fabbricazione di un prodotto sempre più complesso. Così, grazie alla loro tecnologia e organizzazione, oggi dominano il grande mercato delle vetture di gamma alta e più sofisticate. E sono cresciute, nonostante l’emergere di formidabili nuovi concorrenti come i giapponesi e i cinesi.

Le imprese italiane hanno invece preferito rimanere confinate in «nicchie», con l’ovvia impossibilità di crescere. Gli imprenditori italiani si sono in pratica dimostrati incapaci di adattarsi ai tempi che cambiavano. E che ancora cambiano.

Il cambiamento più importante è stato sicuramente quello addotto con l’introduzione delle (un tempo) “nuove” tecnologie, in cui pure l’Italia era stata pioniera. Si veda, al riguardo, il bel saggio di Marco Pivato Il miracolo scippato.

Che in Italia si continui a fare ricerca di base e a produrre innovazione lo dimostra il recente interesse della Volkswagen per le imprese piemontesi di componentistica. La principale azienda locale disimpegna e altre più dinamiche e attente ne prendono il posto.

Ancora più grave, sottolineano Abravanel e D’Agnese, è quindi il fatto che le nostre imprese si siano dimostrate e si dimostrino tuttora incapaci anche di applicare le tecnologie, specie quelle sviluppate da altri. Internet è considerato un gadget: l’imprenditore italiano tipo magari ha tablet e smartphone, e magari più d’uno, ma dimostra tutta la propria arretratezza limitandosi a usarli per giocare o per telefonare, in rari casi, per leggere la posta, sempreché qualche “smanettone” in famiglia o in azienda, li configuri. La stessa arretratezza si ritrova nella cultura organizzativa dell’impresa italiana, soprattutto di quella piccola, incapace di utilizzare l’enorme potenziale delle tecnologie digitali.

Come non bastasse, le PMI italiane sono troppo piccole e spesso incapaci di attirare personale qualificato. Non è un caso, secondo Abravanel e D’Agnese, il successo di Ikea anche nel paese dei mobilieri. Ikea è il simbolo del commercio innovativo e non è un caso nemmeno che il ruolo delle più importante e prestigiosa catena di grandi magazzini nel settore della vendita di prodotti di abbigliamento e per la casa sia stato di fatto ceduto a un’azienda divenuta un colosso mondiale non certo grazie al “made in Spain” (produce in tutto il mondo), ma per la sua flessibilità produttiva e la sua capacità di programmazione e logistica innovativa.

«Piccolo è bello» solo se al genio si accompagna autentico spirito di impresa. Il problema non è la competizione, ma la capacità di competere. In tutto il mondo le piccole imprese creano la maggioranza dei posti di lavoro, quando sono giovani, crescendo nei primi cinque anni; le nostre imprese restano piccole e restano competitive solo pagando poco i loro collaboratori, spesso “in nero”.

Abravanel e D’Agnese concludono ricordando che le nuove competenze sono innanzitutto di tipo “organizzativo”: oggi si richiede capacità di risolvere problemi, lavorare in team organizzando il proprio lavoro e quello dei collaboratori, ascoltare gli altri e ragionare con la propria testa.

Sulla base di queste premesse, è utile andarsi a rileggere un articolo di Daniele Autieri su Repubblica del 25 settembre 2006 che “accreditava” ufficialmente Facebook in Italia. A parte i divertenti “mocassini portapenny”, l’articolo di Autieri è la testimonianza di come oggi un lustro possa equipararsi a un eone. Meno di sei anni fa, la notizia era che un’applicazione Web molto, molto “americana” era arrivata al punto da interessare aree così vaste da ipotizzare «la creazione di 500 aree geografiche che permetteranno agli utenti della Rete da ogni parte del mondo di accedere ai suoi contenuti». L’altro dato interessante è che la filosofia di Facebook era dichiaratamente ancora quella per cui «sebbene chiunque possa iscriversi, non sarà possibile interagire liberamente gli uni con gli altri. Oltre al vincolo regionale, le informazioni di un altro membro della community verranno rese disponibili solo se questo sia consenziente».

Le cose cambianoProviamo allora a porci qualche domanda. Ogni giorno, nel mondo, si creano 2,5 miliardi di miliardi di byte, il che significa, più o meno, che il 90% di quelli prodotti a tutt’oggi è stato creato negli ultimi due anni. Diventa complesso, allora, ancorché resti vitale, trattare questa impressionante mole di dati per condurre analisi e anticipare le tendenze. E volte anche due minuti possono essere troppi.

Come si può fare? Occorre una spinta innovativa costante e una altrettanto costante capacità di adattamento al cambiamento che ogni innovazione comporta, massime quelle tecnologiche. Questa flessibilità, però, deve essere riconosciuta e adeguatamente ricompensata. Se si profila davvero una terza rivoluzione industriale, per affrontarla occorrono nuove competenze. Le prime imprese ad aver delocalizzato adesso stanno riportando in patria la produzione non a causa della crescita dei salari cinesi, ma perché oggi è necessario essere più vicini ai propri clienti in modo da reagire più rapidamente ai cambiamenti della domanda, e alcuni prodotti sono così sofisticati da rendere necessario tenere progettisti e operai nello stesso posto. Per agevolare questa tendenza, però, occorre stimolare l’innovazione e favorire il cambiamento, anziché proteggere l’esistente.

Quando infuria la rivoluzione, si dovrebbe tornare ai fondamentali: migliore formazione, per una forza lavoro più qualificata, regole chiare e condizioni di parità per tutti gli operatori.

L’altra domanda da porsi, a questo punto, è: perché tanti lamentano la carenza di traduttori ma non sono disposti a riconoscere il valore economico del loro lavoro? Per il mercato italiano basterebbe tornare all’analisi di Abravanel e D’Agnese. Nel corso della 6ª Conferenza Internazionale EUATC svoltasi a Roma l’8 e il 9 aprile 2011, Inger Larsen disse esplicitamente che Italia e Spagna sono gli unici paesi in cui si producono ancora traduttori “vecchio stile”. Ameno per l’Italia aveva, ed ha, drammaticamente ragione e il motivo si può ritrovare, anche in questo caso, nell’analisi di Abravanel e D’Agnese. Gli “imprenditori” italiani sono troppi, poco esperti e poco professionali, come i traduttori cui spesso si rivolgono, incapaci di attirare, e trattenere, risorse qualificate. Le “imprese” italiane sono quasi tutte microimprese, tecnologicamente arretrate, che si affannano attorno agli stessi clienti, allungando a dismisura la filiera, operando quasi tutte da reseller, che si tuffano su qualunque cosa al solo scopo di lucrare sul margine di rivendita, appunto, riducendo così quello per i compensi ai “collaboratori”.

Per queste “imprese” l’innovazione tecnologica si traduce nell’adozione, spesso e volentieri esclusivamente da parte dei collaboratori, senza alcun contributo da parte degli “imprenditori”, di strumenti basati su tecnologie ormai obsolete.

Università e scuole per traduttori, quindi, spesso obsolete anch’esse e popolate da docenti simili a questi “imprenditori”, si adattano all’ambiente e alla “domanda”.

E suona stonato, allora, il lamento degli “imprenditori”, se non altro perché è lo stesso che si ascolta ripetere da almeno trent’anni e che alcuni tra i più anziani dicono di aver sentito anche prima.

Del resto, ogni imprenditore ha il mercato che merita se non altro perché contribuisce a farlo, e ogni mercato ha gli operatori che merita.

A meno di non voler dar retta a isolati visionari dalle improbabili visioni, ovvero credere alla decrescita (ma sperimentarla per primi), per crescere occorre investire, innanzitutto in risorse pregiate, anche correndo il rischio, che fa parte dell’essere imprenditore, di vedersele soffiare da qualcun altro, anche se non necessariamente un concorrente, che offra loro di più, a meno di non subire gli effetti della legge di Gresham applicata alle “risorse umane”. Se il valore attribuito al lavoro diminuisce, la disponibilità a prestare la propria opera da parte dei lavoratori più qualificati diminuisce parimenti, finché le uniche risorse disponibili saranno quelle meno qualificate, in un continuo circolo vizioso.

L’“industria” italiana della traduzione è fatta per lo più di puri mediatori che applicano ricarichi ingiustificati per la sola intermediazione di lavoro, per diverse ragioni. In primis, perché la sola intermediazione di lavoro non comporta valore aggiunto. In secundis, perché la sola intermediazione di lavoro si compone essenzialmente di “costi operativi” che si possono sempre “limare”. Quindi, giacché la traduzione è ormai commodizzata, per garantirsi ampi margini di profitto occorre ridurre i compensi alle “risorse”. Si torna, così, all’analisi di Abravanel e D’Agnese.

Una delle ragioni per cui i compensi non sono calati ancora negli ultimi tre anni e c’è qualche timido segnale di risalita è perché l’insoddisfazione tra i clienti è crescente. Peraltro, restano risibili le pretese di tanti, troppi “imprenditori”, non solo italiani, purtroppo, che vorrebbero lavorare solo con autentici mostri, ma non sono disposti a pagarli per le competenze che esigono da essi.

È vero che la produttività dei traduttori non cresce come alcuni si aspettano, ma questo dipende dal fatto che la formazione dei traduttori è ancora rivolta a metodologie superate o all’uso di strumenti specifici, anziché a sviluppare quelle competenze “organizzative” di cui parlano Abravanel e D’Agnese. E questo non è vero solo in Italia.

Per un professionista della traduzione qualificato, di quelli che costituiscono il cosiddetto premium market, il compenso deve essere commisurato al sacrificio imposto da anni di studio e di “gavetta”. Si può lavorare gratis o per compensi apparentemente irrisori, ma con determinati strumenti e modalità, e sulla base di determinate specifiche, e a fronte, magari, di altri riconoscimenti.

E se le imprese trattano i servizi linguistici come commodity, assegnando sempre le commesse in base all’offerta (economica) più bassa, la causa è da ricercare tra le quelle che hanno spinto Florence Noiville a pentirsi delle sue scelte.

Del resto, se economia e finanza fossero davvero una scienza, economisti e finanzieri saprebbero quel che fanno e, soprattutto, non ci avrebbe condotto dove ci hanno condotto facendo quel che hanno fatto.