L’ottimo è nemico del buono

Nei suoi scritti, un saggio italiano disse che l’ottimo è nemico del buono.
François-Marie Arouet de Voltaire

Una macchina di Turing fatta con il LegoLe Roi est mort, vive le Roi! (Il Re è morto, viva il Re!) erano le parole di rito con le quali l’araldo della monarchia francese annunciava al popolo la morte del sovrano e l’avvento al trono del successore a garanzia, mai interrotta, della casa reale. Queste parole furono pronunciate, per la prima volta, per l’ascesa al trono di Carlo VII alla morte del padre Carlo VI nel 1422. Oggi si usano in occasione di ricambi importanti.

Lo scorso 30 maggio, Yahoo! ha ufficialmente ritirato Babel Fish, il primo motore di traduzione automatica disponibile gratuitamente via Web dal 1999, in favore di Microsoft Bing Translator.

Nato per iniziativa dell’imprenditore canadese Oscar A Jofre, Babel Fish era basato su un motore a regole fornito da SYSTRAN.

I motori di traduzione automatica a regole operano sulla base di dati linguistici relativi alle lingue di lavoro provenienti dai dizionari e dalle grammatiche. Il motore traduce il testo sorgente in base all’analisi morfologica, sintattica e semantica e alle regole della lingua sorgente e di quella di destinazione.

Oggi, l’approccio dominante nella traduzione automatica è la traduzione automatica statistica (SMT), che utilizza un approccio basato sull’utilizzo di corpora paralleli, secondo due processi distinti e separati: addestramento e decodifica.

Nel primo processo, si derivano un modello statistico di traduzione a partire da un corpus parallelo, e un modello statistico della lingua di destinazione a partire da un corpus monolingue. In seguito questi due modelli vengono utilizzati in fase di decodifica, cioè per la traduzione vera e propria. A sua volta, la traduzione viene affrontata come se si trattasse di una ricerca a tutti gli effetti: data la frase da tradurre, si sceglie quella più probabile fra tutte le traduzioni possibili previste dal modello traduttivo.

I motori a regole davano già buoni risultati, ma quelli statistici sono stati perfezionati e permettono di usare le macchine in un modo del tutto diverso, secondo quello per cui sono state meglio concepite, il calcolo a forza bruta.

Nel 1950, Alan Turing, padre dell’intelligenza artificiale, scrisse un piccolo saggio, in cui si chiedeva se le macchine potessero pensare. Pur ammettendo di non avere argomenti convincenti a sostegno delle sue idee, Turing era persuaso che in futuro si sarebbe viste “macchine che imparavano”. In effetti, da allora, i computer non si sono evoluti come credeva Turing, anche se sapeva che non sarebbe stato possibile applicare alle macchine il processo di insegnamento che si usa per i bambini, perché l’educazione richiede una comunicazione bidirezionale tra insegnante e allievo. Una “macchina che impara”, quindi, dovrebbe essere costruita in modo da ricordare gli eventi precedenti la comparsa di un segnale di punizione e non ripeterli, e, viceversa, ricevere un premio al ripetersi di eventi positivi.

Eppure, oggi, si parla spesso anche di “addestrare” un sistema di traduzione automatica.

I progressi compiuti assumono una sfumatura diversa, specie se letti alla luce delle parole pronunciate da David Levy nel celebrare il centenario di nascita di Turing. Ricordando che, in alcuni ambiti della diagnostica medica, è dimostrato che i computer possono essere più precisi dei medici, Levy ha posto una domanda inquietante: «preferireste che a farvi una diagnosi fosse un medico, che pure ha l’80% di probabilità di avere ragione o un computer che ne ha il 95%?»

Un’analoga domanda si può porre anche per la traduzione automatica: «Non conoscendo la lingua, meglio la traduzione fatta da un essere umano con l’80% di probabilità di esattezza, o quella di un computer con il 95%?»

Eppure, nel presentare Duolingo, Luis von Ahn, l’uomo dei CAPTCHA e dei reCAPTCHA, ha sostenuto che non ci si può ancora fidare della traduzione automatica perché fa ancora troppi errori. Von Ahn ha anche affermato che per tradurre Wikipedia in spagnolo sarebbero necessari 15 miliardi ddollari, troppi, anche se la tariffa applicata fosse inferiore a quella “standard” di 20 centesimi di dollaro a parola, e che il compenso sarebbe comunque eccessivo.

La premessa dietro Duolingo prevede che gli utenti che non conoscono una lingua la possano apprendere traducendo i contenuti loro proposti in uno sforzo collettivo, sociale. Quest’idea può apparire folle a un traduttore, che si suppone abbia trascorso gli anni migliori della sua vita ad apprendere una lingua, eppure testimonia meglio di altre la sensazione che il pubblico non capisca la traduzione, sia essa svolta da macchine o da esseri umani, come, per esempio, ha scritto Jost Zetschenel numero 210 della sua newsletter.

Ciò, però, è dovuto proprio alla convinzione che la traduzione sia “solo” un’operazione linguistica, anziché la soluzione di problemi complessi.

D’altronde, la supponenza con cui si affrontano quei problemi è tipica proprio dei linguisti e dei traduttori. Valga per tutti il caso della DGT e di quel campione di Karl-Johan Lönnroth con il loroJuvenes Translatores. Lönnroth ha sempre vantato una conoscenza del latino che, evidentemente, invece gli manca, altrimenti avrebbe saputo (o intuito) che “translator” non esiste nella lingua di Cicerone.

Traducere” in luogo di “interpretare” si deve infatti a un errore, di Leonardo Bruni.

Lönnroth è in ottima compagnia, visto che anche la celebrata Gisèle Sapiro cade in un triste “translatio” per il suo saggio sul mercato della traduzione (ovviamente rigorosamente letteraria) in Francia.

Non c’è dunque da sorprendersi se, nel suo articolo in memoria di Alan Turing, Somini Sengupta si scagli contro la traduzione automatica che cade sulla satira, l’ironia, i calembour e i riferimenti culturali, “dimenticando” che solo una minuscola frazione del materiale che si traduce oggi si affida all’ironia e al sarcasmo e che molti giochi di parole si possono “ricostruire” in fase di decodifica.

Nello stesso articolo, Alon Lavie, anch’egli docente alla Carnegie Mellon e cofondatore di Safaba, afferma che traduzione automatica e traduzione umana operano in scenari diversi, e che la traduzione automatica si presta al meglio per tradurre grandi volumi in più lingue, specie nei casi in cui è richiesto un certo grado di riservatezza.

Secondo Lavie, la soluzione in crowdsourcing di Duolingo è indicata proprio per quelle situazioni in cui è necessario tradurre rapidamente e gratuitamente volumi modesti, ma per i quali è richiesto un livello di qualità “umana”.

Di chi è la colpa, allora, se “il pubblico non capisce la traduzione”?

Un esempio per tutti: l’articolo di Nataly Kelly per l’Huffington Post non contribuisce a dare rilievo a questo mestiere.

Articoli come questo se ne pubblicano da anni e non hanno scalfito nemmeno la superficie di quel saldo e solido coacervo di indifferenza ed equivoci che circondano la traduzione. Forse può funzionare negli USA, per un po’, ma, anche in quel caso dimostra che del pubblico si ha per lo meno l’idea che non è ancora “pronto”.

Quanti sono, per esempio, i lettori nelle zone più remote degli U.S.A. che leggono l’Huffington Post? E quanti quelli, nelle aree suburbane, che ritengono di qualche importanza la traduzione? E, infine, quanti sono i lettori delle grandi aree metropolitane disposti a leggere con attenzione un articolo simile e ad attribuirgli un qualche peso nella loro vita?

Certo, è sempre meglio di niente, anche se, una volta avuto spazio sul numero uno della classificaTechnorati, lo si potrebbe sfruttare per spiegare perché «la traduzione ha impatto praticamente su ogni aspetto della società, della politica e dell’economia», vale a dire perché è importante e dovrebbe esserlo anche per un emarginato come quelli ritratti in certi film.

Fino a qualche anno fa, Renato Beninatto era un acceso sostenitore dell’idea che gli organismi di categoria dovessero sviluppare strategie di comunicazione e pubbliche relazioni, possibilmente in comune. Durante la sua presidenza, però, ELIA è rimasta un cenacolo ininfluente, al pari degli altri organismi di settore, a dimostrazione del fatto che il disinteresse forse non è del tutto ingiustificato e che se gli eventi di settore non vedono la partecipazione di clienti, la colpa non è dei clienti.

Forse non è vero che il pubblico non capisce.

Forse alcuni non sembrano accorgersi che il mondo va avanti, ma alcuni sembrano non accorgersene e reiterano vecchi schemi ormai superati, pur essendo anche stati tra i pionieri.

È il caso di Alan Melby e di quella che pare proprio una marchetta per Multi-Languages Corporation. L’unica cosa che suona dirompente (ma, giova ricordarlo, siamo nel 2012) è l’affermazione per cui «una traduzione di qualità è quella che segue le specifiche del caso», e «il lavoro di un fornitore di servizi di traduzione è di garantire specifiche adeguate e attenervisi scrupolosamente».

Melby arriva tardi: dopo aver redatto e sponsorizzato la norma ASTM F2575 – 06 contro la norma europea EN 15038 adesso promuove la norma canadese CAN CGSB 131.10-2008, basata su quest’ultima. Quanto alle specifiche, forse vale la pena andare a rileggere un vecchio articolopubblicato nel 2008 da ClientSide News.

Peraltro, Melby ha assolutamente ragione nel sostenere che, in ogni caso, le specifiche di progetto si dovrebbero concordare prima dell’inizio della fase di produzione. Ma ha sicuramente torto nel sostenere che, se le specifiche di progetto risultano inadeguate per il pubblico di destinazione, ilproject manager dovrebbe essere chiamato a rettificarle insieme al committente e a ottenere quindi l’approvazione del cliente, perché questo non rientra nelle responsabilità di un project manager, aggiungendo così un altro tassello al puzzle dell’ignoranza del project management.

D’altra parte, Melby è perfettamente nel giusto quando afferma che spetta al project manager la finalizzazione delle specifiche, la selezione dei traduttori e degli altri componenti del gruppo di progetto e il coordinamento nell’esecuzione del progetto, anche se questo non si verifica quasi mai, soprattutto per i grandi progetti che coinvolgono grandi LSP.

Pur non essendo  necessariamente tenuto a comprendere il processo di traduzione, un project manager dovrebbe essere in grado di leggere una specifica dei requisiti, conoscere gli utenti finali e i processi aziendali del committente e del suo cliente.

La perla più autentica di “Almost everything you ever wanted to know about Translation”, comunque, resta il passaggio sui requisiti di assunzione raccomandati per traduttori. Per esempio:

  • Laurea in lingue, linguistica e/o in traduzione;
  • Certificazione da parte di un’associazione professionale;
  • Certificazione internazionale;
  • Esperienza professionale;
  • Partecipazione ad attività di sviluppo professionale;
  • Referenze.

Ovviamente, un traduttore con simili requisiti ha tutto il diritto di esigere un cospicuo onorario per i propri servizi, molto ma molto lontano anche da quelli che von Ahn non si trattiene dal definire eccessivi.

Non è così che si favorisce la conoscenza e l’apprezzamento della pratica della traduzione, e non solo per via dell’enorme distacco dalla realtà del mercato: sono ancora decisamente pochi i traduttori professionisti che fanno un uso sapiente ed esperto degli ambienti di traduzione, mentre sono in aumento quelli che usano i grandi sistemi di traduzione automatica online per una prima sgrossatura del materiale, specie se la memoria di traduzione in loro possesso non si rivela efficace.

Questi ultimi sono i primi a riconoscere la validità del “good enough” che, con colleghi e conoscenti, rinnegano.

Forse è anche per quello che l’articolo di Nathaly Kelly ha ottenuto vasta risonanza e ampio consenso presso la comunità dei traduttori (e anche presso qualche LSP), in cui non di meno è ancora la “qualità” il problema più dibattuto, anche se ancora una volta in ritardo, come nell’articolo di Sharon O’Brien sul modello di valutazione dinamica della qualità nella traduzione.

Il passaggio dal XX al XXI secolo è stato segnato da cambiamenti radicali all’insegna della globalizzazione, con la massificazione delle informazioni.

Questa ha avuto come primo effetto di trasformare la traduzione in un prodotto di consumo in quanto prevalentemente associata a beni di consumo, libri compresi, sottratti al dominio della cultura.

La tendenza ancora in atto prevede l’applicazione di modelli industriali già superati negli ambiti originari, che, peraltro, non tengono conto del fatto che la formazione ricevuta da coloro che dovrebbero attenervisi (i traduttori) è lontana dalle regole della massificazione della produzione, a cominciare dai controlli di qualità.

A ciascuno di noi sarà capitato di acquistare un prodotto di massa e di trovare, nella confezione, il cartellino del controllo di qualità, con il riferimento all’addetto che lo ha eseguito. Un prodotto che abbia passato il controllo è ritenuto “perfetto” entro soglie predefinite. In altri termini è “adeguato”, “abbastanza buono” perché l’ottimo è nemico del buono, e nessun processo, benché perfettibile, può mai essere perfetto al punto da garantire risultati perfetti.

Nella vendita in cui è l’acquirente ad avanzare una richiesta (come nel caso della traduzione), costui detta anche i termini della transazione. Nelle transazioni in cui, viceversa, è il venditore ad avanzare una proposta, questi presenta al cliente anche i termini della traduzione.

È il caso, per esempio, delle aziende farmaceutiche e dell’offerta di farmaci rivolta direttamente ai consumatori, una pratica ormai diffusa negli Stati Uniti, ma vietata in molti altri paesi. A vedere certe pubblicità, si potrebbe pensare che le malattie più gravi ancora da debellare nel mondo non siano l’AIDS, la malaria, la oncocercosi o la tripanosomiasi, ma le disfunzioni erettili.

La tecnologia non modifica i comportamenti umani, ma permette solo di risolvere più rapidamente e facilmente certi problemi. Questo spiega perché venga usata per affrontare le disfunzioni erettili, e perfino l’AIDS, ma meno per l’oncocercosi e la tripanosomiasi pur potendo essere anche più efficace di quanto lo è stata per la lotta alla malaria.

La sfida delle novità tecnologiche va affrontata con coraggio, altrimenti ci si inabissa nell’inutilità o nella marginalità, e prima o poi si diventa antiquariato e, alla fine, cianfrusaglia, da dimenticare in cantina.

Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii