Se pecora ti fai, il lupo ti mangia

Pecora in armiIn una lettera a Thomas Cushing, contenuta nell’Autobiografia di Benjamin Franklin, a cura del nipote di Franklin, William Temple Franklin, Benjamin Franklin scrisse: «c’è molto di vero nel detto italiano, chi pecora si fa, lupo lo mangia», che significa, più o meno, che si viene trattati nel modo in cui ci si aspetta.

Di recente, sul suo blog, Kevin Lossner ha raccontato di un amico che, a proposito dei problemi riscontrati da un LSP europeo con un cliente americano, ha commentato: «alles, was sich außerhalb Ihrer Landesgrenzen abspielt, existiert nicht für Amerikaner … Sie sind einfach zu dämlich» (Per gli americani, quello che succede fuori dai loro confini non esiste: sono così stupidi…).

Nel suo post, Lossner si lamenta della difficoltà di lavorare con i suoi connazionali, per la cavillosità dei contratti. Anche gli italiani sono generalmente maldisposti a lavorare con i loro connazionali, ma per la totale assenza di un contratto o il mancato rispetto di esso, per non parlare delle tariffe troppo basse. Forse, questo è solo la conferma che tutto il mondo è paese, e che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Lossner si lamenta anche di Common Sense Advisory e dei suoi sondaggi sulla traduzione automatica – il che, in realtà, non è una sorpresa, anche per un sedicente esperto di tecnologie per la traduzione – e di quel mucchio selvaggio che cerca di convincere gli operatori del settore a salire sulla barca della traduzione automatica per non annegare.

Kevin Lossner ricorda tanto Pietro Aretino, il poeta e scrittore satirico italiano inventore della moderna pornografia letteraria, il cui epitaffio recita: «Qui giace l’Aretin, Poeta Tosco del Che d’ognun Disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: “Non lo conosco!”».

È il tono che serve per essere popolari in certi ambienti che ancora costituiscono maggioranza nel settore. Chissà fino a quando.

In realtà, le analisi di CSA hanno sempre più l’aspetto di marchette. Non è improbabile, per esempio, che la decisione di Lionbridge si basi su valutazioni puramente economiche e sul fatto che Microsoft è uno dei suoi clienti più importanti – se non il più importante – piuttosto che su qualità e flessibilità.

Tuttavia, per il momento, bisogna accontentarsi, giacché CSA è l’unico centro studi di settore, e gli operatori dell’industria della traduzione non sembrano intenzionati a finanziarne uno loro, magari tramite le associazioni di categoria, rendondolo veramente indipendente.

In un’altra delle sue analisi incriminate, CSA ha rilevato un calo dei prezzi per la maggior parte dei servizi di traduzione e localizzazione a fronte della costante crescita della domanda. Non si tratta certo di una novità per il settore della traduzione.

Il calo dei prezzi può essere dovuto a diversi fattori, ma non tra quelli indicati nelle conclusioni di CSA. La traduzione automatica non è e non può essere uno dei fattori di cui sopra, anche se è spesso accusata di esserlo, insieme alla tecnologia. Il calo dei prezzi ha un padre e una madre: i costi operativi e la frammentazione. Tutto molto semplice. Gli LSP non riescono a tenere il passo con i loro clienti, tanto per dimensioni e fatturato, quanto per capacità finanziaria, tecnologica e commerciale. E questo fa sì che non vengano presi sul serio. La madre del calo dei prezzi sono, i costi operativi, dovuti a un modello di impresa obsoleto e inefficiente; il padre è la frammentazione, che provoca uno sterile allungamento della filiera, e la conseguente compressione dei margini di profitto. Mentre i clienti si ristrutturano per essere più agili, massimizzare l’efficienza, ridurre i costi e migliorare la competitività, gli LSP non trovano di meglio che trasferire sulla forza lavoro gli effetti della concorrenza sui prezzi.

Ecco così applicati alla gestione aziendale gli effetti della legge di Gresham: gli LSP non possono più permettersi i migliori collaboratori, e le cattive risorse scacciano quelle buone.

Come Alan Melby, molti ritengono che un bravo traduttore (professionista) debba essere:

  • Padrone della lingua d’origine;
  • Di facile penna;
  • Un esperto della materia;
  • Specializzato nella costruzione di glossari e nelle ricerche terminologiche;
  • In grado di risolvere diversi tipi problemi (non solo linguistici);
  • Puntuale;
  • Disponibile e affidabile;
  • In grado di affrontare carichi di lavoro secondo le esigenze del cliente;
  • Capace di seguire le istruzioni;
  • In grado di selezionare ed utilizzare gli strumenti necessari;
  • Creativo;
  • Veloce;
  • Costante;
  • Reattivo;
  • Padrone delle tecniche negoziali e di comunicazione;
  • e molto altro ancora …

Non dovrebbe essere una sorpresa, quindi, che molti neo professionisti non si dimostrino all’altezza di un tale profilo, in particolare quelli presenti su ProZ: del resto, non è una novità che la traduzione sia, da sempre, un classico ripiego per le persone con poca o nessuna formazione specifica, anche se, certe discussioni (ovviamente) su ProZ, fanno letteralmente cadere le braccia.

Oggi, un traduttore professionista dovrebbe assolutamente avere una formazione di base in terminologia, quanto meno perché i corsi di traduzione dovrebbero essere molti diversi, addirittura migliori, di quelli che frequentarono gli insegnanti di adesso.

Questo spiega anche perché la maggior parte dei LSP ricorre sempre agli stessi freelancer ed è sempre restia ad assumerne (virtualmente) di nuovi, mantenendosi costantemente all’interno del solito, inefficiente modello di business.

Se gli LSP continuano a competere sul prezzo per accaparrarsi tutti i clienti che possono solo per sostenere i propri costi operativi, prima o poi devono sostenere costi doppie per le “riparazioni” se non vogliono perdere i clienti: la concorrenza sui prezzi, infatti, si può sostenere solo con processi efficienti e tecnologie all’avanguardia.

Anche la certificazione alle norme di qualità può quindi essere inutile se non è fortemente voluta, ma rientra solo in una strategia di marketing o è una risposta alle pressioni dei clienti.

Paul Sulzberger non sbaglia nel ritenere che la traduzione sta ancora uscendo da un’epoca in cui era roba da modesti artigiani. In realtà non ha nemmeno tirato fuori la testa: la maggior parte degli LSP, infatti, sono ancora in mano a persone che non hanno idea di come si gestisce un’impresa. Quando ce l’hanno, la fanno crescere. Ne è un chiaro esempio Gavin Wheeldon, il fondatore di Applied Language Solutions che, dopo aver venduto la sua azienda a Capita, l’ha lasciata e ora è pronto a investire in una società informatica di Manchester per la quale assumerà anche il ruolo di CEO, e ha anche acquisito alcune quote in IntaFood, un’altra società di Manchester attiva nel settore della formazione gastronomica: la traduzione è business, come la cucina, e, volendo, l’istruzione.

Gli LSP sono generalmente riluttanti ad assumere piccoli incarichi, anche se la maggior parte di loro è troppo piccola per competere con i grandi operatori per i grandi clienti e i grandi progetti. Soprattutto, la maggior parte degli LSP non è finanziariamente strutturata e non dispone delle necessarie risorse finanziarie.

Come fa notare Paul Sulzberger, accettando un incarico da un cliente straniero si assume anche il rischio che il cliente non paghi e, magari, che si sottragga anche a eventuali tentativi di recupero del credito; inoltre, anche pagare i collaboratori è costoso e laborioso e porta via tempo.

In effetti, anche mettere insieme un certo numero di professionisti qualificati e mantenere aggiornati i dati del maggior numero possibile di freelancer è faticoso. È ciò che gli LSP chiamano “vendor management“, ed è la loro prima occupazione, spesso la più importante e impegnativa. E può risultarlo ancor di più a seconda delle dimensioni dell’LSP, intendendo con dimensione il numero dei dipendenti, il modello di impresa, la capacità finanziaria e il fatturato dell’LSP, e anche la percezione che questi ha di sé.

I microprogetti richiedono uno sforzo gestionale proporzionalmente pari a quello richiesto dai grandi progetti e, di conseguenza, risultano meno redditizi, anche se possono permettere di acquisire nuovi clienti e penetrare nuovi mercati.

In effetti, il cambiamento nella produzione di informazione ha reso i microprogetti la principale linea di lavoro, con la conseguenza di passare from drops to drips, anche se, in realtà, il fenomeno è tutt’altro che nuovo, essendo nato con i CMS.

Per risolvere i problemi finanziari legati ai microprogetti, le associazioni di categoria (di traduttori ed LSP) potrebbero finalmente svolgere il loro ruolo e negoziare condizioni per il credito e le micro-transazioni per i loro rappresentati. D’altra parte, gli LSP devono pur assumere qualche rischio di impresa, senz’altro più di un freelancer.

L’unica alternativa all’assunzione di personale a tempo indeterminato sono gli SLA, da proporre a un certo numero di affidabili collaboratori esterni, senza imporre loro quei contratti bizantini che Kevin Lossner giustamente detesta, e offrendo invece loro l’opportunità di utilizzare gratuitamente una piattaforma collaborativa.

L’industria della traduzione è la punta di diamante della globalizzazione, ma, in un mercato globale dove l’innovazione di prodotto è difficile, se non impossibile, e i clienti sono riluttanti a comprare qualcosa che non percepiscono come strategica per il loro business, saper vendere non basta, bisogna essere sostenuti da un’organizzazione grande, solida e robusta. Ma l’industria della traduzione da quest’immagine di sé?

Se gli operatori vogliono poter continuare a visitare nuovi siti in cui degustare vini e sigari, o partecipare a tornei di golf e a regate, devono decidersi a vendere qualcosa di meglio.

Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii