Dirigenti d’assalto

Smart Executives

I “grandi” LSP sono sempre più simili a quelle aziende i cui dirigenti sono spinti solo dall’avidità personale e non conoscono il prodotto o il servizio che le loro aziende realizzano o erogano e basano le proprie decisioni esclusivamente su uno spreadsheet.

Come soddisfano questi dirigenti la loro brama di ricchezza? Mettendo in atto tutte le misure che servono a incrementare le voci attive in bilancio, quindi i profitti e, alla fine, a far crescere il valore del titolo azionario e delle loro stock option.

A dispetto della narrazione diffusa dalle sedicenti società di analisi di settore, i ricavi nel settore della traduzione non crescono in misura pari ai volumi, i compensi sono in calo e, di conseguenza, i profitti non possono essere in crescita; anzi, con tutta probabilità, sono in netto calo.

Dall’analisi dei flussi, dei KPI finanziari, questi dirigenti si accorgono che le aziende nelle loro mani guadagnano meno che in passato e di quanto essi stessi avevano previsto, magari anche sulla base delle proiezioni ottimistiche fornite dalle società di analisi.

Per evitare di irritare la proprietà e gli azionisti, questi dirigenti esaminano il loro spreadsheet e notano una voce di spesa molto consistente. Decidono quindi di dimezzarla e il risultato in fondo alla colonna diventa immediatamente positivo.

Perfetto: proprietà e azionisti saranno soddisfatti e il valore del titolo crescerà.

I dirigenti licenziano quindi metà dei loro collaboratori, cominciando dai più costosi, i linguisti.

Al momento della presentazione del bilancio, illustrano i risultati e dichiarano con orgoglio di essere riusciti a ridurre le spese e aumentare i profitti. Proprietà e azionisti corrono a complimentarsi e le società di analisi scrivono un articolo di lodi sperticate per i dirigenti in questione e per l’azienda e i magnifici risultati ottenuti.

Se il dirigente non è cretino, però, e questo vale soprattutto se proviene da un altro settore, sa che i tagli al personale non permetteranno di soddisfare la domanda, sotto ogni profilo, e cercherà quindi di contenere il calo di produttività e di qualità in modo da evitare che possa essergli addebitato e, quanto prima, cercherà di incassare il suo premio e svignarsela per andare a far crescere un’altra azienda. Quella che ha portato al successo intanto chiude.

La cosa triste è che la narrazione delle società di analisi hanno fatto arrivare i venture capitalist elevando a dismisura il rischio di comportamenti come quelli appena descritti.

Nei rari casi in cui una società di traduzione rende i bilanci disponibili e trasparenti, dal loro esame appare subito chiaro come quella della crescita costante e ininterrotta del settore sia solo una favoletta.

Il settore è frammentatissimo e c’è consolidamento solo se c’è liquidità sufficiente per ottenere accesso al credito o con abbondanti dosi di capitali di rischio somministrate da investitori privati.

Inoltre, a ben vedere, la forbice tra ricavi e utili viene abilmente mascherata con il ricorso al MOL anziché al ROC permettendo di trasmettere l’illusione della crescita a due cifre dei ricavi associata a modesti utili lordi, generalmente inferiori al 3% dei ricavi.

Ovviamente, la crescita è sempre e comunque favorita dal consolidamento.

Questo, poi, per quanto sempre auspicabile, è quasi insignificante nei mercati in cui la frammentazione è più elevata e l’economia è solida e fortemente orientata all’esportazione (come in Germania) o matura ma fragile (come in Italia). In questi mercati, le società di traduzione preferiscono il partenariato, magari per partecipare a grandi gare d’appalto, piuttosto che le fusioni che obbligano all’integrazione di personale, processi e tecnologie.

Un’altra tendenza quanto meno preoccupante che interessa le società in crescita o in espansione è quella di ritardare i pagamenti oltre ogni ragionevole e legittimo limite. Davvero questi brillanti dirigenti vogliono farci credere che dopo aver lanciato un’OPI e raccolto denaro, c’è ancora bisogno di chiedere ai propri fornitori di finanziare le società che sono affidate loro? Non si tratta di sfruttare il proprio potere di acquisto quanto di ricorrere anche ai più miserabili espedienti per finanziarsi come servirsi dei fornitori come fossero prestatori di ultima istanza. È già squallido se a farlo è una piccola agenzia di provincia a conduzione familiare con modesti ricavi, diventa ridicolo praticato da operatori che vorrebbero presentarsi come campioni di etica, innovazione e gestione.

Ad ogni modo, più d’una di queste società in rapida crescita sembra in cerca di soluzioni creative per approfittare della “coda lunga”, ricorrendo alle ricerche su Web, notoriamente di difficile conversione, tanto più in clienti facoltosi, o all’applicazione di modelli diversi per prezzi e retribuzioni.

Per inciso, per i clienti, la traduzione è un prodotto, non un servizio, per il quale sono disposti a pagare un prezzo equo a corpo, non a misura. Possono semmai essere interessati a una misura quantitativa della qualità di ciò che comprano per verificarne il rispetto dei requisiti iniziali e la congruità del prezzo.

Purtroppo, però, questo non è ancora possibile, nonostante le fantasmagoriche tecnologie di cui tutte le principali aziende di traduzione farebbero ampiamente uso.

Infine, la prossima volta che leggerete di qualche investitore privato interessato a mettere i suoi soldi in una società di traduzione, non dimenticate di valutarne il senso etico. Con i molti scandali di cui si è parlato, e tanto, ultimamente, alzare un sopracciglio, o anche due, è molto più che logico e legittimo. Soprattutto se le notizie provengono dai soliti noti.

Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii