Requiem

BuioDa qualche anno, ormai, il panorama formativo nell’industria Italiana della traduzione è a dir poco sconsolante. In passato, di tanto in tanto, si registrava qualche picco che, se non altro, rianimava le speranze di quanti normalmente erano costretti ad andare all’estero per partecipare ad eventi di qualche interesse e utilità.

Le università, in particolare, hanno sempre mantenuto un atteggiamento supponente, spesso ben oltre i limiti di ogni tollerabile arroganza, rifiutandosi ostinatamente di proporre, e ancor meno di accogliere, iniziative di formazione che non si muovessero entro i ristrettissimi orizzonti del mondo accademico e non fossero esclusivamente rivolte a i curarne gli interessi.

Quando, nel 2008, l’università di Macerata organizzò il convegno TILS e l’AITI tenne un congresso internazionale a Bologna, nessuno si sorprese che avessero ricevuto una calorosa accoglienza, e così fu anche nel 2009, allorché l’allora SSLMIT di Forlì organizzò il primo convegno TeTra.

Il 2011 fu l’anno dell’LTAC, della 6ª Conferenza Internazionale EUATC e del secondo convegno TeTra, poi la luce si è spenta, e il buio è stato di tanto in tanto spezzato solo da eventi occasionali, precedenti o successivi a webinar, spesso gratuiti, ma altrettanto spesso di contenuto, qualità e spessore modesti.

La terza edizione del convegno TeTra si presentava quindi come un’occasione ghiotta, dato anche il tema che faceva sperare in interventi e contenuti potenzialmente interessanti.

Benché ultima a morire, la speranza è però andata subito delusa, innanzitutto dalla partecipazione. L’evento ha infatti visto un pubblico che non superava le ottanta persone, quasi esclusivamente studenti della Scuola di Lingue e Letterature, Traduzione e Interpretazione di Forlì. Oltre che di professionisti, si è avvertita la scarsa partecipazione di docenti, perfino della stessa Scuola forlivese. Oltre a Silvia Bernardini, Adriano Ferraresi, Federico Gaspari, Claudia Lecci ed Eros Zanchetta, oltre ai soliti Franco Bertaccini e Marcello Soffritti, encomiabili per la loro tenacia, ma tutti direttamente coinvolti nell’organizzazione dell’evento, si sono notati solo Giuseppe Palumbo e Delia Chiaro, peraltro trattenutasi solo per l’intervento di Minako O’Hagan, che ha introdotto.

Il convegno si è aperto con due workshop paralleli, uno su TuxTrans, ambiente di lavoro per traduttori interamente basato su Linux, tenuto da Peter Sandrini dell’università di Innsbruck e uno su OmegaT, strumento di traduzione assistita gratuito e open source, tenuto da Marco Cevoli, affollatissimo, ma quasi esclusivamente di studenti.

Benché con pochissimi partecipanti, il tempo a disposizione del primo workshop è stato speso per lo più per illustrare OmegaT; un po’ ne è stato dedicato all’XLIFF Translation Editor del progetto Open Language Tools, a Gaupol e a LF-Aligner, mentre praticamente nessuna attenzione è stata riservata ad alcune delle applicazioni più interessanti che avrebbero meritato ben altro trattamento, tra cui Phrase Extractor, Okapi Rainbow e TTC TermSuite per l’estrazione terminologica. Visto il tempo dedicato a OmegaT, non c’è stata la possibilità di affrontare l’installazione e la configurazione di TuxTrans e nemmeno, benché fossero forse ancor più importanti, i problemi posti dalla crescente diffusione dell’UEFI in sostituzione del BIOS agli utenti che desiderassero servirsi di TuxTrans come sistema operativo secondario, da usare in modalità dual boot o magari live.

Nel suo workshop, Sandrini ha affrontato anche gli aspetti più generali legati all’adozione di una piattaforma open source, che avrebbe invece potuto illustrare, magari più compiutamente, nell’intervento di apertura della sessione plenaria. Questo si è invece incentrato sugli open data e gli open standard, senza tuttavia affrontare il problema dei costi di produzione, trattamento e diffusione dei dati, soprattutto dei big data, che riguardano a maggior ragione quelli a cui sono interessati i traduttori. Sandrini ha comunque provato a sciogliere l’equivoco intorno ai formati aperti, chiarendo che open è usato nell’accezione di “accessibile”, ma non ha affrontato il problema dell’interoperabilità né quello dei costi nascosti, legati alle curve di apprendimento, all’assistenza ecc., in una parola del TCO.

Marco Cevoli ha quindi illustrato le presunte mirabilia di OmegaT, sorvolando tuttavia sulle funzionalità ancora enormemente limitate rispetto agli analoghi programmi commerciali e sull’impatto in termini di reputazione per coloro che si limitano a OmegaT come esclusivo strumento di lavoro.

In sintesi, la collocazione dei workshop di Sandrini e Cevoli prima del convegno non si è rivelata una scelta particolarmente felice. Il loro spazio avrebbe potuto essere più proficuamente occupato dal workshop di Juliet Macan su quello che erroneamente, ma pervicacemente, continua a essere indicato come QA, e/o da quello sulla consultazione di corpora di Silvia Baraldini o sulla realizzazione di siti Web multilingue di Ana María Pérez Fernández e Eros Zanchetta svolti il giorno dopo.

Forse per via delle aspettative suscitate, l’intervento di Minako O’Hagan è stato il più deludente. I temi anticipati nel titolo — Fans, Internet crowds and machine translation: the translation profession and ‘open’ environments — sono stati appena sfiorati, e non tutti sono stati affrontati. Dall’intervento di O’Hagan è emerso con chiarezza solo che, sebbene, a parole, nessuno tema le piattaforme collaborative, il crowdsourcing e il software libero, in realtà l’ignoranza in materia è ancora tanta e il pregiudizio diffuso impedisce un confronto sereno. Nel suo intervento, O’Hagan ha insistito su un episodio riguardante la traduzione di Inferno di Dan Brown per Mondadori, riportandolo, purtroppo, in modo impreciso e incompleto e facendolo divenire, suo malgrado, un tormentone che ha aleggiato sul resto del convegno. Peraltro, l’incubo riferito da O’Hagan era stato a suo tempo subito ridimensionato ed è stato quanto meno sconfortante dover constatare che, malgrado il numero di smartphone, tablet e laptop disponibili e la efficientissima connessione WiFi, nessuno dei presenti si sia preso la briga di verificare la versione riportata da O’Hagan.

Peraltro, nel 2009, sul blog di Common Sense Advisory, Anne-Marie Colliander Lind e Nataly Kelly avevano raccontato di come l’editore svedese di Dan Brown avesse fatto ricorso al crowdsourcing per tradurre Il simbolo perduto, e anche Giovanna Zucconi ne aveva parlato sulla Stampa, tutte insistendo sul fatto che i libri di Dan Brown, piaccia o no ai suoi lettori ed estimatori, sono a tutti gli effetti prodotti di consumo la cui diffusione è prevista praticamente in sim-ship, con tutte le logiche e le conseguenze del caso. Stupisce, semmai, che O’Hagan non fosse al corrente della cosa, avendo citato Common Sense Advisory in altre parti del suo intervento.

L’unica cosa di rilievo dell’intervento di Adrià Martín, che si è concentrato nella narrazione della sua recente esperienza di docente, è stato il riconoscimento del fatto che il primo interesse degli studenti è nel superamento del corso. L’affermazione ha suscitato l’ilarità dei presenti, ma testimonia la diffusa percezione del comune scollamento tra realtà accademica, sociale e professionale.

Dal canto suo, anche Patricia Minacori ha riferito della sua esperienza nello svolgimento di alcuni progetti di traduzione affidati a gruppi ristretti di studenti da un organismo governativo francese. Minacori ha descritto il progetto più recente che consisteva nella traduzione di una sezione di un rapporto tecnico di circa 22.000 parole da svolgere in tre mesi su lotti di 1.250 parole per studente.

Con il tipico piglio gallico, Minacori ha vantato con orgoglio la novità di lavorare su un progetto “vero” per un cliente “vero”, evidentemente ignorando l’esperienza in Project Based Learning altrui, riferita anche in pubblicazioni disponibili liberamente, in inglese e in italiano.

Martín e Minacori hanno mostrato come il mondo accademico sia ancora fortemente pervaso da un eccesso di autoreferenzialità, circoscritta per di più a realtà locali o “sicure”, citando riferimenti spagnoli (se non catalani), francesi o, come anche O’Hagan, i soliti Pym, Robinson e Gouadec.

Infine, nel corso della tavola rotonda finale e del dibattito che ne è seguito, Minacori ha ben sintetizzato le ragioni dello scollamento del mondo accademico da molti ancora rimproverato, ribadendo la convinzione, che ha detto di ritenere ampiamente condivisa, del valore e dell’importanza cruciale della traduzione e, in questo senso, della centralità della formazione puramente linguistica, salvo contraddirsi un attimo dopo definendo “falliti” i professionisti di altri campi che abbandonano la loro attività per dedicarsi alla traduzione.

Come la Scuola forlivese, l’UAB, la DCU e la UFR EILA della UPD fanno parte dell’EMT, e gli studenti dovrebbero esercitare un controllo sui programmi didattici, nel loro stesso interesse, verificando che siano effettivamente messi in condizione di rispondere ai requisiti dettati dal profilo ottimisticamente tracciato dagli ispiratori dell’EMT nel 2009.

In ultima analisi, di software libero, collaborazione e tecnologia si è parlato poco e con sussiego, spesso per riproporre le solite perplessità sugli effetti delle memorie di traduzione — un quarto di secolo dopo la loro comparsa — anche a dispetto della ormai definitiva e riconosciuta consacrazione come imprescindibile strumento di lavoro e, ovviamente, agitare lo spauracchio della traduzione automatica. Della datificazione della traduzione cui Sandrini aveva appena accennato nel suo intervento di apertura, poi, non si è più parlato.

In generale, gli interventi sono stati molto al di sotto delle aspettative, soprattutto di quanto sarebbe lecito attendersi da un docente universitario o da un professionista, sia pure della traduzione.

Viene allora in mente Inger Larsen che, nel corso della 6ª Conferenza Internazionale EUATC svoltasi a Roma l’8 e il 9 aprile 2011, disse esplicitamente che Italia e Spagna producono ancora traduttori “vecchio stile” e in soprannumero e che solo nei curriculum di italiani, spagnoli e francesi il percorso scolastico è dominante e prolisso.

Se Leibnitz sosteneva che «è indegno di uomini eccellenti perdere ore a lavorare come schiavi su operazioni che potrebbero essere svolte da macchine, in You Are Not a Gadget: a Manifesto, Jaron Lanier ha scritto: «Any skill, no matter how difficult to acquire, can become obsolete when the machines improve».

Oggi il profilo di un professionista della traduzione si può paragonare a un tavolino a tre gambe, ognuna delle quali è essenziale, ma nessuna di esse corrisponde più alla conoscenza della lingua. Queste tre gambe sono i dati, le tecnologie e la conoscenza. La lingua è una tecnologia; la conoscenza serve a sviluppare le tecnologie e a servirsene per accedere ai dati. Gli intervenuti a Forlì non devono aver imparato la lezione di Leibnitz né letto Lanier.