Una piacevole sorpresa

Mary Norris è una signora di 64 anni, con i capelli grigi e dai modi e i toni gentili che, da quasi quarant’anni, fa parte della redazione del New Yorker. Oggi è una delle più apprezzate copy editor e autrici della rivista e un punto di riferimento per quanti lavorano con la parola scritta.

Come autrice, sono famosi i suoi pezzi sulle matite e sulla punteggiatura. D’altro canto, del New Yorker è nota l’ossessione per lo stile e il perfezionismo maniacale. Peraltro, più che le spesso dibattute scelte stilistiche, è il rigore funzionale con cui sono applicate a caratterizzare la rivista.

Il rigore in generale ha fatto del New Yorker il punto di arrivo di una gran quantità di autori che pure si erano affermati precedentemente, da Bolaño a Capote, da Carver a Dahl, da Doctorow a King, dalla Munro a Murakami, da Nabokov alla Oates, da Richler a Roth, da Salinger a Updike, solo per citarne alcuni.

Lo scorso anno, Mary Norris ha pubblicato il suo primo libro, Between You and Me: Confessions of a Comma Queen, che è subito diventato un oggetto di culto, almeno tra i lettori del New Yorker.

Assistere quindi alla presentazione del libro da parte dell’autrice era un’occasione da non perdere, a dispetto dello scetticismo un po’ prevenuto verso i copy editor e, più in generale, verso coloro che hanno fatto della lingua e delle sue regole un’ossessione (compreso chi scrive, ovviamente).

Spesso, sono i puristi più radicali, o le “sciurette” con filo e orecchini di perle, gonnina a pieghe, décolleté e twinset di cashmere (ma anche la divisa spesso non è così rigorosamente onorata) a rendersi insopportabili con la matita rossa e blu sempre pronta all’uso per sfogare la loro frustrazione sul primo malcapitato che inciampi in un occasionale svarione, ma che non avrà mai l’occasione di “correggere” un autore da New Yorker.

È stata quindi una piacevole sorpresa scoprire in Mary Norris, nei novanta minuti in cui ha deliziato il selezionato pubblico che la ascoltava, una professionista tanto appassionata e rigorosa quanto cordiale, garbata e modesta, ricca di senso dell’umorismo e, soprattutto, di autoironia.

È stato bello sentirla parlare con affetto dell’inaspettata e tardiva amicizia nata con John McPhee, ironizzare su Philip Roth e commuoversi ricordando William Shawn.

È stato bello scoprire che si può imparare anche in un lasso di tempo così ristretto qualcosa che rimarrà senz’altro nel proprio patrimonio linguistico.

La domanda che sorgeva spontanea, a un certo punto, non poteva che riguardare la competenza grammaticale degli autori che pure erano giunti a farsi pubblicare dal New Yorker, ovvero se tanto rigore e peculiarità fossero davvero necessari. Alla fine della presentazione, però, quel che è apparso evidente è che il prestigio che la rivista e i suoi collaboratori hanno saputo conquistarsi nel tempo non è solo meritato, è doveroso per l’impegno, la persistenza e la lealtà profusi nel loro lavoro.