Intervista con Wordbee

Il podcast si può ascoltare anche dalla versione in inglese di questa pagina.

TF: 00:07 Benvenuti all’International Buzz podcast di Wordbee. Io sono uno dei due conduttori, Tanja Falkner.
RR: 00:13 E io sono l’altro, Robert Rogge.
TF: 00:16 Per l’episodio di oggi abbiamo invitato un veterano del settore, attivo dal 1982. Traduttore, localizzatore, redattore tecnico, e da 16 anni consulente sotto lo pseudonimo sQuid. Inoltre, ha insegnato terminologia e localizzazione presso un’università di Roma, scritto diversi libri e articoli e tiene regolarmente conferenze, webinar e workshop. L’ospite di oggi è Luigi Muzii. Benvenuto Luigi.
LM: 00:48 Ciao. Bentrovati. Grazie di avermi invitato.
TF: 00:56 Grazie per essere qui.
RR: 00:54 Prego, è un piacere. Siamo davvero entusiasti di averti qui. Bene, vorrei fare io la prima domanda, ma non voglio prendermene il merito perché credo sia cattivella. Perciò sono pronto a riconoscere che è un’idea di Tanja. Di te si dice che sia particolarmente critico, addirittura un bastian contrario, anche se io non ne sono così sicuro. Un tuo articolo che mi pare si intitoli Reality check contiene un’affermazione che trovo semplicemente fantastica. Sì, credo sia in Reality check. Dice che un contaballe può essere un traduttore, un LSP o un consulente, quel che conta è che è sempre lì a dar fiato alla bocca, e quel che dice alla fine vale meno di zero, il che è notevole. Ne stavamo parlando poco prima di cominciare e ci chiedevamo in che misura il tono della tua voce corrispondesse al tuo stile di scrittura. Un’altra cosa che ci chiedevamo era come ti vedessi e se avessi mai dovuto subire conseguenze o problemi per le tue critiche o le tue opinioni.
LM: 01:57 Ho sempre avuto problemi con le mie opinioni, perché non sono esattamente un bastian contrario come a qualcuno piace pensare, ma semplicemente un uomo schietto. Non ho paura di dire quello che penso, anche se devono andare contro l’opinione generale. Il mio ultimo libro, in cui ho raccolto i miei articoli degli ultimi dieci anni, è intitolato Upstream (controcorrente) perché non ho mai voluto seguire la corrente. Mentre nel settore della traduzione quasi tutti seguono la corrente. Se ti capita di curiosare tra i blog, gli articoli e i libri di settore, nessuno prende mai una posizione, tanto meno una posizione chiara contro qualcosa o qualcuno che potrebbe danneggiare o compromettere la propria reputazione o il proprio lavoro; si prende generalmente posizione contro i clienti o le agenzie, e altre figure astratte che non sono chiaramente identificabili.
RR: 03:20 È sempre qualcun altro, giusto?
LM: 03:21 Esatto, e questo è un problema enorme per il settore, perché in questo modo, non c’è mai vera concorrenza. Tutti i profili sono appiattiti, così tutti sono più o meno uguali agli altri. E in un certo senso questo si riflette anche, per esempio, nell’uso della qualità come unica proposizione di vendita di tutto il settore. E così non c’è nessuna differenziazione. Quando ho scritto l’articolo a cui ti riferisci, non mi aspettavo di riscontrare nessuna reazione; in realtà quel che pensavo era, “Si, OK, scriverò questo pezzo e la gente dirà, «Vabbe’, il solito vecchio Luigi»”. Ovvero qualcosa che inizia con “s” e finisce con “onzo”.
RR: 04:19 Dai! Non è quello che noi pensiamo di te comunque.
LM: 04:21 Certo che no. Non intendo voi, è per dire che sono stato spesso insultato nel corso degli anni per le mie opinioni, per la mia schiettezza. In realtà, pensavo che quell’articolo sarebbe stato ricevuto come qualunque altro articolo che avevo scritto in passato. E sono rimasto decisamente sorpreso del contrario.
RR: 04:52 C’è nessuno nel settore che ritieni si stia sforzando di mantenersi aperto rispetto a come si comunica e più autocritico e onesto o è piuttosto qualcosa che riguarda tutti?
LM: 05:07 C’era uno che non ho mai conosciuto di persona, anche se non mi sono mai trovato d’accordo con lui, e forse non lo sarei nemmeno oggi; era un traduttore finanziario spagnolo morto qualche anno fa. Era esplicito quanto me, ma su tutt’altro fronte rispetto a me. Ad ogni modo era davvero intellettualmente onesto. Ovviamente, anche altri nel settore fanno un ottimo lavoro, e sono anche molto capaci. Sono in ottimi rapporti con la maggior parte di loro, e potrei indicarne diversi anche se, per un motivo o per un altro, anche quando mi dicono che apprezzano i miei articoli, che condividono le mie opinioni, se si tratta di offrirmi un lavoro o mi fare il mio nome a potenziali clienti per una consulenza, non sono più altrettanto disponibili perché pensano che faccia paura. È così, ma non conosco altro modo. Sono stato cresciuto ed educato così, mi è stato insegnato a essere onesto, a non essere ipocrita. Sono cresciuto pensando che l’ipocrisia possa compromettere il proprio lavoro e la propria carriera, anziché recare vantaggio.
TF: 6:39 Ti è mai capitato di pensare che forse non avresti dovuto dire qualcosa in particolare, che magari non era poi così importante per il tuo lavoro? Cambieresti qualcosa?
LM: 06:58 Ti risponderò con una canzone. Una delle mie canzoni preferite, famosissima, Non, je ne regrette rien, non rimpiango nulla. Non ho rimpianti. Questo perché mi è difficile pensare a un momento o a qualcosa che abbia detto e che potrei non ripetere.
RR: 07:22 È l’originale di My Way, di Frank Sinatra?
LM: 07:28 Beh, prima di tutto, non era di Frank Sinatra. Non era nemmeno di un certo cantautore canadese di cui adesso non ricordo il nome. È di Edith Piaf. È una grande canzone. Era la canzone della Legione. È la canzone che i Legionari cantavano lasciando Algeri. È una canzone meravigliosa, meravigliosa. Devi prestare attenzione al testo.
TF: 08:03 Senz’altro. Mi piace l’idea di non avere rimpianti.
LM: 08:08 Quel che è fatto è fatto, quindi è inutile avere rimpianti.
RR: 08:18 Totalmente d’accordo. Per un attimo ho sperato che ce ne avresti cantata una strofa o due: sarebbe stata la prima volta sentir cantare qualcuno a International Buzz.
LM: 08:26 Oddio, no! In realtà, il mio francese è anche peggio del mio inglese…
TF: 08:28 La prossima volta allora.
RR: 08:35 Ci piacciono le cose che scrivi a prescindere dal tono, almeno sono interessanti, provocatorie. Smuovono le acque. E di solito sai di cosa parli. Almeno questo è la mia opinione personale. Proseguiamo, parlando di tecnologia e, per entrare subito nel vivo della discussione, vorrei riproporti una frase del tuo sito Web in cui affermi che la tecnologia deve essere funzionale, che deve integrarsi nei processi, non modellarli. In altre parole, i processi non dovrebbero essere progettati in base alla tecnologia da utilizzare per gestirli. E mi chiedevo se potevamo approfondire questo concetto.
LM: 09:16 Questa è la maledizione della tecnologia per la traduzione e delle relative società, perché il problema è che ci aspettiamo che la tecnologia risolva i nostri problemi. Invece, la maggior parte dei problemi non richiede l’uso di tecnologia. Richiede un approccio diverso, uno visione diversa e di essere in grado di identificare i problemi in un processo, di provare a correggerli e andare avanti finché non si trova un modo di lavorare che funzioni, e solo allora cercare gli strumenti, e non uno solo, non una piattaforma, ma più strumenti, tutti quelli che si adattano ai tuo modo di lavorare. La tecnologia ti si dovrebbe adattare addosso come un vestito, non il contrario. Ed è per questo che abbiamo questo problema con le tecnologia di traduzione, perché piattaforme e strumenti si limitano semplicemente a replicare il secolare processo del tipico traduttore, di ogni società di traduzione, con tutto il corollario di rigidità; per questo c’è solo una cosa che vorrei dire a tutti in questo settore, ed è di non essere ossessionati dalla tecnologia. La tecnologia deve essere utile, deve essere funzionale. Se si finisce col sentirsi in trappola, imprigionati dalla tecnologia, vuol dire che i problemi arrivano da lontano, prima della tecnologia.
TF: 11:09 Dici che non serve la tecnologia per risolvere i problemi. D’accordo, ma non pensi che la tecnologia ne faciliti la soluzione? Anche se potremmo fare a meno?
LM: 11:23 Sicuramente, ma se ti affidi esclusivamente alla tecnologia per risolvere i tuoi problemi, c’è qualcosa che non va nel tuo approccio.
RR: 11:28 Chiedo scusa. Puoi farmi qualche esempio specifico di come la tecnologia dovrebbe integrarsi nei processi anziché modellarli? Per esempio uno strumento particolare che hai usato o visto e che hai cercato di ottenere?
LM: 11:39 Un paio di giorni fa, ad Atene, uno dei partecipanti al convegno mi ha chiesto se poteva sfruttare la mia presenza lì per una consulenza gratuita. Gli ho detto di sì, e allora mi ha chiesto quale fosse, a mio parere, lo strumento di traduzione al mondo, in questo momento, con il miglior rapporto qualità-prezzo.
RR: 12:08 E hai risposto Wordbee, giusto?
LM: 12:09 No, ho detto che la domanda era mal posta perché non c’è “uno” strumento. Non ci sono “lo” strumento o “la” piattaforma. Ci sono lo strumento o la piattaforma che si adattano meglio ai tuoi processi, alla tua formazione, alla tua competenza, che ti rendono unico. Provo a farti un altro esempio. Sono anni che mi oppongo agli standard di qualità nella traduzione. Nel 2001 o 2002, non ricordo, il CEN istituì la Task Force BTTF 138 per elaborare il nuovo standard di qualità che sarebbe poi divenuto l’EN 15038. Io facevo parte del gruppo di lavoro italiano. Avevo chiesto di non essere scelto a rappresentare l’Italia alle riunioni collegiali, ma ricordo di aver lavorato tanto, e ricordo che insieme a inglesi e svedesi fummo gli unici a spingere in favore dell’adozione delle ISO 9000, per la stesura di una norma di recepimento delle ISO 9000 e di certificazione specifica per la traduzione. Allora, l’unica norma che poteva soddisfare le esigenze del settore era la ISO 9003. In altre parole, sostenevamo che si dovessero usare le norme esistenti. L’obiezione sollevata dagli altri fu che la ISO 9000 era troppo costosa e udite, udite troppo rigida, non abbastanza flessibile. Ebbene, sia la EN 15038 sia la norma successiva, la ISO 17100, sono ancora più rigide delle ISO 9000. In realtà, le ISO 9000 sono state rese via via più flessibili e snelle nel corso degli anni. E per completare l’opera, i requisiti della ISO 17100 sono più o meno gli stessi della EN 15038, il che significa che, per ottenere la certificazione, ci si dovrà certificare ancora alla ISO 9000 perché non esiste una norma di certificazione alla ISO 17100. E lo stesso vale per l’ASTM F2575, la ISO/TS 11669 o la nuova norma ISO sul post-editing; tutte si limitano a fotografare lo stesso modus operandi che è quello che tutto il settore segue da decenni, da secoli, in verità. Questo approccio si riflette anche nella tecnologia.
RR: 15:22 Penso che ti riferisca a un altro articolo del 2014 intitolato The red pen syndrome, in cui parli di TEP e suggerisci di cercare di essere più agili per cercare di replicare la metodologia Agile invece del processo classico, e in cui menzionavi anche le checklist. Ti dispiacerebbe dirci quale forma di pensiero laterale secondo te potrebbe aiutare il settore a evitare questi processi secolari e perché potrebbe funzionare?
LM: 15:54 Agile è solo un altro slogan adottato da questo settore, perché non si può essere agili con il TEP che è un processo seriale e non permette alcuna circolarità, attività parallele, elaborazione parallela e così via. Inoltre, non siamo in grado di misurare praticamente niente nella traduzione. Anche l’adozione dei KPI nel settore è appena agli inizi. D’altronde non esistono KPI specifici per la traduzione. Probabilmente ci sono LSP che, a loro modo, tracciano qualche KPI, ma non c’è un modello condiviso di KPI validi per tutto il settore, per misurare le prestazioni degli operatori, e questo è solo uno dei tanti problemi che abbiamo. Si misura ancora la qualità alla vecchia maniera, contando gli errori, ma non esiste una definizione condivisa degli errori. Ci sono i tipi di errore, le classe di errori, l’importanza, i livelli e così via. Le ISO 9000 nascono per l’industria manifatturiera, per rispondere alla necessità di standardizzare i processi, non per far lavorare tutte le aziende nello stesso modo, ma solo per offrire alle aziende una base comune su cui lavorare. Uno dei problemi più seri durante la prima guerra mondiale riguardava le munizioni perché i proiettili non erano standardizzati, né quelli per le armi leggere, né per l’artiglieria. Il numero di incidenti era quindi impressionante. Gli standard nascono quindi dalla necessità di ridurre gli errori. Col tempo, il processo si è evoluto fino ad arrivare ai Sei Sigma, ad esempio, o alla CMMI in cui l’attenzione non è più sull’individuazione degli errori ma nella prevenzione di essi. Noi, invece, siamo ancora alla fase dell’individuazione degli errori, e senza averne una definizione condivisa. Seguiamo ancora il tipico approccio scolastico, dove l’insegnante decide, di volta in volta se un errore è grave, per cui usa la matita blu, e, se è veniale, e allora usa la matita rossa. E così via. In questo modo non si va avanti. Si rimane ancorati al passato.
TF: 19:07 Ma tu non credi che la tecnologia possa essere d’aiuto? Voglio dire, visto che dici che non ci sono soluzioni condivise?
LM: 19:20 Certo, ma se vuoi sviluppare un software per misurare la qualità, da dove cominci? Dalle metriche. E siamo punto e a capo, al conteggio degli errori. È un circolo vizioso. Ma questo è solo il mio punto di vista.
RR: 19:38 C’è qualche nuova tecnologia oggi che trovi particolarmente promettente a questo riguardo?
LM: 19:44 Sicuro. Ora che il machine learning è una realtà ci potrebbero essere molti, molti potenziali progressi in questo settore. E devo ammettere che un mio buon amico ha raccolto alcuni consigli che gli ho dato e sta facendo un buon lavoro con la sua piattaforma. Non ne farò comunque il nome, non sarebbe carino. Ma il machine learning potrebbe essere una strada verso un nuovo modo di misurare. Ad esempio, i produttori di TMS potrebbero pensare a un modo per consentire ai loro utenti di personalizzare i propri KPI, ma questo richiederebbe metadati standard che non ci sono ancora. Questo è uno degli argomenti affrontati dal TAPICC, il progetto di pre-standardizzazione voluto da GALA, ma in cui, tanto per cambiare, si fatica a raggiungere un consenso sul tipo di metadati da utilizzare in questo settore per consentire agli operatori di sviluppare ed elaborare i propri KPI e trovare magari un modo di presentarli ai loro clienti, in modo che, quando si parla di qualità, questa significhi davvero qualcosa.
RR: 21:28 Solo per curiosità, hai mai usato Wordbee, ne sai qualcosa?
LM: 21:33 Sì, anche se devo ammettere che cerco sempre di non rivelare la mia identità quando mi registro per un account di prova. In realtà ho esplorato Wordbee come ho fatto con altre piattaforme dello stesso tipo, come Memsource o Smartling e devo dire che la caratteristica che mi è piaciuta di più è il diverso approccio a seconda che l’utente sia un freelancer o un LSP. Quello che voglio dire è che, anche se la piattaforma è la stessa, un traduttore può usarla in modo totalmente diverso da un LSP. E questo è molto importante. L’interfaccia utente è in qualche modo diversa. E questa è la cosa che mi piace di più di Wordbee. L’unico problema è che si deve ancora poter disporre di una connessione affidabile, il che potrebbe essere un problema in diverse zone non solo qui in Italia o in Spagna o in Francia.
RR: 22:55 Credo che Wordbee in questo momento stia affrontando alcuni di quegli aspetti, anche se alcune delle cose che hai citato non sono vere. Ci sono così tante funzionalità in Wordbee che a volte è difficile riuscire a vederle. Per esempio, si può esportare un file bilingue in formato Word e tradurlo in Word con Wordbee oppure esportare un file XLIFF e lavorare offline. Lo stesso con i KPI. Wordbee dispone di strumenti di analisi piuttosto approfonditi, dai tempi di consegna o dal tempo che ci mette un traduttore per accettare un progetto, da quali traduttori consegnano prima alla produttività di un certo project manager. O all’efficienza dei project manager in base ai progetti gestiti…
LM: 23:46 Ad ogni modo, il diverso approccio di cui parlavo un momento fa tra il singolo freelancer e l’LSP è una delle cose che mi piacerebbe vedere in tutti i TMS o negli strumenti di traduzione in generale. Se sei un LSP, vuoi utilizzare una singola piattaforma in modo che un vendor manager visualizzi un’interfaccia diversa che espone elementi diversi, funzionalità diverse, anche il database è lo stesso a cui accedono i project manager. Allo stesso modo, un project manager dovrebbe poter lavorare su un’altra interfaccia ancora, per gestire i costi, selezionare i fornitori o pianificare le attività. Questo significherebbe vera collaborazione tra business unit. In altre parole, qual è il lavoro di un vendor manager ? Non consiste solo nel selezionare le risorse, ma nel valutarle, nel tenersi in contatto con loro, per tenere traccia delle variazioni in merito a esperienza, specializzazione e così via. Questo, di contro, è il tipo di cose che non dovrebbe interessare a un project manager. Che dovrebbe essere interessato ad accedere a un elenco di possibili risorse tra cui scegliere quella più adatta al progetto. Come? Sulla base della valutazione, che dovrebbe provenire dall’attività del vendor manager e da dati oggettivi, vale a dire, i KPI relativi alle varie risorse, e questo è qualcosa che oggi si può ricavare abbastanza facilmente con un algoritmo di machine learning, mentre ci sarebbero volute migliaia di righe di codice in passato, quando si poteva contare solo sull’SQL. Oggi dovrebbe essere tutto molto più facile.
TF: 26:09 Credo che questo sia in relazione a un articolo che hai scritto all’inizio dello scorso anno in cui dicevi che ai TMS in genere manca la capacità di controllo dei processi, per esempio circa la gestione progetti, ma anche una funzione di assegnazione delle risorse e quelle cose lì. Come mai non vedi questa capacità nei TMS di oggi?
LM: 26:40 Devo ammettere che ho trascorso molti anni in grandi aziende con abbondanza di risorse che, in alcuni casi, spendevano tantissimo per il software, e ho avuto la possibilità di imparare dalle più grandi aziende di software del mondo, dai database 3D a quelli in tempo reale e così via. Quindi, le cose che ho scritto nel mio articolo sono in realtà un riflesso delle cose che ho visto in passato, quando erano accessibili solo a un numero molto limitato di aziende. Sto parlando degli anni precedenti al 2000, ma ora possono permettersele anche azienda tecnologiche di piccole dimensioni, quindi sono sorpreso, non tanto perché pensi che queste società non abbiano le competenze e l’esperienza per sviluppare questo tipo di funzionalità, quanto perché cercano di anticipare i loro clienti in questo settore. Così facendo, però, sviluppano l’atteggiamento tipico del settore, quello di cui parlavamo pochi minuti fa. Perciò non biasimo le società di traduzione in questo senso.
TF: 28:13 Vedi un cambiamento in questo senso, verso sistemi di gestione dei processi come quelli che hai conosciuto?
LM: 28:34 Può darsi. Si tratta di un primo passo, sì, e ti faccio un esempio. Nel 2009 presi parte, anche come relatore, alla prima memoQ Fest, perché a quel tempo memoQ era uno strumento straordinario: era snello, leggero, agile e veloce. Forse gli poteva ancora mancare qualcosa, ma era davvero una novità. Ma il riferimento all’epoca era Trados. Anche se non era ancora SDL Trados. Non dico che sarebbe stato facile, ma avrebbe potuto fare la differenza. Uso ancora memoQ, nelle rare occasioni in cui mi viene chiesto di tradurre, ma ora è sovraccarico di funzioni di cui potrei tranquillamente fare a meno. Intendo dire che il software dei miei sogni è quello che mi farebbe dire “OK, ho tutte le funzionalità che mi servono. Cominciamo con questa”. Questa è il nucleo, il kernel, come quello di un sistema operativo. Così, quando si lancia il kernel, il modulo che vuoi usare si aggiunge ad esso e si dispone di un ambiente molto, molto leggero, di uno strumento molto leggero che è snello e facile da usare.
RR: 30:07 Per avere il controllo puntuale di ciò che si vuole e non si vuole in un dato momento.
LM: 30:13 Già. Questo era quello che speravo di vedere negli strumenti Web, perché non è possibile intasare uno strumento di questo tipo con troppe caratteristiche per far funzionare le quali devi avere le risorse.
RR: 30:30 Dovresti vedere il nuovo editor di Wordbee, allora, perché penso che sia così.
LM: 30:35 L’ho visto, e mi è piaciuto. Devo dire che mi è piaciuto.
RR: 30:37 Hai visto quello nuovo? Quello con i colori sullo sfondo e tutto il resto?
LM: 30:42 No, non credo di aver visto quello con i colori.
RR: 30:46 Sì, c’è un nuovo editor, anche se non sono sicuro quando sarà disponibile. Tanja sai se il nuovo editor è già disponibile? Anche per i freelancer ?
TF: 31:01 Sì, credo di sì. Credo si possa scegliere. Credo si possa ancora scegliere tra la vecchia e la nuova versione.
RR: 31:03 Vale la pena dargli un’occhiata perché penso che abbiano fatto uno gran lavoro proprio nella direzione di cui parli, cercando di ridurre al minimo l’interfaccia e non sovraccaricare il traduttore con troppe funzionalità, notifiche ecc. Così adesso, in Wordbee, si può fare tutto ciò che si può fare in memoQ e forse più. Ma questo non significa che l’interfaccia sia strapiena, hanno cercato di semplificarla. Oggi come oggi, con applicazioni a pagina singola, dovrebbe essere imprescindibile avere un’interfaccia ricca di funzionalità ma che non spaventi l’utente.
LM: 31:43 Già. Sai, quello che più mi piace degli smartphone è che costringono gli sviluppatori a semplificare le applicazioni. Persino Windows ha beneficiato degli smartphone. Infatti, ora Windows 10 è un sistema operativo molto intelligente e veloce. Non è ancora il sistema operativo perfetto, ma è molto meglio rispetto ai predecessori. Sono solito dire che oggi abbiamo dei veri e propri super computer in mano. Quando ho iniziato a lavorare in questo settore, nel 1982, usavo una macchina da scrivere e mi consideravo fortunato perché avevo una macchina da scrivere portatile Olivetti Lettera 22 che era davvero molto leggera per l’epoca, anche se pesava più di tre chili, quindi non lo era poi tanto. Il mio primo PC aveva 64 KB di RAM e un HDD da 20 MB; e si parla solo di qualche anno fa. Ho comprato il mio primo PC nel 1988. Questo per dire che la crescita esponenziale successiva al programma Apollo va più veloce di quanto il settore della traduzione sia capace. Sembra che siamo rimasti ai tempi di Gutenberg.
RR: 33:32 Beh, ci stiamo lavorando a Wordbee. Non so cos’altro dire. Non credo che si potrebbero sfornare nuove funzionalità più in fretta di così. Penso che se avessimo 20 sviluppatori in più, non riusciremmo comunque a sfornare nuove funzionalità più velocemente.
LM: 33:50 Ripeto, non biasimo le ditte di tecnologie per la traduzione. Penso che cerchino di dare alla gente quello che vuole ma, a mio parere, la gente non sta chiedendo le cose giuste. Dovrebbe chiedere qualcosa di diverso.
RR: 34:07 Questo è vero. I clienti non sempre sanno quello che vogliono. Succede di continuo. Ma andiamo avanti e cerchiamo di concludere. Qual è l’opinione o la previsione più controversa a cui ti riesce di pensare in questo momento?
LM: 34:23 Le previsioni.
RR: 34:28 Cioè, quelle controverse?
LM: 34:33 No, proprio le previsioni. Mi pare sia stato un fumettista danese ad aver detto che le previsioni sono sempre difficili, soprattutto quando hanno a che fare con il futuro. È una frase che mi piace molto. Viene spesso attribuita a Niels Bohr, il fisico, ma le previsioni sono lo sport preferito del settore. All’inizio di ogni anno, puoi star sveglio tutta la notte a contare le previsioni più astruse per l’anno che verrà. Ma l’unica previsione che mi sento di fare è che continueremo a vedere fusioni e acquisizioni nel settore perché la crescita organica diventa sempre più difficile.
TF: 35:25 Questa è una previsione interessante e ne abbiamo discusso anche in uno dei nostri ultimi podcast.
LM: 35:30 Sì, l’ho ascoltato, con Renato Beninatto. Lo conosco, e su questo abbiamo opinioni diverse.
RR: 35:38 Nel corso del nostro ultimo podcast, abbiamo parlato di fusioni e acquisizioni con Peter Argondizo di Argo Translation che è alla ricerca di nuove acquisizioni. Quindi, da una parte penso che il discorso con Renato sia stato più teorico, mentre in quello con Peter abbiamo esaminato in dettaglio come fare. Ti consiglio vivamente di ascoltarlo, è stato un podcast davvero forte. Perché pensi che ci siano così poche fusioni e acquisizioni nel settore delle tecnologie linguistiche? Per quanto mi riguarda, ho iniziato a lavorare con Wordbee, con la mia azienda di prima nel 2009 o giù di lì, e ho ripreso a collaborare con loro nel 2011-2012. In altri settori, se realizzi un buon strumento, perché Wordbee è piuttosto buono, e hai grandi clienti, magari enormi, come Air France, o anche molti piccoli, e l’azienda è sana io mi aspetterei che qualcuno mostri interesse e voglia rilevarti, magari una grande azienda potrebbe voler comprare Wordbee. E mi sarei aspettato che succedesse la stessa cosa che accade in altri settori, che accade praticamente a chiunque realizzi uno strumento che funzioni. Quindi, perché secondo te non ci sono tante fusioni e acquisizioni in questo settore tecnologico?
LM: 37:00 A causa dell’atteggiamento generale degli operatori del settore della traduzione. Finché le società che producono tecnologie per la traduzione guarderanno ancora più agli operatori del settore che ai clienti di questi ultimi, il pregiudizio che accompagna la traduzione porterà sempre le persone a sottovalutare questo tipo di tecnologie. La cosa migliore e peggiore allo stesso tempo che Google Translate ha fatto alle tecnologie per la traduzione è stata quella di diffonderle. Ma quando parli di tecnologia di traduzione a chiunque non appartenga a questo settore, l’unica cosa a cui penseranno è la traduzione automatica. Questo mi ricorda l’atteggiamento che affrontavo all’inizio della mia carriera quando mi chiedevano cosa facessi e rispondevo “faccio il traduttore e il localizzatore”. E la domanda successiva era sempre, “Tu cosa? Cos’è che fai?”, il che equivaleva a chiedere lumi. E così mi dovevo mettere a spiegare per filo e per segno cosa facevo. E a questo punto scattava la domanda successiva sul tipo di studi fatti. La maggior parte delle persone si meravigliava a sentire che non avevo ricevuto un’istruzione formale in lingue, né in tecnologia o in ingegneria, ma che avevo “solo” fatto esperienza sul lavoro. La stessa cosa capitava agli amici traduttori quando dicevano che facevano i traduttori e si sentivano chiedere “E quante lingue parli?” Il bello è che molti ancora oggi confondono traduzione e interpretariato e traduttore con interprete e viceversa, ed una cosa che si ripete all’infinito. Eppure, la cosa che sento dire più spesso in questo settore è che bisogna educare il cliente, come se si potesse educare chi non è disposto a essere educato. Ma anche se così fosse, non siamo noi a poterlo fare. Dovrebbero farlo gli organismi di categoria; loro dovrebbero educare il pubblico, ma ancora non ho visto articoli su giornali e riviste o programmi televisivi che parlino di traduzione al grande pubblico. Perché è universale, non c’è bisogno di spiegare niente.
RR: 39:58 Hai ragione! Anche a noi fornitori di tecnologie linguistiche capita quotidianamente di spiegare che sviluppi una piattaforma per aiutare le imprese a fare le traduzioni e di sentirti chiedere quante lingue parli? Non è come dire faccio il programmatore o mi occupo di marketing o…
LM: 40:24 Appunto. Questa è una conseguenza della frammentazione del settore, che poi si ritrova con gli organismi di categoria. E così ci sono ELIA, GALA, TAUS, FIT, EUATC, ALC e chi più ne ha più ne metta.
RR: 40:44 Già, tipo 150 o giù di lì.
LM: 40:48 Perché non possiamo fare blocco comune? Perché non si riesce a produrre uno sforzo comune a livello di settore per farci conoscere meglio e comprendere dal grande pubblico?
RR: 41:04 Interessante. Ecco, questo sarebbe un ottimo spunto per un prossimo articolo in cui confrontare gli organismi di categoria nell’industria della traduzione con quelli degli altri settori. Come, che so, con l’industria del maiale negli Stati Uniti, che fa un sacco di pubblicità in TV. E credo che sia molto più grande dell’industria della traduzione. Certo è difficile che l’industria della traduzione arrivi ad acquistare uno spazio al Super Bowl, ma chissà… Potrebbero anche fare qualcosa.
LM: 41:39 Sai una cosa? I got milk.
RR: 41:41 Sì, esatto! Era proprio quello a cui stavo pensando ma non volevo apparire scontato.
LM: 41:49 Non ci sarebbe stato niente di male. Sai, alcuni anni fa Common Sense Advisory paragonò l’industria della traduzione a quella delle biciclette. Sappiamo tutti che non c’è un solo produttore di biciclette al mondo, solo in Italia potrebbero essercene forse 50 o 60, ma tutti prima o poi devono affrontare la necessità di migliori piste ciclabili o un maggior rispetto per i ciclisti e così via. Ora, io sono una specie di pendolare tra Roma e Amsterdam, dove ci sono probabilmente più biciclette che persone, ma credo che nessuno faccia caso alla marca. Fa caso solo alla bicicletta. Questo perché i produttori fanno sistema per promuovere il settore. E spiega perché, pur polverizzato come quello della traduzione, non ne soffre altrettanto. Sai dirmi quale è il primo paese esportatore di biciclette al mondo?
TF: 43:20 Non lo so, non ne ho idea.
RR: 43:21 Fammi indovinare. Bella domanda. Non penso certo all’Olanda anche se hanno un sacco di biciclette.
TF: 43:36 A me viene in mente l’Asia. Non un paese preciso, ma un qualche paese asiatico.
RR: 43:45 La Spagna, magari?
LM: 43:47 No, questo è il punto. Tutti pensiamo a un paese con tantissime biciclette o con un grande sistema industriale che possa produrle. È il Portogallo. Provare per credere. Significa che non è necessario essere grandi per essere importanti.
RR: 44:03 Pienamente d’accordo. E credo che anche i nostri clienti ne converrebbero. Voglio dire che anche se adesso siamo una società piuttosto grande, nessuna delle aziende di tecnologie linguistiche è davvero grande. Almeno non come le società tecnologiche in altri settori, con centinaia di addetti e roba del genere, ma immagino che siamo tutti abbastanza importanti, quindi è un buon modo per concludere. Quindi, grazie per aver partecipato. È stato davvero interessante.
LM: 44:31 Grazie a voi di avermi invitato.
RR: 44:32 Ci mancherebbe, Luigi, abbiamo ancora un bel po’ di cose di cui parlare la prossima volta.
TF: 44:38 Senz’altro. Grazie per essere stato qui con noi, oggi.
LM: 44:40 Grazie a voi per questa opportunità.
RR: 44:41 Grazie, Luigi, buona giornata!
LM: 44:43 Grazie a tutti voi.
TF: 44:46 Va bene, concludiamo quindi questo episodio del podcast di International Buzz offerto da Wordbee con l’ospite di oggi, Luigi Muzii. Ciao a tutti.
RR: 44:54 E non dimenticare di dare un’occhiata a Wordbee. Non è pubblicità. Decisamente no, anche grazie a Luigi. Però, se siete in ascolto e state pensando a un TMS, date un’occhiata a Wordbee.

Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii