Il mercato della localizzazione in Italia (nel 2005)

Nel 2002, un manipolo di professionisti della localizzazione decise di impegnarsi per favorire la formazione dei professionisti del settore e la crescita delle aziende del comparto.

La nascita e le successive imprese di quel gruppo sono state raccontante in un altro post oggi accessibile solo tramite password o come parte di Upstream.

Il nome di quel “gruppo selvaggio” era Gruppo L10N e, anche dopo lo scioglimento avvenuto nel 2008, ne rimangono tracce in articoli, presentazioni e altre pubblicazioni, tra cui una introduzione alla localizzazione e una guida alla realizzazione di un localization kit.

Nonostante le numerose iniziative, per lo più gratuite, come le pubblicazioni, il lavoro del Gruppo L10N non ha riscosso particolare attenzione, probabilmente perché i suoi membri non erano accademici.

Nel 2004, il Gruppo L10N condusse un’indagine sul mercato della localizzazione in Italia dal cui scaturì un documento che è ora nuovamente disponibile.

Come fu condotto il sondaggio

Ritenendo scadenti i comuni metodi di rilevamento seguiti nel settore, si optò per un approccio alternativo, o magari solo più tradizionale, iniziando dalla composizione di un campione rappresentativo.

Si procedette quindi a individuare negli elenchi delle principali organizzazioni di settore professionisti e aziende che offrivano servizi di localizzazione e a inviare loro un invito a partecipare al sondaggio.

Fu poi chiesto a PASS Engineering (che sviluppava Passolo ed era a quel tempo ancora una società indipendente) e a SDL di sponsorizzare l’iniziativa offrendo ciascuna una licenza da mettere in palio per una riffa tra i partecipanti.

L’incentivo funzionò, perché la partecipazione al sondaggio superò abbondantemente le aspettative e fu quindi possibile disporre di un campione significativo. Alla fine, 121 persone accettarono di ricevere i questionari e, a sondaggio concluso, si procedette a una verifica dell’affidabilità dei risultati.

Risultati di sintesi

Il sondaggio si articolò su due questionari, uno generale e uno di dettaglio.

Al sondaggio aderirono 96 dei 121 invitati e 88 (il 73%) compilarono i questionari.

Il campione risultò significativo considerando che le associazioni di categoria contava nel complesso un migliaio di soci di cui meno del 5% dichiara di essere impegnato in attività di localizzazione. Questo a dispetto dei dati ISTAT e UE che indicavano la presenza di circa 15000 traduttori operanti in Italia.

Il campione comprendeva anche 29 appartenenti alle due principali organizzazioni di rappresentanza delle imprese che raccoglievano insieme circa un centinaio di associati, poco meno di quante fu possibile individuarne con una ricerca sul database Pagine Gialle; 25 di queste risposero poi al questionario.

Il campione risultò composto per il 35% da uomini e il 65% da donne. Dalle risposte al questionario, emerse un 74% di liberi professionisti, un 8% di lavoratori dipendenti e un 18% di imprese.

Localizzazione e traduzione costituivano l’attività principale per il 41% degli intervistati e il dato è confortato dal 77% di essi che dichiarava di essere di fatto impegnato a tempo pieno occupandovi l’equivalente di un normale periodo lavorativo settimanale. Tuttavia, GUI e risorse erano ancora esclusiva di pochi (meno del 15%) operando i due terzi (63,6%) degli intervistati su guide in linea, documentazione e contenuti.

Le risposte, inoltre, indicavano volumi di lavoro in aumento per più della metà degli intervistati (51%) e una maggior rilevanza della localizzazione negli incarichi per quasi il 66%. Ovviamente, in questo quadro, a farla da padrone era il Web, anche se il gestionale, tra CRM ed ERP, rappresentava il segmento di maggior interesse, soprattutto in prospettiva.

A margine, può essere interessante rilevare come fosse ancora il mercato italiano quello di riferimento per gran parte del campione (46,6%) e come le agenzie rappresentassero la principale fonte di incarichi con il 67%. Inoltre, tempestività nei pagamenti e professionalità rappresentavano, rispettivamente per il 26% e il 37,5% degli intervistati, i tratti caratteristici del miglior cliente.

Quasi un quarto degli intervistati (24%) dichiarava di formare il prezzo dei propri servizi su una tariffa a parola, elaborata in base a un’analisi dei costi fissi e del reddito/margine di profitto desiderato, anche se tale dato non era confortato dal fatto che fossero ben 11 le risposte formulate in alternativa alle 6 proposte nel questionario e dal riferimento alla classica cartella quale unità di lavoro. Un terzo del campione dichiarava invece di formulare le tariffe in base alla “media di mercato”.

In sostanziale equilibrio, invece, era l’andamento del mercato, ritenuto egualmente in crescita, stabile o in contrazione, con una considerevole maggioranza (62,5%) che lo riteneva stabile anche per i successivi 12 mesi.

Altri dati importanti vennero dalle risposte al capitolo formazione. Oltre il 50% degli intervistati affermò infatti di essersi formato sul campo, e la cosa più preoccupante, visto l’elevato grado di professionalità richiesto, era che quasi il 45% degli intervistati dichiarasse di non seguire le riviste di settore e che oltre il 92% investisse meno del 10% del proprio fatturato annuo in formazione, anche se si tratta di un valore in linea con i dati nazionali. Il costo della formazione, del resto, veniva indicato come un problema solo dal 9% degli intervistati, essendo la mancanza di tempo il principale ostacolo per la maggioranza (51%).

Anche i sistemi qualità non sembravano destare particolare interesse. Oltre il 77% degli intervistati, infatti, non era dotato di sistema qualità e, di quelli che ne avevano predisposto uno, meno del 17% aveva provveduto a farlo certificare, malgrado l’84% degli intervistati desse in crescita le esigenze dei clienti negli ultimi 24 mesi.

Degli 88 partecipanti che avevano compilato il primo questionario, 56 (il 64%) risposero anche al secondo.

Rispetto al primo, il secondo questionario fornì risultati ugualmente interessanti ma senz’altro più eclatanti. Spiccavano in particolare l’altissima percentuale (quasi il 70%) di intervistati che dichiaravano di non appartenere ad alcuna associazione di categoria e la modestissima predisposizione alla gestione della propria attività in ottica di assicurazione della qualità: malgrado quasi l’80% degli intervistati dichiarasse infatti di seguire precise modalità di lavoro, meno del 10% le aveva formalizzate in un documento.

Emergeva, poi, un dato finanziario decisamente allarmante che tracciava un quadro a tinte fosche del mercato italiano. Circa il 73% degli intervistati indicava, infatti, nei ritardati pagamenti la principale difficoltà di rapporto con i clienti e quasi l’80% riportava tempi di pagamento oscillanti tra i 30 e i 60 giorni data fattura. Quest’ultimo dato, rientrando nella media nazionale, non sarebbe stato in alcun modo preoccupante se quasi il 46% degli intervistati non dichiarasse di non esser solito chiedere anticipi e oltre l’83% di non servirsi di alcuna leva finanziaria.

Infine, pur nelle condizioni di generale difficoltà rilevate con il precedente questionario, rimaneva accettabile il livello medio di prestazione economica: la forbice tra minino e massimo tariffario oscillava tra € 0,05 ad € 0,12 a parola, mentre praticamente tutti gli intervistati (98%) dichiaravano di essere poco inclini a praticare sconti limitando la propria disponibilità al massimo al 20% per grandi progetti.

Note conclusive

Anche quindici anni dopo, i risultati dell’indagine restano abbastanza affidabili. In effetti, chiunque abbia avuto l’opportunità di sviluppare una conoscenza anche solo superficiale del mercato della localizzazione in Italia si accorgerebbe facilmente che la situazione è tutt’altro che radicalmente cambiata.

Questa affidabilità è frutto della rigorosa metodologia seguita nella progettazione e nella conduzione del sondaggio, che si rivelò impegnativo, costoso e laborioso, richiedendo circa sei mesi tra progettazione, svolgimento, pulizia dei dati e analisi delle risposte.

Una domanda sorge quindi spontanea: gli “esperti” di settore progettano e conducono così i loro sondaggi anche oggi?

Non è necessario essere data scientist o statistici per condurre un sondaggio, casomai questa è una ragione di più per farlo bene. Perché “qualunque cosa si debba fare, tanto vale farla bene”.

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Autore: Luigi Muzii

Luigi Muzii