Futile

Quid autem vides festucam in oculo fratris tui et trabem in oculo tuo non vide
Luca 6:37–42

UmiltàChe ne dite di fare un piccolo esperimento, come quelli che si fanno a scuola, nei laboratori di scienze? Provate a impostare Google Alerts per “translation industry”, tenendo poi traccia degli avvisi che riceverete. Scoprirete che questi avvisi riguarderanno quasi esclusivamente il mercato della traduzione automatica e, occasionalmente, il mercato asiatico (apparentemente di gran lunga l’unico mercato interessante), tranne qualche sporadica marchetta della più operosa agenzia di stampa del settore.

È una dimostrazione plastica dell’irrilevanza dell’industria della traduzione, che va ben oltre il tanto lamentato effetto disastro, quello secondo cui la traduzione assume rilievo solo quando è scadente e magari genera disastri peggiori.

Alimentare le ambizioni, stuzzicare la vanità

Eppure, è sorprendente come ci sia chi ancora pensa poter educare i clienti, specialmente i più grandi, quelli capaci di fare il bello e il cattivo tempo non solo nel loro settore.

Frivolo? Forse. Assurdo? Sicuramente. Sgradevole? Amaramente.

In parole povere, queste persone farebbero meglio a prestare attenzione a quanto accade nel settore in cui sono apparentemente orgogliosi di lavorare per provare magari a correggere i molti difetti e le mancanze.

Siamo onesti, è molto più facile puntare il dito contro i presunti errori altrui, alimentando così le ambizioni e stuzzicando la vanità dei colleghi, che darsi da fare per correggere le distorsioni che affliggono il proprio settore. E questo è ancor più vero quando è più che ragionevole prevedere che al j’accuse forse presteranno attenzione solo coloro che operano nello stesso settore del suo autore.

Eppure, pur rimanendo isolate, di tanto in tanto si alzano delle voci per dire che l’irrilevanza del settore è dovuta alla mancanza di un serio sforzo di marketing, se non di lobbying, da parte degli organismi di categoria per cercare di dare rilievo alla traduzione. Ma si preferisce organizzare eventi in cui magari parlarsi addosso, perché è molto più facile se non anche altrettanto redditizio, almeno nel breve termine. D’altronde, lo sviluppo di un’identità di categoria richiede molto tempo, denaro e risorse e questo spiega anche il boom degli eventi online, tutti rigorosamente uguali, ancora più di prima, tutti finalizzati solo a guadagnare un po’ di visibilità in un settore che la brucia come fosse alcol.

Quindi, prima di puntare il dito contro la struttura organizzativa della maggior parte delle aziende come causa principale dei loro problemi di traduzione, si dovrebbe, evangelicamente, guardare al perché l’industria della traduzione e i suoi operatori godono di una modesta reputazione.

Da oltre cinquant’anni, molte grandi aziende in quasi tutti i settori sono certificate ISO 9000, il che significa che il loro modus operandi si basa sui processi, mentre le loro strutture organizzative, anche quando sono gerarchiche e non eterarchiche, sono sempre più orientate ai progetti. Quindi, non c’è una dicotomia tra processi e progetti, poiché i primi incorporano i secondi, e i secondi devono conformarsi ai primi. Il problema sta nel vedere i processi come monoliti, da lasciare possibilmente tali. Questo è stato il motivo principale che ha spinto l’industria della traduzione a sviluppare e perseguire le proprie norme di qualità, mentre in tutti gli altri settori le ISO 9000 si sono diffuse da subito.

La ISO 9000 (come le norme che ne composero la famiglia all’inizio) si basa esattamente sul presupposto che i processi si svolgono in cicli ripetibili, ognuno dei quali è come tale prevedibile e scalabile. Ripetibilità, prevedibilità e scalabilità sono le basi della gestione della qualità.

Quando, circa vent’anni fa, su iniziativa dell’EUATC, il Comitato europeo di normazione costituì il gruppo di lavoro BT/TF 138 per redigere una norma sulla qualità della traduzione, la futura EN 15038 da cui è derivata l’attuale ISO 17100, molti suggerirono di concentrarsi su una guida per un’interpretazione della ISO 9001 specifica per l’industria della traduzione.

Le ragioni per seguire un approccio diverso erano due: Da un lato, la natura peculiare della traduzione e dei servizi correlati e la presunta inadeguatezza della ISO 9000 per la gestione della qualità della traduzione; dall’altro l’ipotesi, molto più credibile, che la certificazione sarebbe stata troppo costosa e fuori dalla portata della maggior parte dei LSP, il che avrebbe decretato il fallimento dell’iniziativa.

Quindi, non è proprio il caso di cercare di fare le pulci ad altri settori che sono certamente più strutturati e hanno un’identità ben definita, oltre ad essere altrettanto floride se non di più, anche senza alcuna specifica norma di processo. In effetti, molti altri settori hanno raggiunto un accordo su norme anche molto complesse, come quelle per le armi e le munizioni, i trasporti (dalle anfore ai pallet ai container), i formati audio e video, i modelli di ingegneria del software e persino le patatine.

Qualità, metriche e misure

Ça va sans dire, in moltissimi altri settori sono state sviluppate specifiche metriche di qualità usate regolarmente per vari tipi di misure. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

D’altra parte, William Thomson, I barone Kelvin, è famoso anche per aver detto “quando puoi misurare ciò di cui parli, ed esprimerlo in numeri, sai qualcosa di esso; ma quando non lo puoi misurare, ed esprimerlo in numeri, la tua conoscenza è di tipo povero ed insoddisfacente; può essere l’inizio di conoscenza, ma sei a mala pena avanzato, nei tuoi pensieri, allo stadio di “scienza”, di qualunque cosa si tratti”.

La qualità della traduzione è sempre stata difficile da spiegare ai non addetti ai lavori che sono tipicamente abituati a essere valutati sulla base di dati misurabili e non riescono a capire come l’idea di qualità nella traduzione, così come viene discussa nell’ambiente, possa valere anche per loro. In effetti, è per lo più priva di significato e futile per chiunque non abbia esperienza di traduzione, e talvolta anche quelli che ne hanno.

E se la qualità fosse irrilevante e ancor più lo fosse quella della traduzione? In affari, la qualità è considerata un dato di fatto, ma è anche un concetto relativo, anche, se non soprattutto, nella traduzione, come rivela un recente studio da cui emerge che i traduttori professionisti mostrano una significativa preferenza per la traduzione umana, a differenza dei non linguisti. E indovinate un po’ chi è che paga per le traduzioni?

Comunque, non esiste misura buona di per sé, metriche sbagliate possono indurre effetti indesiderati e se si sceglie una proprietà (come la qualità) come indicatore, questa cessa di funzionare come tale, perché la gente inizia a manipolarla. Inoltre, alcuni indicatori chiave, come l’innovazione, semplicemente non si possono misurare.

Automazione di processo

L’idea che i processi funzionino in cicli ripetibili, ognuno dei quali è prevedibile e scalabile, rende possibile l’automazione dei processi.

Come riporta TechCrunch, da oltre un anno c’è molto fermento intorno all’automazione. Oggi questa comprende automazione dei processi, robotizzazione (RPA), gestione dei processi aziendali (iBPMS), intelligenza artificiale, process mining e la migrazione verso piattaforme di sviluppo low-code. TechCruch riporta che, secondo Statista, il mercato dell’automazione dei processi potrebbe raggiungere i 74 miliardi di dollari nel 2021.

L’industria della traduzione sembra lontana dall’automazione dei processi, e questa è solo un’altra buona ragione per smettere di cercare di educare i clienti, specialmente in quelle aree in cui sono molto più avanti della stragrande maggioranza degli LSP.

Indubbiamente, il potenziale del mercato dell’automazione dei processi sta attirando l’attenzione degli investitori e questo potrebbe spiegare anche i recenti afflussi di capitali nel settore delle tecnologia per la traduzione.

A questo proposito, di recente, Semir Mehadzic, in un post su LinkedIn, ha sollevato una questione che vale la pena considerare e cioè perché non aprire i marketplace come ProZ o Translatorscafe e i TMS che operano come tali come Lokalise, MateCat, Smartcat e Text United e combinarne i dati, visto che ognuno di essi difficilmente può raccogliere molti più profili (attivi) di quelli che ha già. Semir Mehadzic sostiene che, al di là della miopia tecnologica, gli ostacoli all’interoperabilità che queste piattaforme frappongono sono solo una forma di vendor lock-in.

Questo ci riporta alle ragioni del fallimento di TAPICC. Con così tante piattaforme per così pochi utenti, un’API universale non è solo velleitaria, è soprattutto un imperdonabile peccato di superbia. È infatti quantomeno ingenuo aspettarsi che una qualsiasi di queste piattaforme implementi un’API di un concorrente, che, sebbene gratuita, non offrirebbe alcuna garanzia. Inoltre, optare per una vera e propria API invece che per un modello come quello OSI ha probabilmente compromesso le possibilità di successo di TAPICC fin dall’inizio, come il ridotto ed esitante coinvolgimento degli LSP al progetto, in particolare ai WG più tecnici, aveva subito dimostrato. Naturalmente, questo avrebbe significato, come in effetti ha significato, lasciare tutto il processo decisionale e lo spazio di manovra ai pezzi grossi del settore.

Un problema importante quando si sceglie un’implementazione completa rispetto a un modello è la complessità di aggiornamento e integrazione che ne risulta come, per esempio, l’aggiunta della capacità di ricerca e reclutamento di linguisti, che è un passo fondamentale verso interoperabilità e disintermediazione.

Infine, universale significa “valido per l’intero universo fisico” (Treccani), senza eccezioni, e questo prevede un unico, rigido, immutabile, ben definito processo monolitico, con buona pace per la scalabilità, pur mantenendo ripetibilità e prevedibilità.

Umiltà

Parlando di interoperabilità, diciassette anni dopo l’introduzione del concetto di Web 2.0, di interoperabilità non c’è ancora quasi nessuna traccia perché le società di servizi cercano di mantenere gli utenti sulle loro piattaforme anziché mandarli altrove. Anche se questo significa costi più alti, almeno a breve termine, perché quel che conta è la crescita a lungo termine. E questo è vero anche al di fuori dell’industria della traduzione.

Da questo punto di vista, Shopify è l’esempio perfetto di come sfruttare il potere delle piattaforme. Se, infatti, Walmart non è riuscito a vincere la concorrenza con Amazon, Shopify potrebbe farcela senza vendere nulla direttamente. Ai 218 milioni di utenti che hanno acquistato qualcosa dai clienti di Shopify potrebbe anche non interessare nulla della sua esistenza. Inoltre, Shopify è estremamente diversificato, quindi successi e fallimenti vanno considerati nel loro complesso, e forse per questo Shopify è cresciuto più velocemente di Amazon, dando spazio ad attività di nicchia che non ne avevano mai avuto prima.

Quando si esamina l’idea di trasformazione digitale che sembra attraversare l’industria della traduzione, si finisce inevitabilmente per inciampare nella blockchain e negli NFT (Non-Fungible Token), l’hype del momento, proprio come lo erano l’AI appena ieri, i BMS il giorno prima, e, andando a ritroso, l’API economy, l’augmentation, l’IoT, il ML adattivo ecc. Nominate un hype e qualcuno nell’industria della traduzione lo ha cavalcato, senza mai implementare niente. Ovviamente.

Ad uno sguardo più attento, si scoprirebbe che a cavalcare gli hype sono sempre i soliti noti, che di questi hype, il più delle volte, sanno solo quello che hanno leggiucchiato su LinkedIn, o sentito in un podcast o nel corso di una conversazione su Clubhouse (l’app di moda oggi), magari rilanciando tutto senza prestarvi troppa attenzione. Per guadagnare un po’ di visibilità.

Forse un po’ di umiltà non guasterebbe.

Infatti, non è assolutamente vero, come alcuni continuano a voler far credere, che sono diverse le iniziative intese a combinare traduzione e blockchain, ce n’è stata una sola finora, e sospetta. È vero, però, che, negli ultimi quattro anni, su questo e altri argomenti analoghi si è speculato tanto.

L’ultima moda degli NFT promette di rivoluzionare l’industria dell’arte creando pezzi unici digitale verificabili tramite blockchain. Come nota Shira Ovide, gli NFT non sono un miracolo né una truffa, ma raccontano la pessima abitudine di esaltare tutto ciò che è nuovo solo perché nuovo. Probabilmente non daranno il via a nessuna rivoluzione mondiale ma non saranno nemmeno la solita bolla assurda. Come con qualsiasi tecnologia emergente, potrebbero anche essere un’idea intelligente se non ci si fa prendere dall’eccitazione e dal clamore. Del resto, la maggior parte delle cose nella vita non sono rivoluzionarie né portatrici di sventura e dietro la maggior parte delle idee nuove c’è anche qualcosa che potrebbe dimostrarsi utile. Il problema degli hype è che vanno quasi sempre a braccetto con l’avidità (di chi li alimenta), e ogni promessa finisce invariabilmente col sembrare una stronzata. Questo dovrebbe essere sufficiente per tenersi alla larga da chiunque affermi di avere una risposta per tutto. Anil Dash, che ha contribuito a sviluppare l’idea alla base degli NFT, ce l’ha a morte con i tanti marpioni che si stanno agitando intorno a questa tecnologia.

Inoltre, anche se gli NFT potrebbe offrire un modo per certificare e autenticare la proprietà di tutto o quasi, tangibile o meno, il problema dell’energia necessaria per produrli è tutto da affrontare.

Forse dobbiamo solo aspettare che il modello as-a-service si estenda anche a blockchain e NFT. Questo significherebbe anche aspettare che Amazon, IBM e Microsoft rendano disponibili strumenti e piattaforme che permettano alle aziende di accedere alla blockchain come servizio. Quando e se accadrà, la blockchain sarà alla portata anche di aziende che altrimenti dovrebbero affrontare cospicui investimenti iniziali e passare anni a pianificare e costruire infrastrutture e sviluppare competenze.

Quando e se arriverà quel momento (e comunque non arriverà presto), gli LSP non saranno certo i primi ad approfittarne (come al solito), e chissà se allora la traduzione sarà ancora un business.

Un futuro realistico

Il fumettista danese Robert Storm Petersen è malamente ricordato per una famosa citazione erroneamente attribuita a Yogi Berra: “È difficile fare previsioni, specialmente sul futuro”. Più recentemente, in The Visionary’s Handbook, Watts Wacker, Jim Taylor e Howard Means hanno scritto: “Quanto più una previsione si avvicina a una realtà verificabile, tanto più è possibile che si stia semplicemente descrivendo il presente”.

Pertanto, è facile prevedere che, almeno nell’immediato futuro, un settore storicamente molto conservatore si concentrerà sulle stesse cose di adesso. Non c’è da aspettarsi improvvisi balzi in avanti in materia di innovazione.

Inoltre, per essere chiari, la blockchain non è un’innovazione, ancor meno nei modi in cui viene proposta, cioè per sostenere un mercato di dati di traduzione, già velleitario di per sé, o per creare NFT per traduzioni certificate, che non giustificherebbero mai, economicamente e moralmente, lo sproporzionato consumo di energia che difficilmente verrebbe ridotto. Per inciso, il problema delle traduzioni certificate si potrebbe già affrontare e risolvere attraverso un’infrastruttura per crittografica asimmetrica. Il problema maggiore sarebbe nei cambiamenti da introdurre per le pubbliche amministrazioni, ma lo stesso accadrebbe con un’infrastruttura basata su NFT. Al contrario, mentre la firma digitale è già ampiamente sperimentata, utilizzata ed economicamente sostenibile, l’NFT potrebbe presentare costi insostenibili e richiederebbe sicuramente tempi di implementazione molto più lunghi.

Per inciso, la blockchain non risolverà in alcun modo il problema della qualità della traduzione, a dispetto delle chiacchiere dei venditori di fumo. Che infatti si guardano bene dal fornire argomenti a supporto. Ovviamente.

Quindi, per molte ragioni, il futuro prossimo della traduzione sarà sempre più la traduzione automatica.

Tuttavia, mettersi in mostra non è mai una buona politica, perché si può sempre essere chiamati a dimostrare il proprio valore. A questo proposito, ad esempio, la maggior parte degli LSP ha fallito nell’implementazione della traduzione automatica, soprattutto nella costruzione di sistemi propri, tipicamente per la mancanza delle necessarie competenze. La traduzione automatica personalizzata è fuori portata per la maggior parte degli LSP che sono abituati risparmiare anche sull’aria che respirano, come tutti nel mondo della localizzazione. Come Kirti Vashee ha recentemente notato nella sua intervista a Paul Urwin di ProZ, la sola componente salariale comporta per Google una spesa tra i 10 e i 20 milioni di dollari all’anno, mentre le risorse informatiche consumano altri 20 milioni di dollari. Quindi, oggi per avere successo con la traduzione automatica sono necessari dai 5 ai 10 milioni di dollari di investimento.

Comunque, la traduzione automatica è entrata nell’uso quotidiano da qualche anno ormai e sono sempre di più le azienda che si aspettano che venga utilizzata. Questo porta anche a negoziare al ribasso, anche molto al ribasso in certi casi, con la maggior parte degli LSP che si è fatta cogliere impreparata e ha reagito e continua ad reagire nell’unico modo che conosce, scaricando la pressione sui freelancer.

Il ricorso alla traduzione automatica insieme all’aspettativa di prezzi più favorevoli è la conseguenza del continuo calo di valore della documentazione utente, che a sua volta è una conseguenza della sempre più breve durata dei prodotti di consumo. Le aziende sono sempre meno disposte a spendere soldi per roba che non interessa più a nessuno. Se mai è interessata davvero a qualcuno.

Quindi, il post-editing della traduzione automatica (PEMT) non è questa gran cosa, tanto meno finché viene fatto seguendo lo stesso approccio e gli stessi modelli di sempre (come del resto previsto dalla ISO 18587). In effetti, tutti gli schemi retributivi per il PEMT si sono dimostrati largamente inefficaci, principalmente a causa del peso esercitato dall’approccio tradizionale di valutazione della qualità della traduzione sui traduttori, a cui si affidano i progetti PEMT.

Anche la localizzazione per i media non è gran cosa, nonostante i molti strumenti interessanti rilasciati di recente, poiché non è cambiato granché nel modo di lavorare e gestire i progetti.

La pandemia di COVID-19 ha portato molte aziende ad accelerare il ritmo dell’innovazione tecnologica. Tuttavia, all’ondata di iniziative digitali non sempre corrisponde un processo di trasformazione, poiché alla maggior parte delle imprese interessa solo rimanere in gioco, piuttosto che sviluppare e assicurarsi un vantaggio competitivo.

Da questo punto di vista, Zoom o Clubhouse non sono innovazione, soprattutto finché li si usa per chiacchiere e presentazioni futili o commerciali. Sono piuttosto la prova dell’inefficienza nell’approvvigionamento del software e nei relativi investimenti. I costi del software sembrano sommarsi sempre di più ai costi generali, con la tecnologia che aumenta questi ultimi anziché aiutare a ridurli.

La pandemia di COVID-19 ha fatto sentire la mancanza e la nostalgia del networking, come se darsi pacche sulle spalle a vicenda fosse il modo migliore per superare qualsiasi difficoltà. Quand’è che gli eventi di altri settori vedranno persone dell’industria della traduzione non solo partecipare (anche se raramente), ma contribuire?

L’industria della traduzione, proprio come qualsiasi altro settore, se non di più, ha bisogno di reinventare i suoi modelli di lavoro e ripensare il valore che ne trae. D’altra parte, indipendentemente dal numero di iniziative digitali implementate, nessuno può realisticamente aspettarsi di vincere restando uguale ai concorrenti che, per inciso, stanno tutti facendo le stesse cose, anche se alcuni a velocità più elevate.

C’è chi sostiene che il futuro prossimo dell’industria della traduzione sia nei dati. La marea sta rifluendo quindi può essere vero, e molti LSP potrebbero pensare di esplorare questo aspetto. In effetti, ci sono alcune aziende che ci stanno già lavorando da un anno o due, ma tutte esternalizzano o addirittura affidano in crowdsourcing i progetti sui dati perché la mancanza di talenti è davvero notevole, e non ci sono segnali di interventi del mondo accademico per farvi fronte. In ogni caso, con i compensi scandalosamente bassi e la maggior parte degli LSP in grave ritardo, a chi si dovrebbe affidare l’upskilling? E chi potrebbe interessare?

Purtroppo, i tempi sono sempre più stretti e le strategie che potevano funzionare ieri, anche quelle più conservatrici, sono già obsolete oggi, e quelle di domani lo saranno alla fine della giornata.

Bob Dylan scrisse The Times They Are a-Changin’ nel 1963. Per qualche vegliardo come il sottoscritto, può sembrare che i tempi non siano cambiati affatto. Al contrario. E continueranno a cambiare. Quando lo farà anche l’industria della traduzione?

In fin della licenza, io tocco.