Non c’è rosa senza spine

Vota AntonioNel numero di domenica 15 aprile, Repubblica ha pubblicato un interessante articolo di Riccardo Staglianò sul valore del cosiddetto User Generated Content per i social media, oggi così pervasivi della nostra esistenza.

Il tema è vecchio. La frase «if you are not paying for it, you’re not the customer; you’re the product being sold» data agosto 2010. A fare per primo quest’affermazione pare sia stato Andrew Lewis (alias “blue_beetle”) in una discussione su “User-driven discontent” su Metafilter.

L’argomento è poi stato ripreso, tra gli altri, da Ben Metcalfe e Douglas Rushkoff.

L’affermazione “se non paghi per utilizzarlo, il prodotto sei tu” si applica particolarmente bene ai servizi Web gratuiti: motori di ricerca, spazio blog, posta elettronica e, soprattutto, social network, il cui asset principale è, appunto, il numero di utenti.

Staglianò rileva che l’affermazione dei social media ha prodotto un’inversione dei rapporti di forza tra autori e distributori: questi ultimi si arricchiscono a spese dei primi che producono i contenuti senza ricevere niente in cambio.

Secondo Kevin Kelly, però, il meccanismo è fallace. Il fondatore di Wired ritiene che presto, per poter sopravvivere, i social media si vedranno costretti a dividere i profitti con gli utenti, anche se probabilmente non ce ne saranno, perché la valutazione dei social media è immaginaria.

In realtà, come dimostra l’attuale crisi economica, figlia delle sofisticatezze più ardite della finanza estrema, viviamo in una società fondata su valori immaginari. In modo e con effetti diversi da quelli che auspicava Herbert Marcuse, l’immaginazione è al potere da tempo.

Sulla spinta di questi pseudo-valori, il fenomeno lucrativo dei social media sfrutta il desiderio di compiacersi: gli autori dei contenuti che ne giustificano l’esistenza, infatti, trovano la propria ricompensa nella loro pubblicazione e nella visibilità che ne deriva.

Nessuno, però, offre niente per niente o, per dirla nella lingua dei nuovi magnati, there ain’t no such thing as a free lunch: i contenuti sono il prezzo da pagare per la cena, consumata in un locale alla moda il cui mantenimento è a carico di altri.

Eppure, secondo alcuni calcoli, Wikipedia avrebbe richiesto almeno 100 milioni di ore di lavoro, pari a circa due miliardi di euro.

Il modello “Free”

Il modello su descritto sta compromettendo le basi dell’economia dei servizi, depauperandoli.

Il suo successo è dovuto al fatto che il rischio di impresa è modesto, anche se iniziative di questo tipo poggiano sul principio di Pareto e si può finire con il non trovare quel 20% che regge il restante 80%. Secondo Darika Ahrens di Forrester Research, per guadagnare, gli utenti devono creare contenuti di qualità e venderli per conto proprio; altrimenti, se preferiscono non sobbarcarsi gli oneri di commercializzazione e distribuzione, devono accontentarsi del modesto compenso che il provider riconosce loro, ovvero di quelli che essi stessi devono riconoscere al provider perché si accolli quegli oneri.

È quanto accade, del resto, nel mondo del lavoro in cui ci si affida a intermediari, come nell’industria della traduzione.

Un analogo meccanismo interessa oggi molte delle numerose attività intorno alle quali prospera l’industria dei servizi linguistici. A dispetto della perdurante crisi economica, infatti, sembra che la domanda sia ancora in crescita, ancorché rallentata rispetto agli anni passati, e è legata a quella dei volumi, molto superiore, oltre che a una concorrente richiesta di sempre maggiore rapidità. È cresciuta anche la consapevolezza di molti clienti e questo è probabilmente uno dei motivi alla base del rallentamento nel calo dei prezzi osservato da molti. L’attenzione ai costi però resta, specie per un servizio che continua a non essere percepito essenziale, né come un investimento. Maggiore è l’attenzione per la rapidità: il fattore tempo sta diventando realmente cruciale.

Questo spiega anche il crescente interessamento per la traduzione automatica, sebbene le attese legate ad essa finiscano spesso deluse, per lo più per l’impreparazione tanto dei clienti quanto (ed è meno prevedibile e giustificabile) dei fornitori.

Grazie a Google che l’ha portata a livelli di affidabilità inattesi, oltre che a conoscenza e a disposizione di tutti, la traduzione automatica è diventata una specie nuova pietra filosofale, dalla quale adesso sono in tanti, troppi, ad aspettarsi che risolva i loro problemi di traduzione, abbattendo i relativi costi.

I costi sono un fattore fondamentale per chiunque, tanto più in un momento di crisi, e riguardano spese considerate accessorie. Dato l’atteggiamento di sufficienza, spesso non del tutto ingiustificato, con cui si guarda alla traduzione, è scontato che si pensi di ricorrere all’ennesima diavoleria tecnologica, magari gratuita, per ridurre i costi, il time-to-market e ampliare il panorama di vendita.

Lisa Simpson incontra Steve JobsDel resto, l’industria della traduzione resta fortemente ancorata a modelli molto tradizionali. Per certi versi, è incredibile l’impatto che sembra aver avuto un’affermazione tutto sommato banale come quella che Steve Jobs fece in risposta a una domanda di Barack Obama.

Obama chiese a Jobs come si potessero riportare in patria i posti di lavoro persi (in particolare quelli connessi alla produzione degli iPad), e Jobs rispose, piuttosto sgarbatamente, che non si poteva, che quei posti non esistevano più. Punto.

Jobs sostenne la sua affermazione con la diversa flessibilità, prontezza e disponibilità di lavoratori di alto profilo. È evidente che i traduttori non lo sono, almeno in grandissima parte.

Nell’era dell’informazione e dell’immaginazione, siamo intossicati dal tempo reale? Se siamo noi i prodotti, non piò essere altrimenti; se, invece, ancora siamo i fruitori, sta a noi dare un senso alle informazioni che raccogliamo e affinare la nostra conoscenza. Questa, in fondo, potrebbe anche essere una spiegazione del perché il web semantico è una colossale bufala: se mi aspetto che un motore di ricerca mi suggerisca intelligenza, forse sono davvero stupido e, perciò, non me ne rendo conto e credo che sia esso a rendermi tale.

Peraltro, già due mesi fa, un articolo del Wall Street Journal aveva anticipato alcune novità che avrebbero interessato il motore di ricerca per eccellenza e che lo renderanno in grado di comprendere meglio il contesto delle ricerche, offrendo risposte più pertinenti, precise e facili da consultare.

GadgetResta il fatto che l’impreparazione degli operatori, e in particolare dei sedicenti imprenditori, è terribile e lo è tanto di più proprio per la parte tecnologica, proprio perché nessuno di noi è un gadget, come giustamente rivendica Jaron Lanier, né ci tiene ad esserlo e, invece, questa impreparazione conduce proprio a cadere nella trappola dello svilimento delle prestazioni.

In parte si spiega con il fatto che gran parte degli imprenditori di settore sono del mestiere e, per questo, in qualche modo condizionati. Le aziende fondate e/o condotte da estranei al settore, infatti, mostrano una maggiore flessibilità verso l’innovazione anche non necessariamente tecnologica.

Post-editing

Prendiamo il post-editing, la correzione degli errori generati dalla traduzione automatica, probabilmente l’aspetto più grave di questa impreparazione. Sembra quasi, infatti, che il post-editing sia qualcosa che nessuno è in grado di fare. I traduttori sono restii a prestarvisi e gli imprenditori non sono disposti a riconoscere un diverso apprezzamento con relativo criterio di computo dei compensi.

Del resto, nel post-editing, non ci sarebbe bisogno di analisi contrastiva se il testo di partenza fosse scritto per la traduzione automatica. Per progetti di bassa qualità, che non richiedano la pubblicazione, può perfino non esserci alcun bisogno di conoscere la lingua del testo originale, se si è padroni della materia. Tutto ciò che serve è verificare che la traduzione abbia un senso cercando, al limite, di intuire quello originale. Non si traduce, e non è necessario essere traduttori.

Senza dubbio aiuta conoscere la lingua di origine, per chiarire eventuali dubbi, ma non è necessario. Chiunque sia in possesso di ottime capacità redazionali nella lingua di destinazione e delle necessarie conoscenze tematiche, anche con una modesta conoscenza della lingua di partenza può ottenere ottimi risultati. Di conseguenza, il post-editing si può affidare anche a esperti di settore con limitata conoscenza della lingua di partenza.

Allo stesso modo, un traduttore non deve più sapere tutto di tutto. È sufficiente che conosca a fondo le due lingue che formano la propria coppia di lavoro, e sappia lavorare in squadra. A queste competenze di base si aggiunge la capacità di selezionare le fonti e operare con gli strumenti di riferimento.

Ai linguisti che si dedicano al post-editing si richiede inoltre la capacità di agire in ottica costi-benefici e di attenersi scrupolosamente alle istruzioni ricevute, limitandosi a rivedere le traduzioni “semplicemente” come testi. Così, se una traduzione richiede troppe modifiche, la dovrebbero scartare, ovvero apportare solo quelle davvero necessarie, spesso meno di quante ci si aspetta e, se la traduzione contiene del materiale pregresso che non si richiede di rivedere e, soprattutto, non si è pagati per rivedere, ignorarlo del tutto.

Le istruzioni per il post-editing dovrebbero quindi indicare innanzitutto le soglie di qualità attese e fornire esempi di errori che è possibile prevedere e da correggere (o non correggere), oltre a considerazioni specifiche sul tipo di interventi correttivi. Infine, le istruzioni dovrebbero contenere informazioni per la configurazione e l’utilizzo dei vari strumenti.

Una delle maggiori difficoltà, però, consiste proprio nel determinare la quantità di informazioni da includere. Linee guida troppo lunghe e/o complesse possono scoraggiare i revisori e finire con l’essere ignorate, con il rischio di pregiudicare l’intero processo. Al contrario, indicazioni troppo succinte, potrebbero indurre dubbi e ritardare il processo. È quindi consigliabile fare riferimento a eventuali esperienze anche teoriche, che permettano comunque di raggiungere l’obiettivo di mettere i revisori in condizione di operare prima e più rapidamente possibile.

Riassumendo, le istruzioni per i revisori dovrebbero essere le più sintetiche possibile, ma complete di tutti i requisiti, senza essere stilisticamente troppo sofisticate. Ovviamente, i revisori dovranno essere avvertiti dell’obbligo di leggerle prima di cominciare a lavorare.

Con queste premesse, non è difficile credere a Don DePalma e Nataly Kelly quando affermano che il post-editing è generalmente più veloce ed economico della traduzione umana e, a parità di costi, i tempi molto più rapidi fanno la vera differenza.

Anche per questo, però, il compenso per il post-editing dovrebbe essere sempre legato alla qualità attesa della traduzione automatica per la quale si dovrebbe disporre di metriche di valutazione affidabili e che dovrebbe sempre essere dichiarata.

Ci si può affidare a programmi di valutazione automatica che, però, richiedono metriche affidabili basati su criteri riscontrabili e oggettivi.

Questo è uno degli ostacoli maggiori nell’implementazione della traduzione automatica, giacché produttività e qualità (con i limiti che questa porta con se quando si parla di traduzione) sono tradizionalmente considerate indipendenti e distinte. Forse è per questo che l’80% dei partecipanti a una recente indagine condotta da MemSource ha dichiarato di non disporre di metriche affidabili.

L’impreparazione con cui si affronta la traduzione automatica e il post-editing è all’origine dell’avversione feroce ad essi, cui però fa da contraltare la disponibilità, se non il rassegnato asservimento, al trattamento dei fuzzy match che, spesso e volentieri, sono peggio di qualunque traduzione automatica.

La quantità di tempo necessaria è allora l’elemento di misura più facilmente riscontrabile, oltre che l’indicatore più affidabile, in quanto esprime l’impegno necessario alle correzioni. Permane, però, un’asimmetria tra committenti e revisori: i primi pretendono una quantificazione spiccia e direttamente misurabile, mentre i secondi si concentrano su elementi non misurabili. Non a caso, quest’asimmetria nasce dall’impreparazione: dall’idea che il post-editing sia esclusivamente lavoro per traduttori, che sono a loro volta colti impreparati e irritati dall’esser stati sostituiti da una macchina.

Ovviamente, la vendita dei sistemi di traduzione automatica come soluzione per l’abbattimento drastico dei costi con la rinuncia a risorse qualificate che li gestiscano è uno dei peggiori danni che si possa arrecare all’intero settore. L’infondatezza di certe dichiarazioni quanto meno ottimistiche, infatti, produce delusione negli utenti e irritazione negli operatori. I vantaggi conseguibili in termini di produttività, economie di scala ed efficienza di processo, infatti, variano da caso a caso.

Spesso l’aumento di produttività si rivela irrisorio se i revisori non sono adeguatamente istruiti e informati e, allo stesso tempo, gli investimenti, pur onerosi, possono rivelarsi insufficienti perché concentrati su un solo aspetto, tipicamente quello tecnologico e trascurano processi e formazione.

Mantenere in atto il TEP, per esempio, può rivelarsi inefficace, almeno in termini di guadagni di efficienza operativa. Tuttavia, per rinunciarvi del tutto, non è sufficiente ricorrere a una piattaforma collaborativa, ma è necessario rivedere l’intero processo di produzione e procedere a misure progressive su campioni significativi.

Riepilogando, sono tre i fattori in gioco:

  1. la qualità della traduzione automatica, iniziale e di esercizio;
  2. la qualità attesa e i fattori che la determinano;
  3. le condizioni per il post-editing.

Conclusione

L’andamento generale degli ultimi dieci-dodici anni nell’industria della traduzione ha visto una riduzione generalizzata dei prezzi, dovuto anche a un aumento dell’offerta, forse superiore a quello, pur consistente della domanda. Questo, del resto, è storicamente un settore di ripiego che, in tempi di crisi, si affolla più del solito.

Le richieste di sconti su volumi o di riduzione dei prezzi sono sempre più frequenti. Accordi appena conclusi si annullano, per avviare una nuova fase di rinegoziazione al ribasso. In questo scenario è più che lecito domandarsi se il ricorso alla traduzione automatica non sia un semplicemente un altro modo per ridurre ulteriormente i compensi, dopo aver toccato in molti casi il minimo fisiologico per il lavoro convenzionale.

La tecnologia è sicuramente una concausa della commodificazione della traduzione, ma lo è anche la rigidità dell’intero sistema, a cominciare da quello formativo, che lo rende vulnerabile a decisioni come quella di Jobs.

Se la prima ragione del ricorso alla traduzione automatica è l’aumento di produttività, i primi a dover voltare a loro vantaggio questa ragione devono essere gli operatori. Se la riduzione del compenso per unità di misura è realmente equilibrata da un aumento di produttività, l’unica soluzione sta nel modificare i propri processi e adottare nuovi strumenti e modelli.

Se il semilavorato risultante da una traduzione automatica è tale da poter consentire, grazie all’applicazione di precise competenze, esperienze e strumenti, di ottenere un guadagno di costo per lavorazione del singolo pezzo, in termini di pezzi lavorati per unità di tempo, la qualità del prodotto finito non è più determinante se risulta a un livello comunque soddisfacente.

Questa, ovviamente, deve essere commisurata alle aspettative del committente, ma purtroppo da questa consapevolezza troppi traduttori sono ancora troppo lontani, anche dopo anni e anni di attività.

Mai come in questo caso è veramente necessario camminare per valutare il tempo necessario a raggiungere la meta.