Cortine fumogenee

L’illusion est le premier plaisir.
Voltaire

Giochi di prestigio

Il prestigiatore (Hieronymus Bosch)Per le aziende tecnologiche, il successo dipende sempre più dalla capacità di garantire ai loro clienti la redditività dei loro investimenti, specialmente quando si chiede loro di migrare nel cloud, operazione tuttora temutissima, perché questo implica la redditività dell’investimento sia immediatamente quantificabile.

Queste aziende dovrebbero inoltre mettere i clienti in condizione di utilizzare al meglio dati e analitiche con servizi mirati.

Nonostante l’interesse degli investitori, però, l’industria della traduzione appare ancora parecchio indietro. Forse perché gli operatori del settore non sono adeguatamente informati o forse perché non sono davvero interessati.

Quasi tutte le aziende che vendono tecnologie per la traduzione, poi, più o meno velatamente, più o meno direttamente, integrano l’offerta tecnologica con servizi di traduzione.

In un’industria molto più che frammentata e con pochissima differenziazione, sia nei servizi sia, soprattutto, sul piano tecnologico, offrire servizi software e servizi linguistici permette di emergere con più facilità richiamando una clientela più esigente, interessata a non complicarsi troppo la vita. Di contro, non si va lontano solo con la tecnologia o solo con i servizi.

Secondo autorevoli fonti di settore, la licenza per un tipico TMS aziendale costa tra i 4.000 e i 18.000 dollari all’anno. Ipotizzando 1.000 potenziali clienti, stiamo parlando di ricavi tra i 4 e i 18 milioni di dollari all’anno, che non sono proprio un’esca invitante per un investitore. Inoltre, gli investimenti per costruire, mantenere e gestire una vera piattaforma aziendale, scalabile, sicura, affidabile, ricca di funzionalità, con ogni possibile integrazione, sono quasi altrettanto elevati. Pertanto, delle due una: o si può contare su investitori ottimisti e pieni di soldi o su ricavi sostenuti. Con licenze insufficienti, l’unica è contare sui servizi per alimentare il flusso di cassa. In un settore come quello della traduzione, però, i rischi di disorientamento e di contrasti sono elevati, vuoi perché la base di collaboratori a cui rivolgersi è praticamente la stessa per tutti, a cominciare dagli LSP, sia perché le aziende che vendono tecnologie per la traduzione vendono le licenze dei loro sistemi a quegli stessi LSP.

La parola chiave è trasparenza. Non c’è niente di male nell’integrare tecnologia e servizi finché le due cose rimangono separate e distinte, finché, cioè, la business unit tecnologica vende le sue soluzioni alla business unit di servizi, alle stesse condizioni a cui le offre ai concorrenti e viceversa. Inoltre, sulla base dello stesso principio di trasparenza, deve essere chiaro a qualsiasi potenziale cliente che le due business unit fanno parte dello stesso conglomerato.

Sì, è vero, in un mondo ideale. Nel mondo reale, tutte le aziende che integrano tecnologie e servizi lo fanno in modo surrettizio, o non rivelando di avere un’unità di servizi nel caso di un’azienda a carattere prevalentemente tecnologico, o vendendo licenze alle stesse aziende con cui competono sui servizi, o, infine, servendosi di una o dell’altra unità a seconda della convenienza per gestire le perdite.

Comunque, non si può ridurre la giusta combinazione di servizi software e linguistici solo alla politica dei prezzi. Un’azienda di traduzioni è tale quando è in grado di fornire qualsiasi tipo di servizio legato alla traduzione, dall’ingegneria al testing al DTP multilingue. Per questo motivo, mantenere i servizi software separati e distinti dai servizi linguistici è, prima di tutto, rispettoso nei confronti dei clienti che potrebbero sempre cercare altrove i secondi e magari chiedere al fornitore di servizi di traduzione di utilizzare i primi.

Cosa ci insegna Big Tech

Cosa può imparare l’industria della traduzione dalle grandi aziende tecnologiche? In un articolo apparso nella sezione tecnologia del Washington Post lo scorso 21 aprile, Chris Alcantara, Kevin Schaul, Gerrit De Vynck e Reed Albergotti ricordano che nel corso degli anni queste aziende hanno acquisito centinaia di altre aziende fino a diventare quei potentati tecnologici che sono oggi. Tutte hanno seguito lo stesso percorso: sono prima diventate dominatrici del loro settore di partenza, poi hanno esteso i loro tentacoli su aziende di altri settori per alimentare e sostenere i ricavi fino a sbaragliare la concorrenza.

Fusioni e acquisizioni nell’industria della traduzione sono spesso occasionali e asimmetriche, tant’è che solo alcune acquisizioni hanno dato vita a entità di una certa dimensione con capacità di generare maggiori ricavi e maggiori profitti della somma delle parti. È andata più o meno nello modo anche con il contributo di investitori esterni, così che il paesaggio è rimasto per lo più invariato e nessuna delle aziende beneficiarie degli investimenti ha lasciato l’angusto alveo del settore. In alcuni casi, la pandemia ha colpito più che altrove, nonostante la roboante narrazione dei prezzolati megafoni di settore.

Inoltre, sebbene dopo sessant’anni la traduzione automatica sia finalmente passata dall’essere una soluzione relativamente di nicchia alla quasi ubiquità in poco più di un decennio, l’uso che di essa fanno gli LSP non serve a coprire nemmeno un quarto del volume totale, malgrado la crescente domanda di contenuti multilingue spinga sempre più clienti aziendali a richiederla.

Questo non solo significa che molti LSP sono molto meno esperti di tecnologia di quanto si possa pensare, ma anche che, nonostante il notevole spazio di crescita della traduzione automatica nel settore, siamo ancora lontani da un uso professionale di essa.

Ciò è dovuto in parte alla dimensione e al volume di ricavi medi degli LSP che rende qualsiasi investimento serio un problema importante, anche per le tecnologie ordinarie. Ma l’incapacità di gestire la traduzione automatica è la prova evidente dell’assurdità della scelta di perseguire, vent’anni fa, un modello di assicurazione della qualità per soddisfare le presunte esigenze dell’industria insieme a un modello di lavoro obsoleto. La ISO 17100 toglie flessibilità agli LSP che la adottano, impedendo loro di differenziare l’offerta, soprattutto per i servizi di base, e la ISO 18587 peggiora la situazione.

Per esempio, data la durata sempre più limitata dei prodotti di consumo e il conseguente calo di valore della documentazione utente, i clienti si aspettano ragionevolmente prezzi più bassi per la traduzione di questi contenuti e che venga utilizzata la traduzione automatica. Perciò, gli LSP potrebbero eliminare una o due fasi del rigido modello previsto dalla ISO 17100 dall’offerta di servizi di traduzione e presentare piuttosto ai clienti il (pre)editing dei sorgenti. Purché, ovviamente, non siano certificati ISO 17100 o ISO 18587.

Al contrario, facendosi cogliere impreparati, ancora molti LSP non possono affrontare le legittime richieste di sconti da parte dei clienti in nessun altro modo se non scaricandone il costo sui collaboratori.

Après le déluge

La pandemia ha ridisegnato il futuro del lavoro secondo un modello diverso da quello inizialmente previsto. Il nuovo posto di lavoro non è e non sarà più il vecchio ufficio fisico con persone ancorate alle scrivanie, ma uno dove le stesse persone sono piuttosto connesse con i loro computer portatili o dispositivi mobili.

La diffusione su larga scala di webcam e chat, altoparlanti intelligenti e assistenti personali, insieme alle vecchie e-mail e alla messaggistica, dovrebbe spingere le persone verso esperienze lavorative molto più interattive.

Non sarebbe una novità per l’industria linguistica, almeno per la maggior parte di traduttori, localizzatori, ecc. Varrebbe la pena approfittarne in previsione della prevista ripresa post-pandemia, dato che molti prevedono che quest’anno segnerà un punto di flessione.

Eppure, dopo un anno dalla pandemia, con il mondo avanzato che si prepara a tornare alla normalità (qualunque essa sia), l’industria della traduzione sta ancora lottando con gli stessi vecchi problemi di sempre.

Uno di questi problemi riguarda la presunta peculiarità, unicità, straordinarietà della localizzazione che la farebbe apparire come una scatola nera ai profani. Questo tipo di posizioni non fanno bene al settore.

D’altra parte, tanto per peggiorare le cose, affermare che la gestione dei progetti è un po’ limitativa potrebbe portare le persone a pensare erroneamente alla localizzazione come “semplice gestione di progetti”. A ben vedere, è la premessa stessa ad essere sbagliata. Gestire qualsiasi tipo di progetto è tutt’altro che semplice e ci deve essere più di un motivo per cui tanti progetti, compresi quelli di localizzazione, falliscono, non rispettano le scadenze, sforano il budget e così via.

La verità è che alla maggior parte delle aziende piacerebbe poter considerare gli LSP come partner strategici, piuttosto che solo come fornitori di servizi, ma la maggior parte degli LSP fa tutto il possibile per convincerli del contrario. Prendiamo i requisiti. Sono le fondamenta di qualsiasi progetto. Quando si raccolgono i requisiti, le domande sono essenziali, e dovrebbero sempre essere neutrali, cioè imparziali, o almeno sembrare tali, specifiche, dettagliate e rigorose. Per capirsi, mentre utente e impiego attesi sono requisiti, la scadenza non lo è; mentre le aspettative di qualità sono un requisito, almeno per ragioni di budget, la conoscenza del dominio dovrebbe essere scontata, almeno per i contenuti specializzati, quindi non è esattamente un requisito. Infine, le specifiche del formato in uscita sono un requisito, mentre il formato in entrata non lo è.

Per quanto riguarda domande e requisiti, c’è sempre almeno una domanda che rimane aperta: chi dovrebbe raccogliere i requisiti di progetto? Il project manager? Uhm… L’account manager? Forse. Il responsabile vendite? Sicuramente, almeno in prima istanza. E chi lo fa normalmente? E come?

Per essere partner, i partner dovrebbero prima capirsi; per capirsi, dovrebbero parlare la stessa lingua, o almeno uno dovrebbe parlare la lingua dell’altro, cioè, come avrebbe detto Willy Brandt, “se voglio vendere, devo parlare la tua lingua; se voglio comprare dann mussen Sie Deutsch sprechen”. Eppure, l’industria vive ancora con la presunzione di dover educare il cliente, con buona pace di Marshall Field.

Money makes the world go round

Durante la sua presentazione nel corso dell’ultima Gobal Ready Conference di aprile, Lynn Nguyễn ha ricordato che il 92,2% dei consumatori preferisce fare acquisti nella propria valuta locale e che il 33% è propenso a rinunciare a un acquisto se i prezzi sono elencati solo in dollari. Tuttavia, se, come ha detto sempre Nguyễn, niente è più personale che parlare la lingua di qualcuno, la localizzazione dovrebbe essere molto più che trattare “semplicemente” questioni linguistiche.

Infatti, per fare efficacemente affari in tutto il mondo è richiesta la capacità di muovere il denaro il più velocemente possibile e senza intoppi. Purtroppo, con più di 150 valute mondiali, la fluidità non è realistica. Anche le cosiddette valute forti sono una decina. Questa varietà comporta a volte pesanti oneri per il cambio, spesso aggravati dalle spese bancarie aggiuntive sulle transazioni.

Nella visione originale, le criptovalute erano idealiste, anarchiche e rivoluzionarie, secondo l’idea che ognuno fosse la banca sovrana di se stesso. Le criptovalute sarebbero il futuro del denaro che non richiede autorità centralizzate come le banche, e la base di un sistema finanziario globale, migliore e più equo. Questo dovrebbe anche fermare l’egemonia delle banche e facilitare gli scambi globali con l’obsolescenza dei mercati dei cambi e delle valute, ma non è successo, almeno non ancora. Inoltre, dopo più di dieci anni, non c’è ancora nessuna prova provata che le criptovalute siano utili. Infatti, le criptovalute sono altamente volatili e non possono essere usate per comprare quasi nulla. Ciononostante, sono diventate un enorme affare, principalmente come veicolo di speculazione finanziaria. La cosa è presumibilmente destinata a continuare a crescere, alimentando ulteriormente la frenesia intorno alla blockchain che, piaccia o no, è tutta incentrata sull’apparente successo delle criptovalute.

Eppure, l’interesse che circonda Ethereum, con la sua recente impennata, sembra essere dovuto essenzialmente alla tecnologia dietro la criptovaluta, che permette alle applicazioni di terze parti di utilizzare la blockchain per eseguire funzioni diverse dalle transazioni di denaro come nel caso degli NFT.

Dopo più di dieci anni, possiamo ora dire che il sogno di una moneta unica mondiale libera dai vincoli delle banche e dei cambiavalute è miseramente fallito. Ciò significa che le valute rimarranno la sfida permanente al commercio globale. Le disuguaglianze che sono scoppiate con la pandemia si inaspriranno e approfondiranno attraverso e all’interno dei vari settori economici, con l’industria della traduzione colpita forse più di altre.

La cosa divertente, se non fosse drammaticamente stupida, è che il punto più debole di certe “futuristiche” piattaforme di scambio di dati linguistici, soprattutto quelle basate su blockchain, è proprio la monetizzazione delle transazioni. Come se fosse una cosa trascurabile.

I pagamenti, invece, sono un aspetto fondamentale di qualsiasi prestazione lavorativa e, nell’industria della traduzione, sono troppo spesso modesti e tardivi. La disuguaglianza nei pagamenti deriva dall’intrinseca mancanza di trasparenza degli operatori del settore, che è la causa principale dell’asimmetria informativa tipica del settore.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli espedienti per pagare sempre meno, sempre peggio, nonostante i notevoli progressi della tecnologia e della finanza. La pratica diffusa della localizzazione continua va avanti ormai da oltre vent’anni aggravando il quadro fino a renderlo assurdo. Con buona pace della nuova moda dell’equo compenso e di pratiche semplici ed efficaci come gli SLA.

Non è un caso che le stime delle dimensioni dell’industria siano sempre state inaffidabili, e molto probabilmente gonfiate. Dopotutto, ogni ricerca pertinente è sempre stata priva della profondità e del dettaglio necessari, con campioni come minimo scarsamente rappresentativi. Queste stime sono il risultato di proiezioni basate, nel migliore dei casi, su dati di vendita, se non sul sentito dire, dei principali LSP, che non hanno mai brillato per tempestività e generosità nei pagamenti.

Così, tra le innumerevoli innovazioni di cui l’industria ha bisogno, la prima e più importante riguarda i pagamenti. E non richiede alcuna tecnologia speciale (mai sentito parlare di APA?). Certo, i tassi di cambio possono ancora essere un problema in alcuni casi, ma questo qualcosa dovrebbe rientrare nel cosiddetto “rischio d’impresa”. O no?

Eppure, una possibile soluzione almeno per ridurre i costi legati al cambio è ancora lontana da venire. Così, fino ad allora, l’unica vera possibilità per superare le barriere linguistiche rimarrà la traduzione automatica gratuita online. Con tanti saluti alla sopravvivenza dell’industria della traduzione, almeno finché regna l’avidità.